Scuole e contributi: sulle interpretazioni del cardinal Bagnasco

Referendum sulla scuola a Bolognadi Maurizio Matteuzzi, Università di Bologna

Federigo Enriques diceva che la teratologia insegna a comprendere meglio i casi normali. Quella affermazione era riferita al mondo della matematica, e alla opportunità di studiare i così detti casi degeneri, o mostri della ragione, le antinomie e i paradossi. Nello scritto seguente seguirò un metodo simile applicandolo non alle matematiche, ma a un argomento da più parti presentato a sostegno del mantenimento del finanziamento alle scuole, diciamo così, non statali.

C’è una certa sistematica lettura interpretativa dell’art. 33 della costituzione che accomuna interventi di personalità di spicco, come quelle di Zamagni e di Bagnasco, tanto per partire dai casi più eclatanti, e che rischia ormai di diventare un leit motiv di bandiera. La lettura è questa: lo Stato dà sì contributi alle scuole, ma questo provoca un vantaggio, perché dando, e semplificando, 1000 E per alunno, lo Stato ne ottiene 6000, come ritorno o come risparmio. Questa sarebbe dunque la lettura autentica dell’art. 33: posso pagare se ci guadagno.

Questa ermeneutica è profondamente errata; ricorda da vicino molte letture tipiche della scolastica medievale, o certe valutazioni gesuitiche, per le quali ci sono “cose che sono vere, ma non verissime”. Si avverte insomma l’odore del peggio della cervelloticità clerico scolastica, della dottrina della doppia verità, e, da ultimo, del flogisto e del sesso degli angeli.

Questa lettura è profondamente errata, come dicevo, nel senso che si basa su una inferenza errata; e mi sento di sostenere che il gioco è facile da smontare, quanto meno per chi, mi permetto di ricordare senza falsa modestia, ha dedicato una quarantina d’anni ai problemi della teoria dell’interpretazione e dell’ermeneutica, della logica e della filosofia del linguaggio.

Assumiamo il ragionamento come valido. Ecco allora, facciamo insieme un Gedankenexperiment, un esperimento mentale, che non ha oneri per lo stato, come ormai si vuole in forza della Gelmini da noi accademici. E facciamolo ricorrendo all’arte del paradosso, come preannunciato.

Supponiamo che ci sia una legge, poco importa in questo contesto se sia una legge morale o una legge positiva, che vieta di dare soldi alla mafia. È una legge credibile, non vi pare? Bene, supponiamo che io abbia un amico mafioso, e che io gli consegni 1000 E. Il mio amico li investirà, nel racket, o nella prostituzione, o nel commercio dell’eroina, e me ne renderà 2000. Ecco allora che la fallacia di cui sopra emerge splendidamente: io non ho dato soldi alla mafia, ma ne ho ricevuto: ho dato 1000 ed ho preso 2000, dunque ne ho presi 1000. Questo è lo schema logico che ci è proposto.

Ma voglio sviluppare una variante forse ancora più comprensibile. Ho un esercizio commerciale. La mafia mi chiede il “pizzo” di 1000 E. Anni fa ne ebbi esperienza diretta. In un territorio a forte governo mafioso, mi fu offerta da un simpatico signore con gli occhiali da sole una forma di “protezione”, o di “assicurazione”, perché gli incendi “erano frequenti in quella zona. Io dissi che non mi interessava. Dopo pochi giorni, una notte, il mio immobile ebbe un principio di incendio, fortunatamente subito notato dai vicini e messo sotto controllo. Il classico “avvertimento”. Allora, ecco riemergere l’interpretazione canonica: io pago 1.000 E, ma vuoi mettere quanto risparmio, poiché la casa non mi viene più bruciata? Un incendio vero mi provocherebbe danni per 10.000 E almeno; e allora io non ho dato 1000 E alla mafia, ma ne ho ricevuti ben 9.000 di vantaggio.

Ecco, il ragionamento è il medesimo. Chi lo sottoscriverebbe? Uno potrà obiettare l’inadeguatezza e persino l’irriguardosità dell’accostamento. Non c’è nessun accostamento, nessuna assimilazione naturalmente. Semplicemente si prende un caso diverso, e certamente assai remoto dalla situazione di partenza, per mostrare la fallacia dell’interpretazione data: un ragionamento, o, meglio, una legge morale, se è corretta, deve valere in ogni contesto: né la logica né la morale fanno compromessi, né storici né occasionali. Vale forse la pena di richiamarsi all’imperativo categorico kantiano:

“Agisci solo secondo la massima per la quale puoi e allo stesso tempo vuoi che questa diventi una legge universale.”

Ragioniamo pure sui lauti “guadagni” che il comune di Bologna avrebbe elargendo un milione e più alle scuole private; non contraddice l’art. 33, perché me ne viene un ritorno. Benissimo, ma poiché la logica è per sua natura universale, investiamo pure anche in eroina, oppure qualcuno mi spieghi perché no: il ragionamento è lo stesso, la logica non fa sconti a nessuno.

O forse non sarà meglio non prendersi in giro con le interpretazioni “sofisticate” e di sapore scolastico medievale, e riconoscere, come dice Rodotà, che la lettura della Costituzione, e in generale la dimensione etica, non sono precisamente un mercatino, con le due colonne del “dare” e dell’ “avere” in partita doppia?

PS Per la cronaca, non ho pagato neanche dopo l’avvertimento. E non è più successo niente. A volte a tenere duro le cose vanno come dovrebbero andare…

One Response to Scuole e contributi: sulle interpretazioni del cardinal Bagnasco

  1. Beatrice ha detto:

    La scuola pubblica assume gli insegnanti con un concorso pubblico a cui possono partecipare cattolici, protestanti, ebrei, e atei. La cosa mi sembra corretta visto che le tasse le pagano cattolici, protestanti, ebrei, e atei e tutti insieme concorrono a formare il bilancio pubblico da cui vengono pagati gli insegnanti: cioè se pago devo essere eleggibile anche per il ciclo della spesa. Dubito fortemente che nella scuola cattolica vengano assunti insegnanti che non siano cattolici, di conseguenza la scuola cattolica non deve essere finanziata (direttamente o indirettamente, con fondi oppure sconti fiscali, perché poi alla fine è equivalente) dal bilancio pubblico.
    Accetto volentieri che un insegnate più preparato e più capace di me in uno specifico settore sia scelto in un concorso equo, non accetto di essere esclusa da una posizione financiata dal bilancio pubblico perché non cattolica.
    Saluti
    Beatrice

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