La protesta dei facchini: stranieri, sfruttati e senza garanzie

di Leonardo Tancredi

“Sciopero” e “lotta dura senza paura”: slogan che sanno di ritorno al passato e alla difesa di diritti primari. La novità – delineatasi ormai da qualche tempo a questa parte e confermata nei giorni scorsi – è l’accento di chi li urla: sono voci dal Maghreb e dal Bangladesh soprattutto quelle di cui si compone la protesta dei facchini che ieri ha invaso il centro di Bologna. Oltre 500 lavoratori della logistica provenienti da varie città italiane hanno sfilato insieme agli attivisti del Laboratorio Crash (molto impegnato negli ultimi mesi anche nella vertenza dei lavoratori dell’Ikea), dei sindacati Cobas e Usb e dei militanti del Partito dei Lavoratori e del Partito di Alternativa Comunista.



Al centro della protesta non solo le dure condizioni di lavoro, i contratti di precariato, il salario, il caporalato (“ci spacchiamo la schiena per 700 euro al mese” e ancora “nessuno dice che bisogna pagare i caporali con prosciutti e colonne d’oro), ma soprattutto il licenziamento di circa 40 dipendenti del consorzio Sgb che gestisce la logistica di Granarolo e Coop Adriatica. Il fatto scatenante è stata il taglio del 35% degli stipendi (portati appunto a 700 euro) giustificato dalla difficile situazione economica dell’azienda. L’apertura della vertenza sindacale e il protagonismo di un gruppo di dipendenti che ha denunciato pubblicamente quanto accadeva hanno fatto scattare i licenziamenti, con la motivazione che questi lavoratori avessero rilasciato dichiarazioni false e lesive dell’immagine dell’azienda.

La situazione difficile si è complicata quando la Commissione di garanzia sugli scioperi ha sentenziato che i lavoratori di quel comparto devono ottemperare a una serie di obblighi e preavvisi prima di dichiarare la sospensione dal lavoro, perché forniscono servizi essenziali. Una decisione interpretata come una vera e propria limitazione al diritto di sciopero.

Gli striscioni e gli slogan dei manifestanti non hanno risparmiato né i colossi cooperativi emiliani (Granarolo in testa), né l’amministrazione comunale, il questore Stingone e il prefetto Tranfaglia. La giornata era stata annunciata a rischio di incidenti dalla stampa locale, ma oltre i toni accesi degli interventi che si sono succeduti al microfono itinerante, non si sono registrate intemperanze di nessun tipo. Quello che fa più impressione è l’oggetto stesso della protesta: salario e diritto di sciopero, temi tornati a animare una triste attualità.

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