Fascismo - Foto di Daniel Lobo

25 aprile: gli italiani si sono assolti dalla vergogna fascista

di Aldo Cazzullo

La recente campagna elettorale sarà ricordata anche come quella in cui l’apologia di fascismo divenne consuetudine. Proprio perché non è più considerata un reato, non fa più scandalo, e anzi – purtroppo – fa prendere voti. Su un punto, e solo su quello, l’ex ministro Renato Brunetta ha ragione: Silvio Berlusconi ha detto cose che molti italiani pensano. Voglio sperare che non sia la maggioranza, come ha detto Brunetta; ma il timore ce l’ho. Perché gli italiani si sono autoassolti dalla vergogna del fascismo.

Imputano al nazismo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale e dello sterminio degli ebrei. E si raffigurano il Duce come un buon padre di famiglia, un amante focoso, uno statista avveduto che fino al ’38 le aveva azzeccate quasi tutte. Che è poi quel che ha detto Berlusconi, oltretutto nel contesto della Giornata della Memoria. Non, si badi bene, che “il Duce fece anche cose buone”, come da banalizzazione successiva (e ci mancherebbe altro che in vent’anni di potere assoluto il Duce non avesse fatto anche qualcosa di buono); ma che “per tanti altri versi aveva fatto bene”, ad eccezione si capisce della persecuzione degli ebrei.

Il problema – e questo non solo Berlusconi, ma molti altri italiani lo ignorano – è che nel ’38 il Duce aveva già provocato direttamente o indirettamente la morte dei suoi principali oppositori: Giacomo Matteotti, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Carlo e Nello Rosselli, don Minzoni, Giovanni Amendola. Aveva fatto bastonare don Sturzo, un sacerdote, e Piergiorgio Frassati, un santo. Aveva preso il potere nel sangue: solo a Torino, decine di morti, con il segretario della Camera del Lavoro ucciso, il corpo legato a un camion e trascina to per le vie della città. E aveva preparato – a parole – per quasi vent’anni una guerra poi ignominiosamente perduta.

Vada Berlusconi a ripetere i suoi giudizi in Val Maira, in Val Varaita, in Val Gesso, nelle vallate del Piemonte povero dove il fascismo reclutò gli alpini della Cuneense, mandati in Russia a congelare con gli stivali di cartone (come i loro coetanei trentini e giuliani); e dove poi i nazisti invasori si accanirono sulla popolazione civile e sui partigiani, purtroppo affiancati dai loro collaboratori fascisti.

Purtroppo la memoria del regime non è la stessa in tutta Italia. A Roma ad esempio si tende a essere abbastanza indulgenti: bene o male il fascismo ha dato all’Urbe un nuovo assetto urbanistico, un nuovo quartiere come l’Eur, ospedali e stazioni, un hinterland con le borgate, un retroterra con la bonifica delle pianure pontine, una piccola borghesia impiegatizia con l’espansione dell’apparato statale; soprattutto, il fascismo ha inculcato nella testa degli italiani – sia pure in forme rozze e antistoriche, tipo il mito dell’Impero con fasci littori e aquile – l’idea di Roma capitale.

Non a caso i romani hanno eletto sindaco Gianni Alemanno, in gioventù estremista di destra, e tuttora sui muri della capitale l’effigie del Duce compare a ogni angolo, spesso con gli occhi spiritati dei giorni terribili di Salò. Una vergogna, che purtroppo moltissimi romani non considerano tale. Eppure è davvero difficile andare fieri di aver rinchiuso i libici nei campi di concentramento sulla loro terra e mandato i loro capi a morire di tifo alle Tremiti, bombardato gli abissini con l’iprite, attaccato la Francia con i tedeschi già a Parigi, aggredito la Grecia, condotto una politica di occupazione in Jugoslavia da migliaia di morti, affiancato i nazisti nella guerra di sterminio in Russia, mandato buona parte degli ebrei italiani ad Auschwitz, per lasciare infine la patria semidistrutta e contesa da eserciti stranieri.

Alla retorica di un’Italia tutta antifascista si è sostituita una retorica uguale e contraria, per cui tutti gli italiani sarebbero stati fascisti. Non è andata così, e non solo per i 30 mila passati sotto il giogo dei tribunali speciali; se gli antifascisti militanti furono ovviamente una piccola minoranza, almeno fino alla guerra, non per questo può ascriversi al consenso la popolazione rurale, rimasta ai margini della vita pubblica, e tanto meno quella operaia.

L’antifascismo, per me, non è una parola morta ma un valore imprescindibile, come l’aria e l’acqua. Attardarsi nella difesa impossibile del fascismo è un guaio non tanto per la sinistra, quanto per la destra. Infatti l’Italia è l’ultimo Paese al mondo in cui destra è sinonimo di fascismo, anziché di legalità, merito, responsabilità, nazione. Costruire una cultura di destra liberale è un compito importante, più ancora che riconoscere le ragioni dei ragazzi di Salò e anche dei bonificatori dell’Agro Pontino; compresi i 20 mila coloni veneti uccisi dalla malaria, derubricata dal regime ad “arresto cardiaco”.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 3/2013 di Patria, la rivista dell’Anpi.

Autore dell'articolo: Amministratore

1 commento su “25 aprile: gli italiani si sono assolti dalla vergogna fascista

    Gianni Sartori

    (11 Giugno 2014 - 11:57)

    Mio padre partigiano
    di Gianni Sartori

    Una storia partigiana semplice, quella di Leone Sartori “Marcello”: raccontata dal figlio.

    Premessa: da molto tempo coltivo l’ambizione di raccogliere materiale sufficiente per scrivere un libro sulla Resistenza nel Vicentino e in particolare sui Colli Berici sperando di contribuire alla conoscenza di episodi, personaggi, situazioni finora trascurati, soprattutto per l’area collinare dove operò la “Brigata Silva”. Esiste, infatti, una discreta documentazione sulla Resistenza operante sui monti vicentini (dal Pasubio all’Altopiano di Asiago, dalla Val d’Astico al Grappa), grazie anche alla diffusione dei libri di Meneghello (v. “Piccoli maestri”) ma molto poco sui Berici, le colline a sud-est di Vicenza.
    Intanto il tempo passa e il materiale si accumula invano, rischiando anche di disperdersi ad ogni trasloco.
    Ho deciso quindi di scrivere qualche articolo, senza alcuna pretesa di “fare la Storia” delegando ad altri l’eventuale realizzazione di un’opera sistematica.
    Dato che finora la mia fonte principale è costituita da familiari (genitori, zii…) alla fine il racconto peccherà inevitabilmente di “personalismo”. Chiedo venia in anticipo agli addetti ai lavori ma ritengo che comunque anche queste testimonianze, per quanto parziali, contribuiscano a ridare un volto ad alcuni di quei combattenti per la Libertà che, con le armi o semplicemente rifiutandosi di collaborare, contribuirono a sconfiggere la peste bruna e nera.

    I bombardamenti: un’occasione per salvarsi la vita
    Fin da piccolo avevo spesso sentito parlare dei devastanti bombardamenti subiti da Vicenza dato che mio padre, Leone Sartori detto “Marcello”, classe 1925, aveva vissuto di persona i tristissimi momenti. Quei fatti avevano di certo contribuito alla sua scelta di non arruolarsi nelle fila dell’esercito di Graziani e Mussolini, di rendersi latitante e alla fine di entrare in contatto con i partigiani della brigata “Silva” (dal nome di un partigiano caduto) che operava sui Colli Berici.
    «Durante uno dei tanti allarmi aerei mi trovavo al distretto militare di Vicenza – precisa “Marcello” non senza una piccola reticenza dovuta al suo carattere schietto e schivo – e sicuramente il distretto poteva essere uno dei tanti obiettivi. Per questo i comandanti avevano fatto uscire al primo suono della sirena d’allarme un gruppo di 60-70 soldati che si diresse verso la zona della “stradella dei nani”. Io uscii con il secondo gruppo ma non riuscimmo a percorrere molta strada. Quando cominciarono a cadere le bombe ero proprio davanti allo stabilimento del Lanificio Rossi (a Porta Monte N.d.A.). Mi buttai a terra calcandomi in testa il berretto.
    Approfittando di una breve pausa cercai di raggiungere il ponte sospeso sul Bacchiglione che era stato danneggiato e penzolava sostenuto da una sola delle due corde sul fiume. Lo attraversai aiutandomi a forza di braccia sperando nella sorte. Sapevo che seguendo il Bacchiglione sarei potuto arrivare a casa mia potendo usufruire della rigogliosa vegetazione. Mi fermai solo dopo qualche chilometro, ormai in aperta campagna, e guardai verso Vicenza.
    Il bombardamento era cessato, si distinguevano alte colonne di fumo sopra la città. Ripresi a correre lungo la riva sino alla corte dei Dalmaso. Il tempo di far sapere a mia madre che ero vivo e poi subito a campi. Cominciò così la mia latitanza di renitente. In zona ero il primo ma presto diventammo numerosi. Di giorno stavo nascosto nei campi o tra gli alberi della riva del Bacchiglione. Di notte, col buio, raggiungevo la “tesa” (fienile) dei Dalmaso per dormire. Quale fosse il mio abituale rifugio notturno, oltre ai miei, lo sapeva solo Bepi, il più anziano dei fratelli Dalmaso. Non lo sapeva nemmeno Toni Sgarabotto, il mio futuro suocero.
    Toni arrivava ogni mattina prestissimo per “guernare” la stalla e le mucche. Alla sera dalla tesa recuperavo la scala che, al mattino, rimettevo al suo posto per scendere. A volte capitava che Toni arrivasse troppo presto e, mentre andava in giro brontolando in cerca della scala, la calavo giù e filavo via. Anni dopo mi ha detto di aver avuto qualche sospetto ma di non averne mai fatto parola con nessuno. Quando poteva mia madre mi portava da mangiare, badando bene a non dare nell’occhio. Qualche volta nascondeva il cibo in fondo alla secchia e veniva a lavare al fiume.
    Altre volte arrivava con la “traversa” (grembiule N.d.A.) piena di erba raccolta per i conigli e, sotto, qualcosa da mangiare.
    Non si può dire che in famiglia fossimo consapevolmente antifascisti ma di sicuro la notizia della morte di mio fratello Danilo in Grecia mi aveva fatto capire molte cose.
    Comunque c’era stato qualche precedente. Mio padre, Augusto, era “obbligato”, una specie di bracciante. Durante una lotta contro i proprietari, parecchi anni prima della guerra, lui e i suoi compagni avevano nottetempo aperto le stalle e fatto scappare le mucche per la campagna (e in questo, se permettete, oltre che un momento della lotta di classe vedo un preannuncio della mia militanza animalista N.d.A.). Per rappresaglia, il giorno dopo, ricevette la visita di tre squadristi. Lo avevano già immobilizzato e stavano per fargli bere l’olio di ricino quando mia mamma (mia nonna, Evoli Marta, detta “Pina” N.d.A.) arrivò con la forca e ne infilzò un paio. Se non ricordo male uno alla gamba e l’altro ad una chiappa. Se ne andarono di corsa, nonostante le ferite, senza farsi più rivedere».
    Purtroppo le cose andarono diversamente per un mio zio (marito di Marcella Sgarabotto, sorella maggiore di mia madre) “Tilio” (Attilio) Fasolato, operaio allo stabilimento Rossi di Debba (prima canapificio poi cotonificio, da non confondere con l’altro cotonificio Rossi di Porta Monte, in città), principale industria della zona. Qui andarono a lavorare anche mia zia e poi mia madre, Rosa Sgarabotto, all’età di tredici-quattordici anni. “Tilio”, socialista e sindacalista, venne aggredito dai fascisti che evidentemente non apprezzavano i suoi tentativi di organizzare i compagni di lavoro; subì l’onta di dover ingurgitare a forza l’olio di ricino e rischiò di morirne. Un altro operaio dello stabilimento che subì angherie e persecuzioni (anche dopo la fine della guerra) fu il mitico Battistella, comunista e agitatore, ma anche grande amico personale dell’altrettanto mitico Don Camillo, parroco di Debba, laureato in ingegneria e assai energico, anche se viveva con un solo polmone. Durante la Resistenza divenne una sorta di “cappellano militare” dei partigiani della Brigata “Silva”. Scoperto dai nazifascisti era già stato messo al muro per essere fucilato; venne salvato in extremis dall’intervento di un ufficiale tedesco. Don Camillo ebbe poi modo di ricambiare alla fine della guerra.
    Quanto alla violenza fascista nei confronti dei lavoratori, operai o contadini, essa non esprimeva altro che quella intrinseca ai rapporti sociali del tempo. C’è un episodio nell’infanzia di mio padre che, a mio avviso, potrebbe trovare posto in “Novecento” o anche tra le pagine di “Ragazzo negro”. A Longara c’è ancora una villa padronale, all’epoca (inizio degli anni trenta) provvista anche di campo da tennis, dove i rampolli del signor ricco si dilettavano con i loro amici e ospiti.
    Capitò a Leone (che abitava allora poco lontano, al Tormeno), mentre rientrava con una fascina di legna raccolta nel bosco, di vedere una palla fuoriuscire e rotolare tra le stoppie. La raccolse prontamente, come un bene prezioso data l’abituale indigenza in cui versava la sua famiglia, dandosi alla fuga. Venne raggiunto da grida e minacce ma non si fermò. A questo punto si ritrovò inseguito da alcuni cani di grossa taglia che i signori avevano liberato, non tollerando evidentemente l’atto di scortesia, se non proprio di ribellione, del bambino.

    Un mondo ai margini
    Ma torniamo al tempo di guerra. La “terra di mezzo”, compresa tra la strada che da Vicenza, passando per Casale, porta a San Piero Intrigogna e le anse del Bacchiglione, era quindi diventata il rifugio temporaneo di Leone Sartori e altri renitenti. Solo un’esigua striscia di terra in prossimità dei Colli Berici, che all’epoca però offriva diversi ripari naturali, sia di giorno che di notte. In particolare le rive coperte di alberi, le “piantà” e le “siese”. Senza dimenticare il rilievo del “monteseo”, detto “dei Dalmaso”, ricoperto dalla vegetazione di un rocolo e in cui si apriva anche una piccola cavità naturale, il classico “buso della Stria”. Una sorta di “terra di nessuno”, costituita da interstizi marginali e sconosciuti che furono anche i luoghi prediletti delle mie scorribande infantili negli anni cinquanta. Luoghi che ora nella mia memoria ritrovo avvolti in una atmosfera un po’ magica, forse per il fatto di essere legati all’acqua, alle grotte, alla vegetazione… Percorsi ignoti ai “foresti” (in senso lato, intendendo sia i tedeschi che la gente di città) che intersecavano quelli normali (“ufficiali”) dando vita quasi ad una realtà parallela, offrendo vie di fuga e rifugi. Tutto ciò però non poteva accadere se non ci fosse stata la robusta e tacita complicità degli abitanti della zona. Si sapeva tutto e nessuno sarebbe sfuggito alla cattura se le notizie fossero arrivate alle orecchie sbagliate.
    «Qualche volta – continua Leone – mi arrischiai anche a dormire a casa. Avevo tagliato una delle inferriate che chiudevano la finestrella in alto (in “granaro”, dove negli anni cinquanta ricavò la stanzetta in cui trascorsi la mia infanzia N.d.A.), così da potermici infilare. Oltre alla comoda “tesa” dei Dalmaso avevo altri rifugi d’emergenza. Me ne scavai qualcuno lungo la sponda dei fossi, in particolare alle pendici del “monteseo”. Scavavo via la terra della riva e mettevo dentro un gabbiotto per i conigli, di quelli lunghi. Poi ricoprivo con zolle ed erba. Ma ci dormivo il meno possibile, temendo di venir preso come un topo in gabbia.
    Dopo qualche tempo dalla mia fuga dal distretto furono in parecchi a trovarsi nella mia stessa situazione. Chi dormiva nei campi, chi in qualche rifugio, chi nelle “tese”. A quel punto la gente della zona di Casale, Casaletto, San Piero Intrigogna sapeva bene che eravamo fuggiti dalle caserme. Che eravamo alla macchia. “Sbandati”, come si diceva allora. Nessuno però fece la spia.
    Una volta partecipai addirittura alla “sesola”; per dieci-quindici giorni raccolsi il frumento insieme a tutta la gente della mia contrada, che mi conosceva benissimo ma che mi proteggeva con il suo silenzio. Ricordo che a quella “sesola” partecipò anche il “Moro”, Luigi Sgarabotto. Era appena ritornato dal fronte, ferito ad una gamba. Della guerra, diceva, ne aveva avuto abbastanza. Anche mio fratello Vittorio lavorava con noi, aveva un figlio a cui avevamo insegnato di chiamarmi con un altro nome. Un giorno dovetti restare nascosto in mezzo al grano (che all’epoca cresceva più alto N.d.A.) perché i brigatisti neri facevano il bagno lì vicino, nel Bacchiglione. Prima che decidessero di tornare a riva (dalla parte opposta, verso Longara, dove avevano la caserma) trascorsero delle lunghe ore».

    Tra rastrellamenti e furti campestri…
    Successivamente Leone Sartori si rifugiò per qualche giorno dalle parti di Montegalda, in una fattoria. Poi però dovette ritornare al “monteseo” e il fratello Giovanni, operaio allo stabilimento di Debba, andò a prenderlo in bici… Il ritorno, di notte naturalmente, si svolse così: «ci davamo il cambio; uno pedalava e l’altro stava seduto sul palo. Prima di ogni curva, a scanso di brutte sorprese, io scendevo e saltavo al di là del fosso, proseguendo a campi. Poi, visto che tutto era tranquillo, risalivo sulla bici fino alla curva successiva».
    «In seguito tornai per un altro breve periodo dalle parti di Montegalda, ospite nella “tesa” di Neno “Fraca” dove per la prima volta entrai in contatto con alcuni partigiani. Lo conoscevo perché prima della guerra mio fratello aveva lavorato sui suoi campi. Il fratello di Neno venne poi assassinato dai fascisti, proprio da quelli della “Nera” di Longara. Venne fucilato vicino alla ferrovia, accusato di essere un partigiano. In realtà si era solo rifiutato di consegnare ad un plotone di tedeschi e di fascisti il suo mezzo di trasporto, non ricordo se la bici o il cavallo. Qualche giorno dopo i partigiani uccisero nello stesso punto un tedesco e lo seppellirono a testa in giù, in modo che sporgessero solo i piedi. In conseguenza di questo episodio ci fu un rastrellamento. Quel giorno mi trovavo sui campi al di qua del fiume, verso Ghizzolle. La giornata era limpidissima, si riusciva a scorgere il pendio del Monte Lungo di Montegalda, dove era in corso una vera caccia all’uomo. Alla fine due partigiani rimasero uccisi e sei o sette catturati. Venimmo a sapere poi che l’operazione di rastrellamento era andata a colpo sicuro perché qualcuno del posto aveva informato i fascisti sui luoghi dove si nascondevano partigiani e renitenti (“ribelli” e “sbandati”)». Ma non c’erano solo i periodici rastrellamenti a turbare il sonno di Leone e compagni.
    «Una notte, mentre dormivo nella stalla di Neno (invece che nella solita “tesa”, forse perché pioveva) in mezzo alla paglia, vennero i ladri. Rubarono alcune galline e cercarono di portarsi appresso due maiali. Accortisi della mia presenza fuggirono precipitosamente. Per la porta rimasta aperta, anche i due maiali colsero l’occasione per scappare. Ormai però qualcuno sapeva che dal “Fraca” si nascondeva un renitente e così dovetti andarmene.
    Nel frattempo era stata concessa un’amnistia e, evidentemente malconsigliato, mi ripresentai al distretto. Venni subito trasferito alla caserma dei bersaglieri in via san Silvestro ma, capito che con ogni probabilità la nostra destinazione sarebbe stata la Germania, alla prima occasione tolsi il disturbo (sulle deportazioni di soldati italiani dal vicentino, dopo l’8 settembre, esistono le prove inoppugnabili di alcune fotografie: ammassati a centinaia nei cortili della caserma Cella, a Schio, in attesa di essere fatti salire su decine e decine di pullman con destinazione Germania N.d.A.). Approfittai del solito allarme per i bombardamenti e stavolta mi diressi verso la Gogna. Nonostante l’oscurità riconobbi tra le persone in fuga il “Moro” (Luigi Sgarabotto, fratello di Rosa che poi sarebbe diventata moglie di Leone e quindi mia madre N.d.A.)».
    In seguito anche Luigi si sarebbe rifugiato nei dintorni del “monteseo”, costruendosi un rifugio nel “buso della stria” dopo aver ampliato la cavità con l’esplosivo.
    «A questo punto, – prosegue Leone – nella totale confusione provocata dal bombardamento, ritornai indietro, verso Monteberico. Poco dopo il “10 Giugno”, dove inizia la salita verso il santuario, entrai nella grande galleria (ancora visibile ai nostri giorni, anche se murata N.d.A.) che si apre alla base del monte. Non saprei dire quanto sia lunga e nemmeno dove esca di preciso, probabilmente nella Valletta del Silenzio, da dove è abbastanza agevole raggiungere Longara e Debba. Ricordo di averla percorsa completamente al buio, tenendomi aderente al muro mentre intorno sentivo i passi di decine di altre persone in fuga».
    Leone rientrò poi nella sua piccola “patria”, in mezzo ai campi o sulle rive del fiume in attesa di unirsi ai partigiani della brigata “Silva”, allora già attivi sui Colli Berici.

    Precedenti di militarizzazione nel sottosuolo berico
    Come è noto, attualmente alcune cavità dei Colli Berici sono un vero e proprio ripostiglio per l’esercito americano, sia a Longare che al Tormeno. Ricorda mio padre che durante la guerra c’erano stati precedenti significativi nell’opera di militarizzazione delle cavità collinari nostrane.
    I Tedeschi avevano pensato di utilizzare come deposito sotterraneo per gli impianti industriali le antiche cave di Costozza, in modo da proteggerli dai bombardamenti degli Americani. Questi ultimi evidentemente appresero bene la lezione e in seguito l’applicarono alla grande con la base denominata “Pluto”.
    Racconta Leone: «A Costozza, dentro alle grotte, avevano trasportato gli impianti di numerose industrie. Ricordo che c’erano le Reggiane, la CARI, la Ducati, l’Alfa Romeo, anche la Laverda, mi pare… Tutti i macchinari erano stati messi al sicuro. I tedeschi non erano molti, qualche decina…più che altro per controllare i lasciapassare. Dentro poi c’erano delle guardie alle dipendenze delle varie ditte, della CARI in particolare. Tra i civili c’era molta gente in contatto con la Resistenza. La consegna era di salvare i macchinari ma di non produrre niente, niente di utilizzabile almeno. Questa era stata una precisa consegna del CLN durante l’ultimo inverno di guerra: scendere a valle ed eventualmente guadagnarsi anche da vivere lavorando per la TODT (valeva per chi non era troppo compromesso, ovviamente) salvaguardando gli impianti, i macchinari in vista della ricostruzione postbellica (e magari dell’occupazione delle fabbriche N.d.A.), sabotando invece la produzione».
    Il racconto di mio padre continua: «A Costozza nessuno produceva niente perché nessuno voleva produrre per i tedeschi. Se per esempio si doveva fare un pezzo di ricambio si faceva in modo che fosse inutilizzabile…»
    «Dentro a Costozza c’erano anche diversi partigiani della “Silva” (ovviamente in incognito). I Tedeschi si erano sistemati in basso, prima del “Volto” (il caratteristico torrione sotto cui passa la strada per Lumignano N.d.A.), in una palazzina. Il padrone delle grotte, mi dicevano, era un conte; dentro era immenso. C’era una strada sotterranea che usciva in Col de Ruga, dove adesso ci sono gli Americani (la comunicazione tra l’area delle grotte rivolta a Costozza e quella verso Col de Ruga-Longare, dove si trova la base “Pluto”, venne poi murata dagli Americani N.d.A.). Ricordo degli spazi immensi, dei pilastroni enormi. A mezzogiorno si usciva per la mensa che si trovava sulla sinistra, in direzione di Lumignano. Eravamo tantissimi. Per la strada, all’uscita, si faceva fatica a procedere. Con noi mangiavano anche i dirigenti, gli ingegneri che alloggiavano presso i “Buoni Fanciulli” dell’Opera Don Calabria».
    In merito ai ricordi sulle incursioni alleate, aggiunge: «A Costozza gli aerei hanno attaccato 3-4 volte sparando dentro alla bocca principale con le mitragliere (con il “75”, si diceva). Per avere qualche possibilità di infilare i proiettili nell’imbocco, scendevano in picchiata; mitragliavano e, quasi subito, dovevano immediatamente impennarsi e risalire per non schiantarsi contro il monte. Ricordo invece che una volta sono passati, molto in alto, così tanti apparecchi da far spavento…Hanno continuato a passare dalla mattina alla sera. Spuntavano sopra Lumignano e si dirigevano verso Vicenza. Sopra la città poi si diramavano; una parte andava a bombardare Verona, altri si dirigevano altrove. Qui in genere non bombardavano forse perché i Colli Berici erano una zona controllata dai partigiani».
    Alla fine il piccolo presidio di Tedeschi, prima di abbandonare la posizione trattò con i partigiani la consegna di un salvacondotto per potersene andare senza essere attaccati. In cambio non avrebbero fatto saltare i macchinari. Così avvenne anche se, da notizie non confermate raccolte a Pianezze (da una fonte solitamente ben informata ma che vuole restare assolutamente anonima), questi tedeschi sarebbero stati poi sterminati da un altro gruppo di partigiani a Motta, sulla strada per la Valdastico.

    Stragi nazifasciste nel Vicentino
    Ma nel vicentino si conserva soprattutto la memoria di svariati eccidi di civili operati dai nazifascisti; particolarmente efferato quello di Monte Crocetta (appena fuori da Vicenza) dove vennero uccisi anche ragazzini di tredici o quattordici anni. A Pedescala, in Val d’Astico, poi vi fu una vera e propria strage (più di sessanta persone), compresi vecchi e bambini. A Vicenza, nonostante le recenti derive destrorse (una dozzina di consiglieri comunali di AN; niente male per una città in cui operarono anche i GAP e medaglia d’oro della Resistenza), si ricordano ancora ogni anno i “Dieci Martiri”, prelevati dal carcere di Padova e assassinati dai nazifascisti in prossimità della ferrovia, vicino al ponte sul Bacchiglione. Meno noto l’eccidio di Campedello, forse una rappresaglia per il tedesco ucciso a Longara, prima dell’assalto-saccheggio al deposito di viveri. Anche in questo caso le vittime civili ammontarono a una decina. Ricorda mia madre Rosa che un altro deposito-viveri dei tedeschi si trovava a Debba e che vi era conservata anche una grande quantità di zucchero, all’epoca raro e prezioso. Prima di scappare un tedesco (proprio quello che aveva salvato Don Camillo dalla fucilazione!) stava per incendiarlo, ma venne convinto a desistere dal parroco. In cambio venne tenuto nascosto in canonica e poi, quando le acque si erano ormai calmate, poté ripartirsene indisturbato per la Germania. Sempre mia madre, ricorda di averlo visto in un paio di occasioni a Debba, dove tornò spesso a salutare e ringraziare il battagliero parroco. Quanto ai viveri contenuti nel deposito vennero equamente distribuiti tra i “poveri” (la stragrande maggioranza) di Debba e dintorni.
    Ma il “lieto fine” con riconciliazione finale fu senz’altro un’eccezione. Un po’ dovunque, sia sui Colli Berici che in città, per non parlare dell’Alto Vicentino (v. Malga Zonta), si trovano lapidi che ricordano la morte per mano dei nazisti e dei loro complici, i collaborazionisti in camicia nera, di civili e partigiani. Alcuni casi furono particolarmente drammatici, come a Pederiva (nella stretta Val Liona che si insinua tra i Colli, sovrastata da Zovencedo e Grancona) dove un gruppo di giovani renitenti che si erano radunati nella chiesetta del paese per raggiungere le formazioni partigiane sull’Altopiano di Asiago, caddero in un’imboscata e, prima di essere uccisi, vennero barbaramente torturati. Ancora oggi c’è chi ricorda con orrore i resti smembrati dei giovani e i muri ricoperti di sangue. Tanta fu la ferocia che da allora la chiesetta è rimasta sconsacrata. Altre volte si tratta di episodi “minori” come quello ricordato da una lapide ingrigita di Campedello. Qui due fratelli vennero fucilati per non aver prontamente consegnato la loro bicicletta a un reparto di Tedeschi in fuga, forse gli stessi che provenivano da Costozza.
    Sempre a Pianezze (dalla stessa fonte che mi ha fornito la sua versione sui Tedeschi scappati ma intercettati poi dai partigiani a Motta) ho anche avuto la dritta per identificare dove si trovava il mitico “campo da bocce dei partigiani della Silva”. In effetti, in mezzo a un degradato bosco di castagni, è ancora ben identificabile un lungo spiazzo che appare sicuramente spianato dalle mani dell’uomo. Qui alcuni partigiani si erano costruiti quel campo per le bocce dove ammazzare il tempo in attesa dei lanci degli alleati e di cui avevo sentito parlare anche da mio padre. Non aveva però mai avuto l’occasione di farne uso e si era convinto che si trattasse soltanto di una leggenda.

    Gianni Sartori

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