Dossier violenza sulle donne: Rita, quando il male è economico / 3

Violenza sulle donne - Immagine dell'Anpi
Violenza sulle donne - Immagine dell'Anpi
di Natalia Marino

«A 23 anni mi sono sposata, a 24 ero laureata, a 25 ho avuto il mio primo figlio. A casa erano tutti fieri di me. A ripensarci, una tipa in gamba lo ero sempre stata, ma non mi ero mai sentita cullata così tanto da una corrente calda di accettazione e riconoscimento. I miei erano contenti di me, ma soprattutto si compiacevano del mio uomo. Aveva circa tre anni più di me e si stava affermando velocemente in una professione di prestigio.

All’ inizio ci aiutarono tutti e quattro i genitori e nel giro di pochissimi anni eravamo autonomi sul piano economico. Giorgio, mio marito, bruciava le tappe: si era discostato dalla sua formazione universitaria, una laurea in filosofia, e ora era ” in carriera” in un istituto di credito. A quel tempo, i suoi impegni non creavano problemi alla famiglia, stavamo bene. Io, sociologa, avevo interrotto ogni ambizione professionale per star dietro al bambino. Mi piaceva curare il nostro appartamento, crescere mio figlio, ascoltare musica, perdermi dietro a certi pensieri tutti miei quando la casa mi apparteneva.

Giorgio tornava ogni sera più stanco e crollava dal sonno, certe volte nemmeno assaggiava le cene magnifiche che cucinavo. Allora rimanevo indispettita tra le portate pronte e i fornelli sporchi, poi mi rifugiavo nella musica di Brahms. Andai avanti così per un po’, mediamente stordita, finché una sera mio marito mi parlò. Gua dagnava parecchio, certo, ma non abbastanza per tenersi al passo coi suoi colleghi: cene in ristoranti alla moda, vacanze in località prestigiose, possesso di determinati status symbol.

Era questo che ci serviva ora, secondo lui. Serviva per la sua carriera, a entrambi, al figlio che avevamo e a quelli che eventualmente sarebbero venuti. Mi beavo delle sue parole e non percepivo la contraddizione con ciò che affermava subito dopo: che, per il momento, sarebbe stato meglio non avere altri bambini, che era meglio andassi a lavorare. Ero o non ero laureata? Non che pensassi di fare la casalinga a vita, però avrei preferito fare le cose con i miei tempi. In realtà, non mi parve un grande sacrificio accelerarli un po’.

Il lavoro che trovai non era quello che avrei preferito ma non mi dispiaceva. Però non bastava. Giorgio mi spedì dai miei genitori a chiedere un prestito cospicuo. Benché non fossero ricchi, avevano tanta ammirazione e rispetto per mio marito che furono contenti di collaborare al benessere della nostra famiglia. Inoltre, tenevano loro il bambino ora che ero fuori casa quasi tutto il giorno. Così ci comprammo una macchina di lusso. Poi fu la volta della nuova casa.

Quella dove stavamo l’avevano comprata i nostri genitori in una zona che si era molto rivalutata e la vendemmo a un prezzo di tutto rispetto. Neanche un terzo, tuttavia, del valore di quella che Giorgio scelse: attico e superattico in zona residenziale. La rata del mutuo era inverosimile ed era un problema pagarla ogni sei mesi. Mi procurai una consulenza molto ben retribuita da affiancare al mio lavoro principale, ma la tempistica dei pagamenti non era mai regolare.

Mi ricordo di un Natale orribile, con la rata del mutuo che incombeva e circa 6.000 euro guadagnati che non arrivavano. Mio marito si trasformò in un mostro, mi urlava che non gli davo i soldi, che i suoi li aveva spesi tutti per la casa, per la scuola privata del bambino, per i miei capricci. Che ero una sanguisuga, una stronza, una tirchia, un’egoista. Stupefatta dall’irrazionalità di quelle accuse, tutte false e tutte ingiuste, accolsi con un certo sollievo la decisione di non partecipare al cenone organizzato dai miei e di restarsene a casa. La mia famiglia ebbe per lui parole di grande apprezzamento quando comunicai che era indisposto. Lavorava tanto, poverino, la sua carriera era coronata dal successo e non ci faceva mancare nulla. Mi sentivo sporca per le bugie che ero costretta a sostenere. A notte fonda, quando rientrai a casa col bambino, lui non c’era.

Di fatto, le sue assenze si facevano sempre più frequenti. Avrei dovuto capirlo subito, invece rimasi come una scema quando mi fu chiaro che fu solo per questo che la nostra relazione finì. Aveva cominciato a trattarmi male. Ripenso ancora con un brivido ai suoi sguardi di freddezza, di giudizio, di disprezzo. Non mi picchiò mai, ma quasi quasi lo avrei preferito. Almeno mi sarebbe stato più semplice oggettivare la mia condizione di vittima, e avrei affrontato con meno dolore la fine di un rapporto nel quale credevo fortemente. Forse…

Quando gli comunicai che volevo separarmi, accettò subito. Si licenziò dall’azienda in cui svolgeva il ruolo di manager e prese una consulenza che sicuramente si era premurato per tempo di ottenere. Girò la proprietà della macchina a sua madre, prosciugò il conto in banca, nel quale finivano anche i miei soldi perché lì venivano addebitate le rate del mutuo che di comune accordo pagavamo insieme. Tutto ciò per non pagare gli alimenti al bambino, per non collaborare alle spese di casa, per indurmi a lasciare la casa tutta a lui e andare a vivere dai miei che, come scrisse il suo avvocato, erano ancora “giovani e validi” e in buone condizioni economiche.

L’avvocata del servizio antiviolenza si sta impegnando per modificare le decisioni del tribunale civile in mio favore. Stiamo producendo carte e testimonianze per rivedere gli accordi patrimoniali. Le operatrici e le psicologhe, da parte loro, fanno molto per sostenermi, aiutarmi a ricominciare, a sentirmi nuovamente una donna in gamba. Mi ci vorrà ancora un bel po’ per riabbracciare, dentro me stessa, la ragazza felice che ero soltanto dieci anni fa».

Questo articolo è stato pubblicato sul mensile dell’Anpi Patria Indipendente, numero 6 del 2013

Autore dell'articolo: Amministratore

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