Siamo al declino o alla fine della sinistra?

Foto Fondazione Luigi Pintordi Nino Lisi

Più che di declino credo che si debba parlare di fine della sinistra che abbiamo conosciuto e nella quale abbiamo militato nel secolo che è passato. Lo dico chiaramente, forse brutalmente, perché sono convinto che sbaglieremmo di grosso se volessimo tentare di rianimare gli insignificanti e inincidenti resti della sinistra, che sono sopravvissuti sino ad ora: non faremmo che prolungarne l’agonia. Peggio faremmo se provassimo a far nascere qualcosa che le somigliasse: nascerebbe morta Il mondo è radicalmente cambiato ed una sinistra come quella che ha segnato il novecento non è riproponibile, è superata, non servirebbe.

Per evitare fraintendimenti, dico subito che non sono di quelli che sostengono che la distinzione tra destra e sinistra non abbia più senso. Secondo me ne ha di senso, eccome! Non è infatti che le classi siano scomparse; tutt’altro; ma si sono scomposte e ricomposte altrimenti. Non è che la lotta di classe non vi sia più: è ben presente, eccome; ma è combattuta da una parte sola (con una veemenza maggiore di prima e con forme e mezzi anche nuovi). Ma non c’è l’altra parte che si contrapponga.

Di una sinistra quindi c’è un disperato bisogno. Ma ne va fondata una nuova, all’altezza dei tempi, capace di “leggere” il mondo come è oggi, comprenderne le logiche e le dinamiche dominanti, individuare ed organizzare i soggetti che possono essere oggi protagonisti di cambiamenti in seno alla società; una sinistra in grado di escogitare forme e mezzi di lotta che possano incidere sull’attuale contesto economico e sociale. Se è questo che ci proponiamo, allora ha senso provarci. Altrimenti verrebbe da usare una frase vecchia di 2000 anni, ma tuttora attuale: lasciate che i morti seppelliscano i morti.

Credo che si debba partire da una presa d’atto. La sinistra che c’era è andata declinando sino, secondo me, ad essere prossima a scomparire perché, abbarbicata alle proprie categorie, non ha saputo svilupparle e – non aggiornando più le sue chiavi di lettura della realtà – è stata incapace di capirne e quindi di fronteggiarne i profondi mutamenti. In altri termini non ha capito, ma anzi nemmeno si è posta l’interrogativo, di cosa volesse dire “essere comunisti oggi”, come suonava il titolo di un seminario che Ivano Di Cerbo promosse come uno degli ultimi atti del Pdup romano, prima che si sciogliesse. I più, a sinistra, hanno decretato la fine del comunismo ed hanno smesso persino di usare questo termine, condannandosi all’inicidenza; altri hanno pensato che significasse quel che aveva significato prima, condannandosi all’insignificanza.

Occorrerebbe un trattato per una lettura organica di questo declino. Ma i sette giorni che ci separano dall’assemblea sarebbero insufficienti. E poi non è mestiere mio. Non sono uno studioso, nel senso di uno che studia per mestiere. Sono solo un operativo curioso, che ha studiato e studia per cercare di capire il senso dei mestieri che di volta in volta fa. Per questo posso contribuire al dibattito indicando quel che dai miei punti di osservazione, quelli del lavoro e quelli della militanza, ho vissuto e sofferto come manifestazioni delle deficienze che hanno portato la sinistra all’attuale declino.

Provo ad elencare una sequenza di occasioni mancate.

I nuovi soggetti. Il capitale, per meglio aderire ai cambiamenti prodottisi nella logica dell’accumulazione e nei modi di produrre, si è avvalso per esercitare il proprio comando non più esclusivamente e poi nemmeno prevalentemente del rapporto di lavoro dipendente, ma anche di altre forme contrattuali: a partire dagli anni ottanta, l’utilizzo anche per prestatori e prestatrici d’opera del “rapporto coordinato e continuativo” (inizialmente configurato solo in riferimento ai soci, amministratori e sindaci di società) dette luogo alla comparsa del “lavoro parasubordinato” e dette avvio alla stagione dei “contratti atipici”. Nacquero i “nuovi soggetti”, quasi sempre più sfruttati ed alienati dei “lavoratori dipendenti”. Contemporaneamente si diffuse la pratica dello spin off, si estese il “conto terzi” e si assistette alla nascita di piccolissime imprese individuali o familiari ad opera di lavoratori in cassa integrazione. Nacque quella che Detragiache chiamò imprenditoria popolare, assai spesso oggetto ed essa stessa veicolo di sfruttamento.

​Di tutto ciò la sinistra, anche il manifesto, non comprese la natura e di conseguenza non riconobbe queste nuove figure di lavoratori come soggetti della cui rappresentanza e tutela dovesse darsi carico insieme a quelle dei lavoratori dipendenti. Mancò il passaggio dalla “centralità operaia” (che Craxi a torto dichiarava superata) alla “centralità dei lavoratori”. Ricordo in proposito un acceso confronto su questo tema in una tavola rotonda alla Casa della Cultura tra Rossanda, che non si capacitava dell’importanze dei nuovi soggetti, e me; ricordo pure che sulle pagine del quotidiano comunista si usò il termine “bottegai” per qualificarli. E così ci siamo così trovati i “bottegai”, le “partite iva” e i “cococò” (e poi tutte le altre categorie di lavoratori parasubordinati moltiplicatesi nel tempo) tra gli elettori della Lega che in questo senso (e solo in questo senso) si sarebbe potuta considerare come “costola della sinistra”, e successivamente tra quelli di Forza Italia. Il bello è che, come è noto, in quegli elettorati sono confluiti, specialmente al Nord, anche consistenti parti di quella classe operaia rimasta in cima alle preoccupazioni e alle attese della sinistra.

L’allargamento dell’area dello sfruttamento e dell’alienazione. Nella fase post fordista i modi nuovi di produzione e le modificazioni della logica dell’accumulazione hanno portato anche la estensione del dominio del capitale dal momento della produzione a quello del consumo, sicché sfruttamento ed alienazione non hanno più colpito soltanto o soprattutto i “produttori e le produttrici” ma anche i consumatori e le consumatrici, che in quanto tali non hanno trovato adeguata tutela né rappresentanza nella sinistra. Potrebbe forse ricondursi a ciò l’arresto di quel processo che negli anni settanta andò sotto il nome di proletarizzazione dei ceti medi di cui in termini elettorali aveva beneficiato soprattutto il PCI. La sinistra ha poi invano cercato di recuperarne i consensi con una “corsa al centro” che non ha dato risultati. E non poteva darli, secondo me, perché impostata meramente su di un piano che una volta si sarebbe chiamato sovrastrutturale, trascurando di analizzare i fattori strutturali del fenomeno.

Le nuove contraddizioni. La società si è evoluta ed è divenuta più complessa. Nuove contraddizioni sono emerse ed hanno dato vita a nuovi movimenti: in primo luogo la contraddizione di genere, maschio/femmina; e poi quella ambientale, produzione/ambiente; quindi quella pacifista, guerra/pace. Che si sono andate ad aggiungere a quella capitale/lavoro intorno a cui la sinistra si era originariamente formata. Lidia Menapace, con la quale la parte del Pdup che non confluì nel PCI dette vita all’esperienza dell’MpA (Movimento Politico per l’Alternativa), li chiamava contraddizioni dotate di capacità fondativa. La sinistra ne ignorò la lezione. Continuò ad incentrare la sua attenzione, quando lo fece, su quella che riteneva essere la contraddizione principale, invece di provare ad intrecciarle tutte per farle interagire tra loro ed ottenere nuove chiavi di lettura della società e nuovi più adeguati orizzonti di lotta ed indirizzi politici. Non ha saputo perciò arricchirsi dell’apporto culturale di movimenti con i quali avrebbe dovuto stabilire forti alleanze e collaborazioni. Anzi non raramente vi è entrata in conflitto opponendo la difesa del lavoro alla difesa ambientale e alla difesa della pace, incapace di trovare soluzioni ad un livello più alto, a quello cioè di un disegno diverso di società. Si sono avuti per questo dei fallimenti gravi, emblematicamente indicabili nell’insuccesso della campagna per la conversione delle industrie belliche, di cui l’Italia conserva un triste primato, e nella tragedia di Taranto.

L’innovazione tecnologica ed il governo della fabbrica. Tre delle componenti della fabbrica sono fortemente legate tra loro ed interdipendenti: tecnologia, organizzazione e cultura. L’innovazione di una costringe ad innovare anche le altre due. Le nuove tecnologie elettroniche, introdotte a partire dagli anni ottanta, per le specificità che presentano, avrebbero consentito l’adozione di modelli organizzativi ed un adeguamento dei saperi, dei ruoli e dei comportamenti che avrebbero comportato modificazioni significative nella struttura di governo della fabbrica. Questa opportunità fu colta da un sociologo del lavoro, docente dell’Università di Perugia, Giovanni B. Montironi, il quale sperimentò nella fabbrica di Arese dell’Alfa Romeo l’organizzazione a “isole”. Questa esperienza, che destò molto interesse, fu illustrata in un libro edito da Franco Angeli nel 1986. La Fiat chiese a Montironi, che acconsentì, di poterlo adottare nei corsi di formazione dei propri dirigenti. Dopo poco tempo la Fiat acquisì l’Alfa Romeo, compresa la fabbrica di Arese. Tra le primissime decisioni della nuova proprietà ci fu quella di sopprimere il modello organizzativo introdotto da Montironi. Se ne discusse al convegno dei circoli comunisti svoltosi a Venezia ai primi degli anni novanta. Ne chiesi il motivo ad un sindacalista della Fiom, sembrandomi la decisione della Fiat in aperta contraddizione con l’interesse mostrato per il libro della Franco Angeli. Mi rispose immediatamente, senza esitazione: “Hanno capito che si stavano creando piccoli punti autonomi di potere dentro la fabbrica”. Il padrone lo capì subito, la sinistra no. Può darsi che io sia poco informato, ma non ho notizia che la negoziazione sindacale in materia di organizzazione del lavoro abbia mai superato il tradizionale approccio meramente difensivo. L’occasione offerta dall’introduzione dell’innovazione tecnologica per modificare i rapporti di forza almeno dentro le imprese di certe dimensioni è stata mancata.

La globalizzazione. Per lunghi anni ci siamo trovati di fronte a due inconcludenti atteggiamenti della sinistra rispetto al fenomeno della globalizzazione. Uno assumeva che la globalizzazione andasse arrestata o quanto meno boicottata.; quasi redarguito da Pietro Ingrao lo propose Bertinotti, a Venezia, al convegno di “circoli comunisti, invitando “a gettare sabbia negli ingranaggi”. L’altro di chi pensava (e pensa) di poterla cavalcare credendo che si possa distinguere una globalizzazione buona da una cattiva e parla di globalizzazione dei diritti e di altre ingenuità del genere.

Eppure non era impossibile capire quel che stava avvenendo, ciò che stava per accadere e come affrontare le grandi trasformazioni in atto.

In un documento che reca la data dell’8 novembre del 1993, dal titolo “Occupazione e Disoccupazione nel nuovo modello economico” predisposto per la Convenzione per l’Alternativa, si dava per “assai probabile, forse addirittura inevitabile … una riduzione del potere di acquisto delle masse e quindi un restringimento della domanda ” e, considerato il capitale “non più in grado di sostenere una prospettiva di pieno impiego” – ciò che “si traduce nell’indebolimento dello stesso mondo del lavoro” -, sosteneva che per evitare “le conseguenze della spaccatura della società e del deterioramento, se non della crisi verticale, della democrazia… le soluzioni che il capitale non è capace di mettere in campo devono essere perseguite per altre vie, dandosi carico ci coprire in proprio, ma con una diversa logica, con differenti modelli, con la propria struttura di valori, gli spazi che l’avversario non è più in grado di coprire e di gestire o non ha interesse a farlo.” E sottolineava: “Non si tratta di sostituirsi all’avversario. Si tratta di passare da una coesistenza subalterna ad una coesistenza competitiva, sapendo che coesistenza competitiva non vuol dire assenza di conflitto”. Il documento concludeva così: “L’attuale crisi può dunque fornire alla sinistra, che appare sconfitta, lo spunto per costruire un principio di alternativa possibile”.

A non diversa indicazione giungeva tra il 2005 ed il 2006 A.R.C.O., Associazione per la Ricerca e la Comunicazione, in cui ritroviamo il Prof. Montironi, che in un documento “Idee per una nuova politica” sosteneva che “Per uscire dalla spirale senza uscita, nella quale il nostro sistema sembra essersi perduto, sembra che vi si una sola radicale via di uscita: cambiare il metro di misurazione delle attività umane, includendovi quelle esigenze basilari della vita e dell’ambiente, che attualmente sono trascurate, e che il sistema dominante non riesce a misurare. Sappiamo benissimo che il problema di un nuovo sistema economico terrà duramente impegnati i governi e le popolazioni, non senza conflittualità, per almeno vent’anni a venire”.

Ma alla sinistra nei decenni trascorsi non si sono presentate solo elaborazioni ed indicazioni di carattere teorico, ma anche proposte per passare dalle idee ai fatti.

Nel 1983, fu presentata da Coopsind alla Segreteria Generale della CGIL la proposta, elaborata da un gruppo di lavoro coordinato da Silvano Levrero, concernente l’Attuazione di un Fondo Comune dei Lavoratori per l’Investimento e l’Occupazione. Si trattò di una articolata proposta di raccolta e di modalità di impiego di risorse finanziarie per la creazione di lavoro. A seguito di una riservata ed informale esplorazione con l’ASAP (l’associazione di rappresentanza delle aziende petrolifere pubbliche) si delineò l’ipotesi che l’ENI, che stava sperimentando le prime forme di job creation in Italia, fornisse le competenze necessarie per dare concretezza alla proposta del Coopsind. Essa però non trovò consensi sufficienti all’interno della CGIL e non ebbe seguito.

Di recente, nel 2011, la Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, periodico della CGIL, ha pubblicato una proposta non dissimile, del Centro Sudi Federico Caffè, con il titolo significativo “Lavoro e Redditi. Dagli a Nuove Forme di Organizzazione Economico-Sociale”. Anche questa volta non pare che la proposta riesca ad aver seguito.

A sinistra, insomma, per l’evidente mancanza di un’analisi appropriata della realtà, c’è l’incapacità di affrontare con mezzi e modalità nuove i problemi generati da una situazione del tutto diversa da quelle passate di cui non riesce a comprendere il senso. Attualmente la sinistra si affida alla speranza di una crescita che difficilmente verrà e che se venisse aumenterebbe le sperequazioni sociali ed i danni ambientali ,senza risolvere il problema della occupazione. Nell’attesa si illude che la gravità della situazione possa essere blandita con “incentivi” all’occupazione. Intanto la disperazione sociale aumenta ogni giorno.

Dall’alternativa all’alternanza. Ci fu un dibattito, su il manifesto, alcuni decenni fa, che ebbe vita brevissima. Partì da un interrogativo: “Uscire dalla crisi del capitalismo o dal capitalismo in crisi?” Interrogativo che in altre parole proponeva di scegliere tra riforme nel sistema e riforma del sistema o, in parole ancora diverse, tra un approccio rivoluzionario (che non significa necessariamente il ricorso alle armi, come le donne, Mandela e Ghandi hanno mostrato) e riformismo. Quando ero giovane, riformismo era quasi una parolaccia e dare del riformista a qualcuno pressappoco un insulto. Ora siamo all’apogeo del riformismo. Dal porsi come alternativa al sistema dominante, la sinistra si è adattata a gestirlo in alternanza con la destra. Ha rinunziato cioè ad essere se stessa. Ecco perché non di declino può parlarsi ma di fine. L’interrogativo posto da il manifesto andrebbe dunque ripreso per costruire una risposta del tutto opposta a quella che nei fatti la sinistra gli ha dato.

La ricostruzione della sinistra. Può avvenire, ma sulla base della fondazione di una nuova cultura. Al riguardo ci si potrebbe rifare alla lezione di Adriano Olivetti che a conclusione di “Il cammino della Comunità” scriveva “Il mondo moderno ha bisogno di nuovi schemi, di nuovi miti, poiché nella coscienza dei suoi uomini migliori ha perso vigore o si è perduto quanto era idea-forza negli ultimi cento anni. Cosa significano allora, per le nuove generazioni, democrazia, liberalismo, marxismo? La verità non può essere imprigionata in formule parziali, semplicistiche o astratte. Ma deve dare luogo a una sintesi creativa dove quanto è vivo e vitale della democrazia, del liberalismo, del socialismo, trovi una nuova e più viva espressione”. Si tratta di uno scritto di diversi decenni fa che mi sembra possa fornire una indicazione utile anche oggi.

Questo articolo è stato pubblicato sul sito della Fondazione Pintor il 24 giugno 2013

Autore dell'articolo: Amministratore

1 commento su “Siamo al declino o alla fine della sinistra?

    Angelo

    (6 Luglio 2013 - 12:04)

    Innanzitutto grazie. Un contributo che è alimento necessario per il mio “spirito”. Quello che manca è una prospettiva mondiale. Assenza aggravata dalla condizione di estrema anomalia della storia della sinistra italiana nello scenario internazionale. Cosa con cui, caduto il velo del Muro, la sinistra italiana non ha mai fatto i conti. Eppure si può pensare di essere comunisti solo e unicamente in questa dimensione. Diversamente si è qualcosa di cui non abbiamo coscienza. Ed è questa condizione “idealista” l’altro elemento che non mi convince. L’alternativa al capitalismo torna ad essere un puro sforzo “soggettivista” e non il frutto di una lettura materialistica delle dinamiche reali. Siamo così lontanissimi dai fondamenti teorici del dirsi comunisti. Un paradosso che io non voglio assumermi.

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