La Pira, la vittoria di Napolitano e il tetto che si è bruciato

di Vittorio Capecchi

Firenze sabato pomeriggio – La vittoria di Napolitano

Sono a Firenze per accompagnare Amina a un convegno sul Tai Chi (taiji) dal titolo “Tra terra e cielo”. Amina fa la relazione sul “Pensiero del Tao tra oriente e occidente”, Massimo Mori su “Declinazioni del principio del Taiji”, Marco Venanzi su “I principi dell’arte marziale nel lavoro su di sé e nella relazione di aiuto”, Fabio Tozzi su “Le arti marziali all’interno del Taiji”.

In questa atmosfera molto bella mentre parla Tozzi viene dato l’annuncio: Napolitano ha vinto con i voti del PD, PDL e Lista civica. Non ci vuole molto a capire cosa è accaduto. Il tetto del PD si è bruciato: la candidatura “cattolica” di Marini fatta con il PDL è stata bruciata in modo esplicito da Renzi e da una parte consistente del PD, la candidatura di Rodotà non è mai stata presa in considerazione dal PD nonostante fosse diffusa tra tanti giovani PD e appoggiata da persone sagge come Massimo Cacciari, la candidatura di Prodi è stata bruciata in modo non esplicito all’interno del PD da “l’arte sicaria di D’Alema” come scrive Giorgini ed è la conseguenza di un lungo processo che, come scrive Sergio Caserta, parte dalla Bolognina. Con PD, PDL e Lista civica (che hanno votato Napolitano presidente) che, come scrive Marina Coppola (vedi Dossier dopo elezioni 52), “non hanno mai, a differenza di Rodotà, levato alta la voce contro Marchionne”.

Firenze domenica mattina – Un ricordo di La Pira

Il desiderio di prendere le distanze dalla politica di un PD che parla di candidati “cattolici” (amati da Berlusconi) che brucia figure di tutto rispetto come Rodotà e Prodi e converge su Napolitano per favorire il nuovo abbraccio del PD con Berlusconi e Monti mi ha fatto venire nostalgia per un diverso tipo di politica. Sono allora andato con Amina al convento di S. Domenico e la gentilezza di un padre domenicano ci ha permesso di visitare la cella di Giorgio La Pira , terziario domenicano, dove ha vissuto per tanti anni anche nel periodo in cui era sindaco di Firenze.

La Pira era nato a Pozzallo (in provincia di Ragusa) nel 1904 (nel 2004 è stato festeggiato in occasione dei cento anni dalla sua nascita) ed è morto a Firenze nel 1977. Io ho iniziato a sentir parlare di lui in casa (sono nato e vissuto a Pistoia fino a 17 anni) per le sue iniziative di Sindaco di Firenze a favore delle persone più povere, degli sfrattati, degli operai. La Pira requisisce come Comune di Firenze le case non utilizzate basandosi su una legge del 1865 (che permetteva di requisire alloggi in favore dei terremotati) per darle agli sfrattati. La Pira difende gli operai della Pignone (e poi difenderà quelli delle Officine Galileo) che occupano le fabbriche. Don Luigi Sturzo lo ammoniva di non diventare un comunista e di cercare di rimanere interclassista e La Pira così rispose: “Ci sono 10.000 disoccupati, 3.000 sfrattati, 17.000 libretti di povertà… cosa deve dire il Sindaco: scusatemi non posso interessarmi di voi perché sono interclassista?”.

Il primo libro che lessi di lui era un piccolo libro dal titolo “L’attesa della povera gente” (Libreria editrice Fiorentina, 1951) con in copertina un disegno di Ottone Rosai: un operaio povero che prega. La Pira prende come punto di riferimento Keynes e scrive “L’intero sistema economico e finanziario mondiale non può essere lasciato a se stesso ma deve essere finalizzato in vista di scopi proporzionati ai bisogni essenziali dell’uomo” e poi ” Che cosa deve fare un governo di fronte all’attesa della povera gente (disoccupati e bisognosi in genere)? La risposta è chiara: la lotta organica alla disoccupazione e alla miseria”. Per La Pira c’erano due vie sicure da seguire: Keynes e il Vangelo. Quando nel 1956 mi iscrissi alla Bocconi studiai da matricola i testi di Keynes (il docente era Di Fenizio) e poi studiai la Costituzione (il libro era Lo stato sociale moderno di De Maria). Oggi questa combinazione Keynes+Costituzione sarebbero considerate sovversive dai neoliberisti Berlusconi e Monti così come sarebbe considerato “non corretto” e “sconveniente” dai tanti “cattolici” alla Formigoni l’abbinamento Keynes + Vangelo.

La Pira aveva una visione della città come un corpo vivo. Così scriveva delle città: “Le città hanno una vita propria: hanno un loro proprio essere misterioso e profondo: hanno un loro volto: hanno per così dire una loro anima e un loro destino: non sono cumuli occasionali di pietra: sono misteriose abitazioni di uomini e più ancora, in un certo senso, misteriose abitazioni di Dio”. E’ con queste idee che venne progettato a Firenze, quando era sindaco, il quartiere dell’Isolotto che trovò in Don Enzo Mazzi un punto attivo di riferimento. Poi ci sono tutte le sue iniziative per la pace: nel 1965 si recò in Vietnam per incontrare di persona Ho Chi Minh portando negli Stati Uniti una bozza di accordi bilaterale che fu rifiutata, anche se poi gli Stati Uniti accettarono condizioni ben più pesanti dopo la disastrosa esperienza bellica.

Tutte queste iniziative partivano da quella cella del terziario domenicano Giorgio La Pira che, con Amina, potevo vedere da vicino. Una stanza minuscola arredata solo con un letto con la spalliera in ferro, un piccolo tavolino e una sedia, qualche foto e un ritratto di Savonarola, una finestra (anche quella piccola) sul cortile.

La politica può essere effettivamente molto diversa da quella di questo PD dove dovrebbe esserci un’anima cattolica (ma quale?) e un’anima laica progressista (ma quale?). Mi rendo conto di essere un professore non giovane (ma che può ancora praticare il Tai Chi; il convegno di sabato pomeriggio mi ha molto confortato) che ha sogni come questo: le nuove generazioni che stanno dentro e fuori Montecitorio riscoprono La Pira e portano avanti ancora una volta Keynes e il Vangelo oppure Keynes e il Tao.

Bologna sabato sera – Il tetto si è bruciato e la luna

Sono con Amina nuovamente a Bologna con il ricordo ancora emozionante della cella di La Pira.

Tra i tanti libri che affollano il mio studio ho trovato la citazione che cercavo pensando al PD. La citazione è un haiku di Mizuta Masahide (1657-1623): “Il tetto si è bruciato / ora posso / vedere la luna”.

Questo articolo è stato pubblicato dalla rivista Inchiesta

Autore dell'articolo: Amministratore

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