Il Manifesto di Trieste 1975-1977: creare una diversa informazione per una diversa cultura / 2

Il Manifesto di Trieste 1975-1977
Il Manifesto di Trieste 1975-1977

di Marino Calcinari, il circolo del manifesto di Trieste “Raffaele Dovenna”

Il primo numero del manifesto di Trieste, per esemplificare, conteneva un articolo con indicazione di voto alle elezioni provinciali per “battere la DC”, ovviamente guardando le elezioni regionali che si sarebbero tenute il 15 giugno per il rinnovo di tutte le altre amministrazioni regionali, comunali e provinciali, un altro articolo era dedicato alla “vertenza Trieste per l’occupazione, commesse ai cantieri, sviluppo del porto, e un grande no al porto petroli; il terzo articolo era una denuncia sulla gestione del territorio targata DC (“Il piano della DC triestina.

Il centro alle immobiliari ed agli speculatori, i proletari in periferia, senza servizi e a mangiare fumo e polveri”), e in calcolata giustapposizione, un articolo sull’attività e l’impegno sociale dei cittadini organizzati nel Comitato di quartiere di San Sabba. Si ospitava infine un intervento sulla condizione della donna, (“Sviluppo dei servizi sociali per uscire dall’isolamento e dall’oppressione del lavoro domestico. La battaglia per la liberalizzazione dell’aborto”),frutto di un dibattito collettivo che anticipava tematiche i cui obiettivi sarebbero stati acquisiti dopo altri anni di lotte e mobilitazioni.

Un altro articolo, redatto dai compagni che operavano nel settore assistenziale, medico e sociosanitario si soffermava sulla necessità di una riforma sanitaria realmente efficace, sull’autogestione della salute, e per un controllo democratico e popolare sui servizi sanitari. L’ultima pagina era dedicata alla questione internazionale, l’articolo non era firmato, ma verosimilmente fu scritto dalla “nostra” professoressa, Licia Chersovani, che avrebbe in seguito realizzato altri articoli dedicati all’analisi della situazione geopolitica nella guerra fredda.

L’articolo in questione si soffermava sulla crisi dell’Imperialismo Usa ed era accompagnato da una vignetta, priva di didascalia, in cui si vedeva un vietcong smantellare una bandiera a stella e strisce. Otto pagine, che si sarebbero ripetute piu’o meno regolarmente fino al dicembre 1976. Da giugno a dicembre 1975 vennero così realizzati cinque numeri del Manifesto di Trieste, stampati alla CLUET, presso l’Università, in Via Fabio Severo 158, in parziale fotocomposizione su lucido; uno di questi fu un numero “speciale”, poiché interamente scritto dal collettivo studenti medi del PdUP e finalizzato, in quanto “strumento di dibattito politico” alla costruzione di un movimento unitario di massa nelle scuole.

Tutti i numeri del giornale, inizialmente, potevano essere diffusi solo in maniera militante, costavano 100 lire, e a parte le singole sottoscrizioni per sostenere i costi di stampa e della carta, la sola possibilità di giungere almeno al pareggio di bilancio per le spese era quella della diffusione militante. Ci si organizzava cioè per la vendita porta a porta, nei quartieri, o davanti alle fabriche ed alle scuole. Un lavoro faticoso ma non privo di gratificazioni.

Si stabilivano contatti, si intessevano relazioni, rapporti umani, frequentazioni che poi divennero politiche e che, trasformatesi in momenti di proselitismo, portarono adesioni e militanza nel partito. Molti articoli furono scritti da operai o delegati di fabbrica., si materializzò un intreccio positivo tra situazioni di lotta, dibattito politico, costruzione di vertenze e ipotesi di soluzioni.

La questione sociale, il carovita, il problema della casa, le vertenze per l’edilizia scolastica, l’inquinamento, erano gli argomenti piu’frequenti nella disamina politica che il manifesto di Trieste sviluppava, con caparbia continuità sulle sue pagine. Diffondevamo inoltre, anche un bollettino ciclostilato per le fabbriche, “Unità e lotta”, che talvolta raggiungeva il numero di 8000 copie.

Eravamo determinati in tale sforzo poiché consapevoli della necessità di dover offrendo sempre spunti nuovi all’opinione pubblica in generale, ma ai lavoratori in particolare dibattito perpoter tradurre la rabbia e l’indignazione popolare in conflitto e vertenzialità diffusa all’interno di un progetto politico. Dal movimento studentesco a quello per i consultori, dal movimento soldati democratici al comitato di quartiere di san Sabba, in otto pagine, pur nella consapevolezza della nostra minorità, riuscivamo a rappresentare, con semplice immediatezza e composta severità, un quadro realistico delle realtà esaminate, sorretto da elementi di riflessione ed indagine che a loro volta veicolavano la lettura alla/e soluzione/i politica/che con cui di solito la propositività dell’articolo trovava la sua concretezza e giustificazione.

Né si contano dunque, a tal riguardo, le riflessioni e gli appelli per l’unità sindacale, allora a Trieste ostacolata dalla UIL di Fabricci, la denuncia contro le tante inadeguatezze ed aprossimazioni della giustizia (seguimmo dall’inizio alla fine il processo per i crimini della Risiera), la lotta contro le provocazioni fasciste sul trattato di Osimo, le riflessioni e gli interventi sulla disoccupazione, e così via.

Nel settembre 1976 il numero di copie vendute s’era stabilizzato sulla non disprezzabile cifra di 1100, con una punta massima di 1300 copie diffuse il primo maggio di quell’anno. Spiegazione parziale di questo trend favorevole, non fu solo il clima politico di consenso che la sinistra comunista, e segnatamente il PdUp per il Comunismo, pareva raccogliere allora per la lineare coerenza della sua posizione politica ispirata all’alternativa, – chiedevamo nientemeno che di mandare la DC all’opposizione, di far vincere un governo delle sinistre, di battere la logica del compromesso storico – perchè su questo crinale di costruzione di un percorso comune tendevano allora i nostri sforzi, evidenziati sia dal giornale sia dal progetto politico su cui esso era nato.

Ricordavamo – e ancor oggi è attuale – il monito che Luigi Pintor scrisse nel suo editoriale sul numero 1 del manifesto del 28 aprile 1971. Volendo prevenire alla domanda retorica, che di li’ a poco si sarebbe abbattuta sul gruppo dei dissidenti usciti e/o messi fuori dal PCI, del perchè fare un giornale, egli non abbozzo’una risposta, “inutile o pedante”, scrisse che comunque l’unica risposta seria sarebbe venuta non dalla sua penna ma dalla realtà e che davanti alla realtà di quella fase politica (“Dai duecentomila della Fiat riparte oggi la lotta operaia. E’una lotta che puo’far saltare la controffensiva padronale e i piani del riformismo”, così apriva il numero 1)un giornale serviva proprio a questo: “…a costruire una risposta politica organizzata a dare gambe al movimento di massa e di impegnarsi in un lavoro e in una lotta che hanno per scopo ultimo la formazione di una nuova forza politica unitaria della sinistra di classe”.

Su questa falsariga, che esprimeva una convinzione non metafisca ma realistica, non deterministica ma possibile, di “pratica degli obiettivi” si era pensato di sviluppare la linea editoriale con qualche punto fermo in piu’, tanto per non lasciare troppo spazio all’improvvisazione. Nel gennaio 1976 il manifesto di Trieste si sottotitolò, “mensile di politica e cultura”, direttore responsabile divenne Pier Aldo Rovatti, giunto in quel tempo alla locale Università,il foglio venne regolarmente iscritto al N° 488 del registro della Stampa del Tribunale di Trieste ; e si aperse un c/cp per gli abbonamenti e le sottoscrizioni. Fu formalizzata una redazione ed in seguito si tenne nota delle collaborazioni e dei contributi che apparvero sulle colonne del mensile.

Tutto questo periodo venne a termine, dopo la battuta d’arresto del Pci alle elezioni del giugno 1976 e con la crisi del Pdup del febbraio 1977. Cessarono le pubblicazioni allorquando, per la condivisa constatazione di aver maturato giudizi diversi sul quadro politico che allora si determinò nel paese, con il governo di unità nazionale, la politica dei sacrifici, la violenza cieca del terrorismo brigatista, la Federazione triestina dovette a malincuore registrare la separazione delle componenti politiche che avevano dato originariamente vita al partito nel 1974.

Nacquero successivamente Democrazia Proletaria ed il PdUp-manifesto, che poi avrebbe ripreso il nome PdUP per il comunismo, ma questa, si direbbe in casi del genere, è un’altra storia.

Se oggi ricordiamo quella esperienza non è per motivo nostalgici o di compiaciuta autocelebrazione, ma semplicemente perchè constatiamo, nella quotidianità, quanto pesi sulla scena politica e della vita civile del paese la mancanza di iniziative cosi’caratterizzate e strutturate,anzi di come, proprio, esse talvolta manchino del tutto, di come il web non possa sostituire degnamente ed adeguatamente la carta stampata, che è anche veicolo di socializzazione di conoscenze non virtuali e saperi sociali non massificati informaticamente o livellati dalla rete, di come la stessa situazione di precarietà in cui oggi si trova il manifesto, non solo non sia casuale o dovuta al “mercato cinico e baro” ma lascito postremo di una crisi della sinistra che è partita da lontano e che ha piegato anche le (r)esistenze piu’tenaci e longeve.

Certo nulla è ancora finito, la storia continua ed il capitalismo, come ogni costruzione sociale, oggi disvela piu apertamente di allora le cicatrici e le crepe della sua non irresistibile immagine, per questo è bene che ci sia ancora una voce di sinistra, ma sarebbe meglio se ce ne fossero di più. Ed è questo alla fine il nostro auspicio per i prossimi quarant’anni di vita del Manifesto. Qui a Trieste se è possibile, ci muoveremo in questa direzione, come ieri, sempre dalla parte del torto, sempre a sinistra, della sinistra.

Autore dell'articolo: Amministratore

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