“Luciana Castellina, comunista” di Daniele Segre: il fascino della sfida

di Serena D’Arbela

In epoca di grandi delusioni e scetticismi, vedere questa riuscita immagine di donna, sentirla parlare, appassionata alla politica in senso ideale, senza nasconderne i lati critici, fa bene, riporta ai vecchi tempi delle militanze generose. Questa intervista filmica che s’interseca a ricordi fotografici, non stanca, interessa e incuriosisce. Ciò è dovuto all’acuta regia di Daniele Segre, sempre capace di costruire una narrazione attraverso il documento, un vero ritratto d’autore.

Il volto di Luciana, con i suoi anni maturi, non nasconde le tracce del tempo, è una scelta voluta di sincerità e di sfida. Quella che sembra il tratto distintivo della sua identità. Fin da ragazzina contro i modelli banali, considerata poco femminile perché esile e priva di curve. Contro i pregiudizi retrivi sulle differenze di genere, misurandosi coi coetanei sui valori dell’intelligenza. Contro la paura imponendosi stravaganti passeggiate notturne a Villa Borghese, armata di un coltello per difesa. Impegno stakanovista nella brigata di lavoro in Jugoslavia trascinando pesanti carriole per dimostrare che una donna “può” se vuole, essere all’altezza dei maschi e anche superarli.

Una caparbia volontà di difendere il suo ideale di libertà e di uguaglianza nel Partito Comunista anche a costo di scelte di schieramento rischiose e della radiazione come in occasione della fondazione de “Il Manifesto”. Tutta questa catena di fatti in cui Luciana è coinvolta svelano una personalità che agisce ed ha un peso nella vita collettiva. Sarà militante, poi giornalista, esponente politica, parlamentare italiana ed europea. Nello stesso tempo il film biografico (prodotto da “I Cammelli” e reperibile anche in DVD) rievoca una serie di momenti storici del nostro Paese,
dalla caduta del fascismo fino ai giorni nostri.

C’è un 25 luglio 1943 in cui la notizia delle dimissioni di Mussolini viene appresa da lei, di famiglia benestante, a Riccione, prima di una partita a tennis con la figlia del Duce. Data l’età, la politica non l’ha ancora toccata, benché la famiglia sia di orientamento antifascista. Ma arriva un carro armato tedesco e lei grida “Non vi vogliamo! Vai a casa!”. A quel punto Luciana inizia un diario sugli avvenimenti. Poi interviene un tragico evento familiare, decisivo, la morte della zia durante una fuga in Svizzera con marito e figli, per salvarsi dalle persecuzioni antisemite.

Dopo la Liberazione a Roma, l’impegno, nel circolo culturale del liceo Tasso, l’attività per far partecipare le donne alla vita pubblica, poi l’iscrizione al Partito Comunista nel 1947. La volontà d’imporsi anche contro il formalismo di compagni ancora troppo operaistici che le rimproverano le origini borghesi. Dalla spaccatura del 18 aprile 1948, con l’involuzione democristiana avanti avanti fino all’attentato a Togliatti, alla protesta dei giovani romani contro il film elogiativo sul generale tedesco Rommel (detto la volpe del deserto). Viene fermata dalla polizia. Una seconda volta durante il volantinaggio per l’Unione Donne Italiane. Poi un arresto con 4 mesi di galera durante la grande manifestazione degli edili del 1963, quando ha già la laurea in giurisprudenza.

Ci sono poi i fatti di Praga e la nascita de “Il Manifesto” che la vede protagonista, in prima fila. Le lotte per i diritti alla Fiat che portano allo Statuto dei lavoratori degli anni ’70 e ancora altre tappe del nostro secolo. Un esempio di “come eravamo”. Ma ciò che colpisce e anche stupisce è la continuità e coerenza dell’investimento sociale e politico di Luciana capace di trarre dal tormento delle vicende nazionali e internazionali una lezione positiva e di offrire al mondo femminile obbiettivi di crescita.

Della vita privata la Castellina, pur considerata affascinante come donna, non intende parlare, l’argomento è la metà in ombra del suo volto. È interessata alla “persona”. La sua famiglia è una tribù numerosa, cioè un’amichevole e rispettosa comunità aperta. Anche questa differenza dagli stereotipi e barriere usuali completa il bilancio progressista della sua esistenza.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 7 del 2013 di Patria Indipendente, la rivista dell’Anpi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *