Femminicidio: quando le parole non hanno senso (o ne hanno troppo)

Violenza sulle donne - Immagine dell'Anpi
Violenza sulle donne - Immagine dell'Anpi
di Nunzia Catena

I media ci comunicano costantemente che c’è stato un altro femminicidio e nei giorni scorsi davanti Montecitorio c’è stata una protesta per sensibilizzare le forze politiche a prendere provvedimenti contro il femminicidio. Eppure percepisco una stonatura nelle notizie, la percepisco a fior di pelle, la trovo nella parola femminicidio.

Sarà che non mi voglio abituare ad una lingua italiana che propone vocaboli sempre più ipocriti per indicare cose già chiare a tutti con altri termini, come non vedente invece che cieco, non udente piuttosto che sordo, diversamente abile al posto di persona con handicap, tanto per ricordarne alcuni, che ho l’orticaria a sentire la parola femminicidio.

Perché, è lecito chiedersi, se omicidio è il termine comune per indicare la soppressione di un essere umano, c’è bisogno di differenziare? La risposta che ci danno è questa: cambiando nome ad un reato non solo si vuole dare rilevanza ad un fenomeno che sta assumendo contorni da orrore infinito, cioè l’eliminazione quotidiana e sistematica delle donne da parte degli uomini, ma si vuole soprattutto rendere tale reato specifico e non più generico, sottolineandone la matrice sessista.

Ma è proprio questa distinzione sessuale che non mi convince. A me sembra che il termine femminicidio, derivando naturalmente dalla parola “femmina”, a cui corrisponde solo l’appartenenza sessuale, così come, ovviamente, è per maschio, sia anacronistica della lunga storia che ha portato le donne a conquistarsi il rispetto di essere considerate persone, ed il vocabolo donna, attualmente, che piaccia o meno, nella sua accezione e nel diffuso senso ideale, risponde in qualche modo alla considerazione del livello umano e culturale del sesso femminile. Mi chiedo allora perché questo fenomeno criminale non è stato denominato “donnicidio”.

Ricordo pure che parte del significato etimologico della parola donna, quello di padrona, mi piace molto; ecco, dovremmo ricordarci che le donne sono padrone di loro stesse. Quello che gli uomini, nei nostri cosiddetti paesi civili, non vogliono, il motivo reale per cui gli stessi le confinano in ruoli marginali sul lavoro, in società, le impongono una certa morale, arrivano a togliere loro la libertà, o le picchiano, le violentano e, ultimamente, le ammazzano con tanta frequenza.

E al di là di tutte le motivazioni che stanno avanzando sociologi o studiosi o opinionisti per spiegare questa macabra attualità di morte, ciò che a me interessa in questo caso è capire se non è uno svilire, ancora una volta, la morte delle donne uccise con la parola femminicidio. Capisco, e lo ripeto, che in fondo si è voluto con il temine “femminicidio o femicidio”, dare forza al fatto dell’uccisione di una donna da parte di un uomo, e quindi porre l’attenzione sulla violenza di un genere sull’altro, e proprio perché un genere, quello maschile, non rispetta l’autonomia dell’altro genere, quello femminile, però a me pare, in tutta onestà, che continuare a pubblicare e a ripetere che c’è stato un femminicidio si sottolinei, e confermi, che è stata uccisa una femmina, ovvero una persona di sesso femminile, non che si è compiuta la soppressione di una donna. Donna che dichiara la volontà di affermazione della propria identità personale, fatta di desideri, bisogni e diritti, che l’uomo gli nega e che per questo la elimina.

In sintesi, nella parola femminicidio non trovo quella effettiva ed immediata forza di visualizzazione della specifica e reale causa dell’uccisione di donne da parte di uomini. Anzi, mi sembra un vocabolo quasi “svalutante” della situazione. Penso che un termine nuovo deve dare immediata rispondenza ad un qualcosa ed invece a me sembra che questo termine sfugge dal significato che dovrebbe avere e per il quale è nato, allora che senso ha? Non so, è come se nell’ usare la parola “femminicidio” ci fosse un senso già di rassegnazione.

E se dicessimo semplicemente che c’è stato un altro assassinio di una donna, non sarebbe forse più incisivo e reale e spiegherebbe meglio la morte, la fine violenta di una persona-donna? Mi chiedo se fossero le donne ad uccidere nello stesso modo gli uomini chissà se continueremmo ad usare il termine omicidio, o inventeremmo il “maschicidio”? Forse no.

Ma questo mio è un esercizio di pensiero su una parola, forse non utile, forse addirittura stupido, ma che certamente vuole far ricordare quanto sta accadendo alle donne e la necessità che si faccia qualcosa subito.

Autore dell'articolo: Amministratore

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