A un anno dalla scomparsa, rimane più viva che mai la voce di Stefano Tassinari

Stefano Tassinari - Foto di Wu Ming Foundation

A un anno dalla scomparsa dello scrittore, drammaturgo e sceneggiatore di origine ferrarese ma bolognese d’adozione Stefano Tassinari, domani alle 18 gli verrà intitolata una sala del Comune. Intanto, per ricordarlo, pubblichiamo un intervento di Marco Trotta uscito l’8 maggio 2012 su Comune-info.net

di Marco Trotta

“Victor Jara? E chi si ricorda più di Victor Jara?”. Quante volte ho sentito parlare Stefano di persone che non conoscevo o le cui storie mi erano scivolate accanto tra le pieghe di libri che non avevo letto, posti che non avevo visto. E da lì cominciava un racconto. Magari leggendo qualche pagina. O andando a memoria. La sua memoria. Quella degli anni ’60 e ’70. Il Cile, Bologna, l’Irlanda. Devo molto a Stefano, alle storie che ho conosciuto tramite lui. Perché questo faceva. Trovava pagine ingiallite dal tempo o disperse dalla storia e sapeva donargli l’incanto di versi e prosa, restituendo umanità e dignità. Era quello che ti affascinava della sua opera e non c’era differenza che fosse da un palco o seduti a un tavolino. Stefano ci metteva sempre la stessa identica passione.

Passione che metteva anche nell’impegno civile per le storie di oggi. Ho tre ricordi nitidi di lui. La volta che ha presentato il suo libro sul G8 di Genova, “I segni sulla pelle”, la cui genesi ha raccontato in una bellissima intervista che gli ha fatto qualche tempo dopo Francesco Barilli. Era la storia di una giornalista alle prime armi, buttata nell’inferno di una vicenda che, pagina dopo pagina, diventeva più grande di lei. Una storia che sentii un po’ anche mia. Ed era un romanzo, certo, ma scritto con l’esperienza di chi a Genova c’era e ha voluto testimoniare anche in questo modo la denuncia per le speranze prese a manganellate di un’intera generazione. Lo consiglio ancora a chi vuole trovare le domande giuste da farsi dopo aver visto un film come Diaz.

E poi quella volta che prese posizione sulla vicenda Aldrovandi facendo nascere un comitato insieme ad altri scrittori bolognesi. Stefano aveva capito che dietro a quel fatto si stava consumando un’altra grave ingiustizia, che aveva a che fare con l’involuzione democratica del nostro paese. Con la cancellazione delle più elementari regole della convivenza civile. E per questo bisogna prendere posizione. Ricordo un intenso incontro alla Linea dove conobbi per la prima volta Patrizia Moretti, la madre di Federico, e l’umanità di Stefano che seppe usare parole d’affetto per lei e il suo dolore quanto dure e inflessibili nel denunciare un omicidio che si voleva archiviare con argomentazioni risibili. Dure, sì, ma mai urlate. Perché non era nel suo stile, non ne aveva bisogno per trasmettere la sua indignazione. Il suo incontenibile bisogno di giustizia che non si arrende.

E, poi, l’ultima volta pubblicamente alla festa dei 110 anni della Fiom in piazza a Bologna. Stefano presentava il suo ultimo libro “D’altri tempi”. Ci teneva molto a farlo in queste occasioni perché diceva che la sinistra non doveva dimenticare la cultura, non doveva relegarla tra i dibattiti “politici” e le balere. E così ha fatto fino all’ultimo cercando di essere presente in tutte le occasioni dove lo invitavano. Nonostante la malattia non lasciasse tregua.

Ogni tanto qualche compagna o compagno mi chiedeva “Ma Stefano come sta?”. E io non sapevo cosa rispondere. Anche perché non gliel’ho mai chiesto direttamente, né ho avuto il coraggio di chiederlo a Stefania. Avevo sempre qualche pudore, lui così schivo e riservato. Eppure credo che avesse cercato di prepararci un po’ tutti a questo evento. Stefano che non voleva dimenticare il passato, e non si arrendeva al presente, parlava spesso del futuro. Del bisogno di immaginarselo migliore. E di costruirlo insieme contro quell’idea di società disumanizzata e disumanizzante che viviamo quotidianamente e che descrisse in un bel racconto scritto per Repubblica intitolato BolognaSPA .

Oggi molte di queste testimonianze sono sparse in giro tra la rete e i cassetti delle tante persone che l’hanno conosciuto. Per questo mi sembra importante rilanciare l’appello che i Wu Ming hanno pubblicato sul loro sito e che è nato durante l’ultimoomaggio a Stefano a Palazzo D’Accursio. Costruire un archivioaudiovisivo di tutte le testimonianze che ci ha lasciato. Lo dobbiamo a lui e lo dobbiamo a tutte e tutti noi. “Nella speranza di poter vivere nuovi ‘altri tempi’ altrettanto intesi” come mi scrisse nella dedica del suo ultimo libro. Credo che sia l’auspicio migliore che ci ha lasciato per ricordarlo.

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