Nelson Mandela - Foto di Universidad Europea de Madrid

Nelson Mandela: la storia di un uomo che si fa storia di diritti civili

di Maurizio Matteuzzi

L’8 giugno scorso Nelson Mandela è stato ricoverato d’urgenza in un ospedale di Pretoria, la Heart Mediclinic, per i problemi di cuore e polmoni sorti nei suoi 27 anni di prigione. Da dicembre era la quinta volta, la più lunga e, forse no ma probabilmente sì, anche l’ultima. Le sue condizioni erano e restano critiche. Neanche Barak Obama, in visita di stato a Johannesburg, il primo presidente afro-americano degli Stati Uniti, ha potuto avvicinare il primo presidente africano (e non afrikaner) del Sudafrica, il “suo eroe personale” e “fonte di ispirazione”.

Le chiese e gli scolari sudafricani pregano senza soste per lui ma probabilmente Nelson Mandela è ormai aggrappato alla vita solo grazie alle apparecchiature mediche. Per dare tempo a lui di morire, chissà, il 18 luglio, una data fortemente simbolica: lo stesso giorno del 1918 in cui, 95 anni fa, nacque nel villaggio di Qunu, provincia dell’Eastern Cape (dove ha detto di voler essere seppellito con una “cerimonia semplice in una tomba semplice”); e soprattutto dare tempo al paese – il governo del e presidente Jacob Zuma; l’African National Congress, il partito-Stato; la maggioranza nera e anche, paradosso solo apparente, la minoranza bianca – per prepararsi alla perdita definitiva del padre della “Rainbow Nation”.

Perché se è vero che Mandela è uscito dalla scena politica attiva da quasi tre lustri, nel 1999 al termine dei suoi primi e ultimi cinque anni di presidenza, e dalla scena pubblica ufficiale nel 2004 ( “Non chiamatemi più, nel caso sarò a chiamare voi”, disse), resta un simbolo poderoso – anzi il simbolo vivente, forse l’ultimo, con l’arcivescovo Desmond Tutu che però ha di recente annunciato la sua rottura definitiva con l’ANC – di un’epopea tragica e grandiosa verso la liberazione e di quello che il Sudafrica democratico e a-razziale prometteva di essere e avrebbe potuto essere dopo il 1994. Un lungo addio che ora sembra essere arrivato alla fine.

Mandela è la personalità più carismatica del XX secolo sudafricano e una delle più carismatiche nel mondo. Una sorta di coscienza dell’umanità, una icona globale capace di smuovere i cuori e le menti di masse sterminate, come fu per il grande concerto “Free Mandela” del giugno 1988 allo stadio di Wembley, l’altro megaconcerto londinese a Hyde Park nel 2008 per i suoi 90 anni o il “Mandela Day” del luglio 2009 a New York in occasione dei suoi 91 anni (in cui la Fox di Murdoch toccò l’apice del ridicolo oscurando i messaggi politici che si inframezzavano alla musica). Nell’immaginario popolare, sia dentro che fuori il suo paese, è quanto di più vicino ci sia, prima ancora che a un eroe, a un santo vivente.

Mandela è l’uomo che ha guidato la lotta contro quella oscenità nazi che fu il sistema di apartheid nel Sudafrica bianco. Un uomo, è bene non dimenticarlo specie nei momenti della beatificazione, per molto tempo definito, non solo dai nazisti anglo-boeri al potere a Pretoria, un “terrorista” e poi, da presidente, più volte accusato di essere troppo amico dei suoi “compagni in armi” Fidel Castro e Muammar Gheddafi; un sistema politico ed economico sostenuto fin quasi all’ultimo da potenze politiche e potentati economici dell’Occidente democratico. Poi, dopo la sua liberazione dal carcere, l’11 febbraio 1990, fu il protagonista assoluto del “miracolo” – o, visto con il filtro degli anni e dei risultati raggiunti, del “presunto miracolo” – della riconciliazione razziale e della transizione pacifica in un tempo in cui nel mondo già si annunciavano guerre e pulizie a sfondo etnico e religioso.

Un’ immagine e una storia favolose e per di più in buona sostanza vere. Perché è verissimo (e ovvio) che il Sudafrica di oggi sia straordinariamente diverso da quell’orrore politico-economico che Mandela si trovò di fronte quando uscì di prigione nel 1990 e si sedette a negoziare la transizione con l’ultimo presidente del potere bianco, Frederik Willem de Klerk (che ridicolmente condivise con lui il Nobel per la pace del ’93: come Kissinger, Begin, Obama del resto…). Il Sudafrica di oggi è una democrazia liberale, con un governo a-razziale, una classe media nera dinamica, un sistema mediatico vivace, libertà politiche consolidate e un’economia in espansione – la maggiore d’Africa anche se colpita dalla crisi globale e nel 2009 caduta in recessione – che ha spinto di diritto il paese fra i BRICS – Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica -, le economie emergenti sulla scena mondiale che aspirano al ruolo di global player.

Va Mandela il merito di aver fatto della “Rainbow Nation” una democrazia liberale salvando il paese da una incombente guerra civile e la minoranza bianca – 4.6 milioni in tutto su 50, meno del 10% – o dal suicidio di massa o dalla fuga. Anche se il costo, per il “nuovo” Sudafrica e la sua immensa maggioranza nera, è stato pesantissimo: la garanzia che le sproporzionate (o meglio scandalose) ricchezza e potere della minoranza bianca non sarebbero state toccate. Quasi vent’anni dopo il primo voto democratico del 1994 e la memorabile elezione di Mandela, oggi, in generale, i bianchi sudafricani non sono mai stati così ricchi, così tranquilli, così liberi. Un recente studio del South African Institute of Race Relations sostiene che i bianchi se la stanno passando benissimo, un altro studio rivela che la maggioranza degli amministratori delegati e dei top manager è tuttora bianca, almeno fino al 2005 solo il 4% delle aziende quotate nella Borsa di Johannesburg erano possedute o controllate da neri. E gli esempi potrebbero continuare.

Ecco perché è per un paradosso solo apparente che anche i bianchi guardano con apprensione al dopo-Mandela. Hanno paura che le contraddizioni clamorose e i debiti pendenti di questi primi 20 anni di governo ANC facciano saltare il banco. Sarebbe bello, in morte di Mandela, poterlo celebrare solo per la sua straordinaria statura di’uomo che ha sfidato e sconfitto il sistema di apartheid e di leader della “miracolosa” transizione democratica e riconciliazione razziale, attribuendo gli errori e gli orrori della situazione sociale ed economica del “nuovo” Sudafrica solo ai suoi pessimi successori passati (Thabo Mbeki), attuali (Jacob Zuma) e futuri (Cyril Ramaphosa, ex leader prestigioso del sindacato dei minatori divenuto nel frattempo businnesman miliardario e indicato come possibile presidente del dopo-Zuma).

In realtà fu Mandela che nel corso dei negoziati con De Klerk e poi durante la sua presidenza scelse, subì, accettò, praticò una politica economica “market-friendly”, amica dei mercati ma disastrosa e iniqua per la grande maggioranza povera dei neri sudafricani. Fu Mandela presidente che nel ’96 presentò come “non negoziabile” il suo programma iper-liberista GEAR (“Growth, Employement and Redistribution” ). La nazionalizzazione delle “banche, miniere e industrie monopolistiche” promesse e scritte nella Freedom Charter del 1955, il documento fondativo dell’ANC, e ribadite da Mandela ancora nel gennaio ’90, un mese prima della sua liberazione, come “la linea politica” dell’ANC il cui “mutamento o modifica è inconcepibile”, è svanita subito nel nulla sotto la spinta della riconciliazione nazionale con i bianchi, della governance capitalista, dei mercati internazionali e delle potenze liberal-liberiste dell’Occidente.

Il risultato, dopo 20 anni, è che il “nuovo” Sudafrica era e rimane uno dei paesi più diseguali e iniqui del mondo quanto a distribuzione della ricchezza, e pur essendo un paese arcobaleno e a-razziale, la razza è ancora il fattore decisivo della diseguaglianza-iniquità, nonostante la politica del “black empowerment” avviata dal governo ANC: dal 1994 il numero dei sudafricani (neri) costretti a vivere con meno di un dollaro al giorno è raddoppiato così come il numero dei sudafricani milionari (molti bianchi e qualche nero), l’aspettativa di vita è diminuita di 13 anni, il tasso di disoccupazione fra i neri (almeno fino al 2006) è passato da 2 a 4 milioni.

Redistribuzione della terra – che per il 70% resta ancora nelle mani di bianchi -, politica della casa e delle scuole, salute, acqua e corrente elettrica, risanamento delle township, salari? O non è stato fatto niente o è stato fatto troppo poco, mentre il paese si dibatte nella corruzione sfacciata e nella violenza diffusa (una sorta di primitiva redistribuzione), le compagnie minerarie e la finanza fanno festa.

Forse è troppo crudo il giudizio di Naomi Klein che nel suo illuminante “Shock Economy” parla di “svolta decisiva del Sudafrica verso il thatcherismo” e riporta maliziosamente un articolo apparso nell’ottobre ’94 sul Wall Street Journal in cui si scriveva che “Mandela di recente somiglia più a Margaret Thatcher che al socialista rivoluzionario che un tempo si riteneva fosse”. Forse non si poteva fare altro, pena la guerra civile e il collasso economico. Ma nessuno può dire con certezza cosa avrebbe potuto essere il “nuovo” Sudafrica (e non solo) se allora Mandela, l'”Invictus” tratteggiato da Morgan Freeman nel film di Clint Eastwood, e l’ANC, forti del prestigio immenso di cui godevano in quel momento di vittoria e di gloria, avessero resistito e respinto l’imposizione dell’ortodossia liberista e si fossero azzardati a spingere “il lungo cammino verso la libertà” – l’autobiografia di Mandela – oltre la soglia della conquista del governo e dello Stato nel mare incognito della riappropriazione e redistribuzione delle risorse e delle ricchezze illegittimamente confiscate dalla minoranza bianca ai neri.

Si vedrà cosa sarà la “Rainbow Nation” del dopo-Mandela e saranno gli storici a rispondere sul ruolo complessivo da lui giocato nella storia del Sudafrica, dell’Africa e dell’umanità. Comunque un grande del’900, un gigante, anche se un uomo e non un santo.

Autore dell'articolo: Amministratore

2 commenti su “Nelson Mandela: la storia di un uomo che si fa storia di diritti civili

    Gianni Sartori

    (18 Maggio 2014 - 23:49)

    “VIDI QUEL VOLTO E MI PARVE FAMILIARE…” (in memoria di Nelson Mandela)

    “Il giorno dopo, con la giacca a vento e il baschetto verde, stavo in piedi davanti a un muro. Papà mi scattava una foto e io feci un’espressione simile a quella di una tigre che ruggisce o a una foca che sbadiglia. Dietro di me, il vero soggetto della foto: due manifesti formato gigante. Nel primo si vedeva una donna con due grandi ali che diceva: “Diritti per tutti”. Il secondo mostrava una faccia nera che occupava tutto il manifesto. Stavamo camminando per quelle strade larghissime di Parigi fatte apposta per far passare i carri armati. Vidi quel volto e mi parve familiare. Sotto, c’era scritto: LIBERTE’ POUR NELSON MANDELA!”. Ecco chi era! Uno di quelli della mostra. Uno dei capi di tutta la faccenda. Uno del paese senza nome. Vederlo così, con la barba e gli occhi tristi, mi faceva dispiacere. Mio papà provò a staccare il manifesto per portarselo via.”.
    Così Leonora ricordava (in “La forma incerta dei sogni” PM editore) il suo primo giorno nella capitale francese, a sette anni. Nella sua personale interpretazione della Marianne (la “donna con le ali”) e dei boulevards (le avevo spiegato la demolizione del tessuto urbano originario nella Parigi dell’800 per impedire la costruzione di barricate e permettere all’artiglieria di manovrare), aveva prontamente riconosciuto il volto del prigioniero di cui in famiglia si discuteva spesso e per la cui liberazione si raccoglievano firme. Era il 1986, probabilmente l’anno più drammatico per il Sudafrica dove la popolazione nera si stava ribellando contro il sistema dell’apartheid.
    Il 19 febbraio ad Alexandra (Johannesburg) la polizia sudafricana si rese responsabile dell’ennesimo eccidio uccidendo una ventina di manifestanti. A tre giorni di distanza gli scontri proseguivano nella città assediata, circondata dall’esercito e isolata dal resto del paese.
    Il governo di Pretoria stava cercando in ogni modo di impedire il dilagare delle proteste, non solo attraverso la repressione, ma anche innescando con provocazioni “da manuale” conflitti interni ai diversi gruppi politici per scatenare faide e regolamenti di conti. Con l’intento di alimentare nell’opinione pubblica l’idea che i neri non fossero in grado di autogovernarsi e legittimare quindi l’intervento della polizia definita “imparziale”.
    L’anno prima, il 1985, era stato attraversato da un grandioso ciclo di lotte contro l’apparato burocratico-militare statale. Il 21 marzo a Langa (Uitenhage-Port Elisabeth) la polizia celebrava a modo suo l’anniversario della strage di Sharpeville del 1960: aprendo il fuoco con fucili da caccia grossa su un corteo funebre (composto prevalentemente da donne e bambini) e provocando una ventina di morti. Altrettanti neri erano stati ammazzati in circostanze analoghe nella settimana precedente. A fine aprile 1985 le vittime della repressione dall’inizio dell’anno erano oltre centocinquanta. In maggio il “Comitato di sostegno ai parenti dei detenuti” (DPSC) informava che “nelle ultime settimane 21 persone sono morte nelle mani della polizia in seguito a interrogatorio, cinque dall’inizio di aprile”. Negli ultimi venti anni i morti accertati nelle stazioni di polizia risultavano essere 63 (24 nel solo 1984), la maggior parte per ferite alla testa. Il DPSC denunciava poi la scoperta di una fossa comune di almeno cinquanta cadaveri sepolti clandestinamente dalla polizia in marzo nella township di Zwide.

    La mobilitazione degli abitanti dei ghetti neri si fondava sulla tattica di aggregarsi, attaccare e disperdersi, contemporaneamente in più punti del paese. Ferma restando la disparità incolmabile tra chi lanciava pietre e chi sparava. Altrettanto efficaci le innumerevoli azioni di lotta nonviolenta (dal boicottaggio dei negozi di proprietà dei bianchi alla partecipazione di massa ai funerali dei militanti caduti), determinanti per la ricomposizione della comunità oppressa.
    A venir messo in discussione ormai non era soltanto il monopolio del potere da parte dei bianchi, ma anche il ruolo delle multinazionali occidentali (o meglio, delle loro succursali) che realizzavano enormi profitti grazie allo sfruttamento intensivo della manodopera indigena. Tra le altre, a futura memoria: Coca Cola, IBM, Generals Motors, Alfa Romeo, Union Carbide, Olivetti, IRI, Ford, Siemens, Wolkswagen, Bosch, Renault, Leyland, Goodyear, Toyota, Nissan, Ciba, Nestlé, Spie-Batignelles, Pechiney, Rio Tinto Zinc, Barklays, Gec, BP, Shell, Mobil, Control Data Mark. Caltex ecc. Nel settembre del 1985, con l’assalto congiunto di neri e meticci ai quartieri residenziali della ricca borghesia bianca, si era giunti a livelli di scontro fino a qual momento impensabili.
    Contemporaneamente il movimento sviluppava una capillare azione contro le “quinte colonne” dell’apartheid nei quartieri neri: collaborazionisti, funzionari locali, “quisling”, spie e infiltrati. In questa drammatica spirale di lotte, repressione e nuove lotte e nonostante le stragi, gli squadroni della morte, le torture, i licenziamenti di massa e le conseguenti deportazioni (a fine aprile più di 17mila minatori per uno “sciopero illegale” nelle miniere della Anglo-American e della Anglo-Waal), le masse popolari sudafricane sembravano avviate autonomamente verso l’insurrezione. E’ significativo che soltanto alla fine del giugno 1985, dopo mesi di scontri e rivolte, l’ANC lanciasse un suo appello a prendere le armi contro il governo segregazionista.
    Questo nuovo ciclo di lotte (determinante dopo le sconfitte degli anni sessanta e settanta -v. Soweto- e di cui si possono individuare le origini nei tumulti scoppiati quasi contemporaneamente in otto città-satellite nere il 3 settembre 1984) aveva conosciuto naturalmente anche i suoi fallimenti. Era clamorosamente naufragata la manifestazione del 28 agosto 1985 al carcere di Pollsmoor, impedita con centinaia di soldati, poliziotti, cani, blindati, fucili e fruste. Organizzata e preannunciata con clamore da alcuni leader religiosi (immediatamente arrestati) come un decisivo confronto tra governo e movimento antiapartheid (Boesak aveva dichiarato che avrebbero “rivoltato dalla testa il paese”), nella sua spettacolarità aveva assunto forse troppa importanza, esponendo i manifestanti alla repressione più totale e indiscriminata. Per tutto l’85 sarà un crescendo di lutti. In agosto, dopo tre giorni di scontri, tra i neri si contano oltre trenta morti. E il massacro della popolazione nera in rivolta proseguirà inesorabilmente anche negli anni successivi.
    Contro cosa si erano ribellati i neri del Sudafrica, oltre che contro la discriminazione razziale?
    Un lungo elenco di buone ragioni: lo sfruttamento bestiale nelle miniere, nelle fabbriche, nelle fattorie-prigioni; l’alto livello di mortalità infantile (ufficialmente, 15% nei ghetti neri metropolitani, 25% nelle homelands, ma in realtà molto superiori, secondo l’ANC, arrivando al 50%); i lager per prigionieri politici come l’isola di Robben; le campagne di sterminio fuori dei confini contro i campi profughi (un migliaio di vittime a Kassinga nel 1977 e altri attacchi in Botswana e Leshoto tra il 1984 e il 1985 ); le condizioni di vita subumane per donne, vecchi, bambini, disoccupati e per tutti coloro che restavano esclusi dal mercato della forza lavoro; gli omicidi bianchi nelle miniere (nel 1985 a Secunda con decine di vittime), spesso per trascuratezza e cinismo da parte dei capisquadra bianchi; sempre nelle miniere la media di un morto ogni venti ore; la morte precoce dei minatori che estraevano l’uranio in Namibia, occupata dalla RSA che vi aveva introdotto l’apartheid;
    le torture, le uccisioni in carcere, le esecuzioni, le “sparizioni” di oppositori (un caso fra tanti, quello dei tre militanti del “Port-Elisabeth Black Civic Organisation” nel marzo 1985 e di altri esponenti del PEBCO, Sipho Hashe, Qaquvuli, Godolozi e Champion Galela) e gli squadroni della morte statali e parastatali (nel solo mese di giugno 1985 l’uccisione di quattro dirigenti dell’UDF a Cradok e di otto esponenti del COSAS); l’arresto e talvolta anche la tortura di bambini (come gli 800 dai 6 ai 13 anni a Soweto nell’agosto 1985) per non essere andati a scuola o per aver violato le norme dello stato di emergenza; i più di cento bambini morti di fame ogni giorno in quello che è uno dei paesi più ricchi del mondo. Oltre, naturalmente, al sacrificio di migliaia di “dannati della terra” caduti nelle lotte degli ultimi anni, da Sharpeville a Soweto.
    Ora, appare evidente che in Sudafrica, nonostante la fine dell’apartheid, molte di tali questioni rimangono drammaticamente aperte. Va ricordato che ancora negli anni ottanta, il regime di Botha aveva finanziato e favorito la nascita di una borghesia clientelare nera (permettendo a qualche imprenditore di costituire società al di fuori dei bantustan). Attualmente anche molti esponenti dell’ANC si sono trasferiti nelle aree di lusso, con ville e campi da golf. Con il risultato che mentre sono diminuite le disparità tra bianchi e neri, sono vertiginosamente aumentate quelle all’interno della comunità nera. E naturalmente le multinazionali (in particolare quelle anglo-statunitensi) hanno potuto conservare il loro potere quasi inalterato. Ma sarebbe comunque ingiusto attribuire troppe responsabilità a Mandela. Un uomo che aveva dignitosamente fatto la sua parte contro l’ingiustizia istituzionalizzata. Sicuramente molti tra i suoi seguaci e successori – in particolare Zuma – non si sono mostrati all’altezza e il cammino da percorrere è ancora lungo (a cominciare da quella ridistribuzione delle terre che era nel programma originario dell’ANC), ma questo sopravvissuto a 27 anni di prigione (e, moralmente, anche alla “sfilata degli ipocriti” intervenuti al funerale) se ne è andato con il suo carisma di combattente della libertà praticamente intatto. Alle future generazioni il compito di completarne l’opera. Quanto alla sua eredità ideale e politica, più che dal presidente statunitense Obama, penso sia oggi rappresentata da “Apo” Ocalan, il leader curdo rinchiuso nelle galere turche.
    A chi scrive, con la morte di Nelson Mandela sono tornati alla mente i nomi delle innumerevoli vittime del regime dell’apartheid. Alcuni sono comunque passati alla Storia: Steve Biko (militante della SASO, morto sotto tortura), Victoria Mxenge (avvocato dell’UDF, uccisa da una squadra della morte), Joe Gquabi (oppositore, assassinato dai servizi segreti), Ruth First e Janette Curtis (entrambe con un pacco-bomba dei servizi segreti di Pretoria), Benjamin Moloise (poeta, impiccato), Neil Aggett e Andreis Radtsela (sindacalisti, morti sotto tortura), Dulcie Septembre (esponente dell’ANC, assassinata in Francia dai servizi segreti)…). Ma per un gran numero di assassinati il rischio è di essere definitivamente dimenticate. Chi si ricorda ancora di Saoul Mkhize, Samson Maseako, Taflhedo Korotsoane, Elias Lengoasa, Sonny Boy Mokoena, Mvulane, Bhekie…?
    Per ognuno, una piccola storia di sofferenze e umiliazioni ancora da raccontare.
    E un commiato affettuoso vada anche alle tante persone conosciute all’epoca del maggiore impegno per “strappare le radici dell’ingiustizia” e che nel frattempo ci hanno lasciato: Benny Nato, Alberto Tridente, Edgardo Pellegrini, Beyers Naudé…
    Un esempio per chi li ha conosciuti e per chi non ha avuto questo onore.
    Gianni Sartori (dicembre 2013)

    P.S. Quanto a Leonora, anni dopo, nel 2004, partì per Sharpeville (città-martire dove nel 1960 la polizia aveva aperto il fuoco con le armi automatiche contro una folla inerme che protestava contro il sistema dei lasciapassare, almeno una settantina di vittime) per incontrare di persona alcuni sopravvissuti alla prigione, alla tortura e alla condanna a morte sospesa soltanto il giorno prima dell’esecuzione (I “Sei di Sharpeville”: Duma Joshua Khumalo, Theresa Machabane Ramashamole, Oupa Moses Diniso, Mojalefa Reginald Sefatsa, Francis Manentsa Mokhesi e Reid Malebo Mokoena) perché “una vocina leggera mi disse che forse una generazione non basta. Le battaglie sono più lunghe e forse funzionano con il sistema della staffetta. Ci si passa il testimone”.
    Ma questa è già un’altra storia…

    dina

    (21 Ottobre 2013 - 14:04)

    mi dispiace tanto per lui , perchè è andato in prigione

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