Dodici cose da fare

Cosa sarà (prima che Letta parli)

di Rudi Ghedini

Il nuovo governo non metterà in discussione alcuna “compatibilità”, imposta dai fantomatici “mercati”. Cercherà di conquistare tempo con alcune riforme a costo zero, in ovvia sintonia con il senso comune: riduzione del finanziamento pubblico ai partiti e del numero di parlamentari, nonché una legge sui partiti. E il bello è che queste riforme hanno bisogno di tempo, dunque sono una garanzia di durata.

Quanto alla legge elettorale, una maggioranza che facesse sul serio dovrebbe approvarla subito, entro l’estate, per sgombrare il campo dal ricatto più odioso, quello per cui non si può tornare a votare con il Porcellum… facile prevedere che fino all’autunno non se ne farà niente. Se avrà respiro – lecito dubitarne – questa maggioranza potrebbe persino osare una riforma costituzionale che preveda l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, l’abolizione delle Province e il Senato federale.

La Riforma Fornero delle pensioni? Resterà invariata. Quella sul mercato del lavoro? Verrà ritoccata per dare un contentino a CGIL e Confindustria, ma senza mutarne la sostanza. Riforma Gelmini? Con Letta premier e due ministri ciellini non verrà nemmeno sfiorata. Abolizione dell’IMU? Impossibile venga restituita quella del 2012, sul 2013 si proporrà una revisione parziale, con aumenti delle esenzioni sulla prima casa. Tassa patrimoniale, legge sul conflitto di interessi, ripristino del falso in bilancio? Non scherziamo…

Il governo proverà a rinegoziare in Europa qualche margine di rallentamento nel rientro dal debito, ma si tratterà di questione più simbolica che sostanziale, con minimi effetti immediati. Nei confronti dell’Europa, anzi – nonostante gli strepiti di Berlusconi in campagna elettorale e i sottili distinguo di Bersani sull’Agenda Monti – si procederà in piena continuità con Monti e la sua Agenda.

Fin qui, non ho fatto che elencare una serie di questioni economiche su cui sarà difficile cogliere significative novità rispetto agli ultimi 18 mesi. L’azione di governo dovrà caratterizzarsi con i dettagli. Avendo riesumato il ministero allo Sport, ci si può aspettare una Legge sugli stadi, che consenta di aprire una dozzina di cantieri con varie agevolazioni (speculazioni edilizie). Ancora, l’età media dei ministri fa ritenere plausibile un’accelerazione nel concretizzare gli obiettivi dell’Agenda digitale. Poi, non mi sorprenderebbe se venisse concesso il voto ai figli di immigrati nati in Italia e fosse avviata la vendita di una rete RAI.

Dettagli, dicevo. Il nocciolo duro del programma di governo si concentrerà sulla riduzione della spesa pubblica, con due bersagli privilegiati: il personale del pubblico impiego e i servizi pubblici locali. In pratica, si produrrà una sforbiciata al ruolo dello Stato nell’economia. E la spending review diverrà permanente.

Pubblico impiego e servizi pubblici locali (a partire dal trasporto pubblico e dalla sanità) potranno essere colpiti e privatizzati con una durezza proporzionale alla solidità della maggioranza di governo. Fare previsioni, in questo senso, diventa aleatorio: nessuno può sapere cosa accadrà se e quando Berlusconi verrà condannato in qualche tribunale. Quelle che ho indicato sono le intenzioni. Più o meno dichiarate.

Qualcuno potrebbe cogliervi un’antitesi, l’esatto contrario di quanto gli italiani hanno votato nel referendum sull’acqua. Ma, almeno in questo caso, non si può rimproverare il PD di incoerenza: quel referendum non gli piaceva, si limitò a saltare all’ultimo momento sul carro del vincitore.

Ho proposto un elenco, un programma di governo largamente incompleto e che certo difetta di immaginazione. Ma non ci vuole molta immaginazione per prevedere che la pentola sociale nei prossimi mesi bollirà sempre più calda, mescolando malcontento, rabbia, rivolta. È un Paese, questo, che sta affondando in ingiustizie insopportabili. E crescenti. Per fortuna, finora ci sono stati Grillo e la FIOM a incanalarne almeno una parte, ma la chiusura a riccio della classe politica – giustificata dall’ennesima “emergenza” o “stato di eccezione” – può incubare sbocchi sanguinosi. Troppe volte, nel dopoguerra italiano, la cultura dell’emergenza ha mostrato i suoi nefasti effetti collaterali. Non credo sia un caso che al ministero dell’Interno si sia insediato Angelino Alfano, versione aggiornata di Francesco Cossiga.

Autore dell'articolo: Amministratore

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