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Auto e non solo: il 28 giugno sciopero per uscire dall’emergenza

di Michele De Palma, responsabile auto Fiom-Cgil

In Italia un intero settore produttivo sta scomparendo e tutti fan finta di nulla, anzi, sembrano tutti sintonizzati sul canale dell’allora presidente del consiglio. Eravamo nel 2008: crisi passeggera, i soliti sindacalisti disfattisti che vogliono seminare il panico tra i tranquilli lavoratori che affollano pizzerie e ristoranti. Che non fosse così era evidente. Nelle assemblee gli effetti della crisi economica cominciarono a mordere subito con l’apertura delle procedure di cassa integrazione, mentre il governo innaugurava la la stagione degli sgravi sugli straordinari che tra imprenditori e politici e alcuni sindacalisti (CISL e UIL) ha avuto così tanto successo da arrivare sino ai giorni nostri.

La crisi nella filiera dell’automotive non è coincisa col 2008, è arrivata più tardi per via degli effetti degli incentivi alla rottamazione, per altre ragioni la stessa situazione si è determinata nel motociclo e nel movimento terra, mentre la meccanica agricola è sembrata un po più al riparo delle intemperie del mercato, almeno fino ad oggi. Ma quello che colpisce è che oggi dire che va tutto bene madama la marchesa significa essere corresponsabili di centinaia di migliaia di licenziamenti. E ad essere corresponsabili sono le imprese, le politiche governative e le organizzazioni sindacali.

Sembra ripetersi ogni giorno quello che è accaduto negli stabilimenti Fiat di Pomigliano e Mirafiori ogni giorno, come se ogni giorno alle lavoratrici e ai lavoratori metalmeccanici fosse sottoposto lo stesso ricatto di quei giorni: lavoro in cambio di diritti. Ma a distanza di anni guardiamo alla realtà dei fatti: dov’è il lavoro promesso e mai messo nero su bianco in un piano industriale dal management della Fiat? Dove sono il milione e quattrocentomila vetture da produrre in Italia? Dove sono i “salari tedeschi” per i lavoratori uscendo dal contratto nazionale? Dove sono le migliori condizioni di lavoro e la qualità di prodotto che con il WCM e l’Ergo Uas sarebbero dovute arrivare? È arrivato il momento di fare un bilancio di quello che è accaduto negli ultimi tre anni, non solo nel gruppo Fiat, per capire cosa fare del futuro di tutto il settore perchè contrariamente a quello che spiegavano il “modello Fiat” non è più una eccezione ma una regola.

Proprio nei giorni scorsi in Francia la Renault ha raggiunto un accordo in molti punti simile a quello scritto nel gruppo Fiat con sindacati minoritari. Non ci ricorda nulla? Ovviamente i sindacati minoritari francesi, come quelli italiani, non hanno sottoposto ad un voto, un voto libero, gli accordi: così è se vi pare, scriveva un noto romanziere italiano. Risultato è che in Francia sbarca il modello Fiat: mobilità tra gli stabilimenti, taglio delle pause, aumento dei ritmi, “blocco” del salario, flessibilità ed esuberi, solo per citare alcuni tratti dell’intesa. Ma in Francia grazie ad una legge la Renault dovrà continuare a riconoscere i diritti sindacali ai lavoratori della CGT nonostante non abbiano firmato, mentre in Italia il 2 luglio ci sarà la prima udienza della Corte Costituzionale. In Francia lo hanno chiamato “patto di competitività” ed anche la Psa ha aperto un “negoziato” per ottenere gli stessi elementi contrattuali e pensare che c’è chi ancora oggi pensa che la Fiat sia stata una eccezione.

La direzione aziendale della Fiat ha aperto una strada che in molti stanno seguendo: al centro non ci sono più le produzioni, i lavoratori ma gli assetti proprietari e finanziari. Infatti, mentre la rendita finanziaria (tra premi e stipendi) aumenta per la proprietà e l’amministratore delegato, la capacità industriale vola a picco verso il basso. Rastrellare liquidità per scalare il tesoretto Chrysler nel mondo dell’auto e cancellare il nome Fiat Industrial per tenere Cnh Iveco dopo spin off e cambio ristrutturazioni societarie rendono evidenti le intenzioni. Sembra di assistere ad una partita di Monopoli in cui sedi, nomi di società e scelte sono orientate esclusivamente a ridurre i costi (salario, tasse, ecc) per aumentare la rendita a scapito delle produzioni.

Tutti sanno che lo scorso anno Fiat ha prodotto solo 390 mila veicoli e che nella migliore delle ipotesi potrebbe tornare ai numeri del 2009, tutti sanno che sono state milioni le ore di cassa e che andranno aumentando, tutti sanno che non ci sono nuovi modelli in grado di competere su riduzione delle emissioni e sicurezza, tutti sanno che l’amministratore delegato con la proprietà sta mozzando la testa del gruppo per impiantarla negli Stati Uniti. Questa scelta sta già avendo effetti drammatici su tutto l’indotto e la componentistica su cui sono scaricati gli effetti. Stabilimenti che come quelli che sorgono intorno alla Irisbus, a Termini Imerese o alla Cnh di Imola dopo anni di cassa integrazione licenziano i lavoratori. Tutti sanno che in un Paese dove il calo della produzione è costante in tutti i settori, basta comparare i dati tra il 2007 al 2012: -56% nell’auto, -25% veicoli commerciali, – 35% per gli autocarri, – 66% per gli autobus e – 60% per rimorchi e semirimorchi. Oppure le ristrutturazioni nel motociclo dalla Honda alla chiusura della Hiusquarna. Tutti sanno e stanno accompagnando questo processo consapevolmente raccontando bugie ai lavoratori e ai cittadini.

Per queste ragioni dopo riunioni di coordinamento coi delegati da una punta all’altra dell’Italia, assemblee e iniziative di lotta e di presidio, la Fiom Cgil ha deciso di tenere uno sciopero nazionale di settore con manifestazione a Roma. L’obiettivo è riunificare tutte le vertenze, dalla Ufi Filter alla Lear, dalla Marelli alla Om, dalla Mac alla Alfaplast o alla Trw, solo per citarne alcune da una punta all’altra dell’Italia, per non lasciare le lavoratrici e i lavoratori soli nella lotta per difendere il lavoro e la capacità produttiva istallata ed anche per impedire che la crisi venga utilizzata per cancellare la contrattazione su orari e salari nelle aziende della componentistica dove intese sindacali nonostante non ci siano problemi sui volumi produttivi derogano ai minimi salariali o alle regole sulla sicurezza sul lavoro.

Lo sciopero e la manifestazione hanno l’obiettivo di chiedere al parlamento di cancellare l’art. 8, la legge “ad aziendam” fatta dal governo Berlusconi per la Fiat ed invece approvare una legge sulla democrazia nei luoghi di lavoro. Democrazia significa una testa un voto senza ricatti ne discriminazioni, non una legge per la Fiom Cgil.

Questo sciopero chiede al governo di dar vita ad un tavolo nazionale del settore, perchè altrimenti tra poco tempo esploderanno centinaia di migliaia di esuberi. Quindi c’è bisogno di politiche attive utili a bloccare i licenziamenti e a favorire gli investimenti a partire dagli stabilimenti che rischiano la chiusura prima della fine di quest’anno. Questi investimenti, pubblici e privati, debbono partire dalla nuova domanda di mobilità pubblica e privata, domanda dei cittadini sempre più incentrata sulla ecocompatibilità e la sicurezza, ma anche attenta al modo in cui è prodotta.

Quale appeal può avere un’auto, un motociclo, un autobus, un veicolo commerciale, ecc di cui si sa che per essere prodotto non vengono rispettati i diritti di chi lavora, si licenzi chi non vuole perdere la propria dignità? In molti, non solo tra i lavoratori, si stanno chiedendo quale vantaggio tragga il “sistema paese” dal proteggere il mercato per le vendite di una multinazionali di origine italiana che delocalizzano le produzioni dove la manodopera costa meno, paga le tasse altrove e non rispetta leggi e Costituzione?

Il 28 giugno la Fiom Cgil sciopera e manifesta a Roma per rimettere insieme il lavoro e il futuro industriale e per riportare la Costituzione nelle fabbriche.

Autore dell'articolo: Amministratore

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