La Spagna, l’addio di Zapatero e la stangata storica di Rajoy

La Spagna e la crisi - Foto di Fabiana-Geomangio

La Spagna e la crisi - Foto di Fabiana-Geomangio

di Maurizio Matteuzzi

Adios Zapatero, era il momento di Rajoy. L’occasione dell’eterno perdente. Ma la crisi non dava tregua. Nonostante la subalternità ai diktat della UE e della signora Merkel, nonostante un governo fatto su misura (come il ministro dell’economia Luis de Guindos, ex direttore della Lehman Brothers, la banca dei mutui subprime), i numeri parlavano chiaro.

La prima mossa di Rajoy, a fine dicembre 2011, era stata “una stangata storica”: 9 miliardi di tagli più 6 miliardi di nuove tasse. Altra sanguinosa stangata nel luglio 2012: via la tredicesima agli statali, meno ferie, riduzione dei sussidi di disoccupazione, tagli alle pensioni, aumento dell’iva dal 18 al 21%. Intanto la disoccupazione aumentava a ritmi vertiginosi; lo spread fra i Bonos spagnoli e i Bund tedeschi oltre la barriera psicologica dei 600 punti; i ripetuti tagli delle agenzie di rating; il pil sempre in negativo almeno fino al 2014; il rapporto deficit-pil al 6.7% nel ’12; il rapporto debito pubblico-pil al 90.5% nel ’13 secondo il governo o, secondo l’OCSE, per la prima volta al 100%.

Ma la politica di Rajoy non era solo “mas de lo mismo”, più razioni della stessa zuppa imposta da Zapatero. C’era, anche in Spagna l’evidente intento della resa dei conti contro “la sinistra”. La riforma del lavoro, febbraio 2012, era paradigmatica: dall’unilateralità punitiva del governo che sanciva la fine della concertazione, alla penalizzazione del contratto nazionale a favore di quelli aziendali; dalla possibilità di sospendere la vigenza dei contratti nel caso l’azienda fosse in difficoltà economiche, al vecchio obiettivo di rendere più facili e meno costosi i licenziamenti: da 45 a 33 giorni di lavoro pagati per anno lavorato.

Idem le riforme della scuola (più peso ai privati e alla chiesa) e della sanità (privatizzazione degli ospedali) del dicembre 2012. Un pozzo senza fondo. 500 sfratti forzosi al giorno; meno di uno su 10 contratti di lavoro a tempo indeterminato; uno spagnolo su 4 e un giovane su 2 disoccupati. Non era la società politica a poter fermare la deriva, essendo visti i partiti e i politici come una casta corrotta e auto-referenziale.

Ci provava la società civile: i sindacati – Comisiones Obreras e Ugt – con due scioperi generali in meno di un anno, marzo e novembre 2012. Ci provavano soprattutto gli “indignados”, apparsi improvvisamente alla Puerta del Sol, il cuore di Madrid, il 15 marzo 2011, per esigere una “democracia real, yà”, una democrazia reale subito, senza più deleghe. Ci provavano altri movimenti sociali: la “Plataforma en piè” e la “Coordinadora 25 S” che il 25 settembre 2012 avevano lanciato l’iniziativa di “circondare il Congresso”; la “Plataforma de Afectados per la Hipoteca”, Pah, un movimento per resistere agli sfratti forzosi e rivendicare il diritto alla casa.

C’era una volta la Spagna felix. Ora c’è la Spagna che annaspa in un mare di guai, anche se le esportazioni tirano (per fortuna) e la Cina è pronta a correre anche al capezzale spagnolo per offrire un aiuto non disinteressato (ha comparo titoli sul mercato primario e secondario, detiene il 20% del debito spagnolo piazzato all’estero per 43 miliardi di euro, ha firmato accordi per 6 miliardi di euro).

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