Quattro punti sul Movimento 5 Stelle

Movimento 5 Stelledi Ida Dominijanni

Un vecchio limite, forse “il” limite della politica costituita sta nel suo rifiuto di accettare le rotture della sua forma di razionalità che provengono dalla politica sorgiva. Quando un movimento irrompe sulla scena con una forza inattesa – anche se non sempre imprevedibile – , la prima mossa istintiva e difensiva della politica ufficiale consiste in un tentativo di assimilarselo piegandolo al proprio linguaggio e alle proprie modalità, anche quando quel linguaggio e quelle modalità sono precisamente l’obiettivo polemico del conflitto che il movimento in questione scatena.

È già accaduto in Italia, per fare i due esempi più macroscopici, con il movimento del ’77 e con il femminismo radicale, in entrambi i casi con il risultato di un non-dialogo. Accade di nuovo in questi giorni con il M5S, da parte del Pd e non solo del Pd. È sorprendente come il partito di Bersani sia passato d’un colpo da un atteggiamento di sostanziale sottovalutazione e ostilità tenuto per tutta la campagna elettorale nei confronti della creatura di Grillo («fascista digitale») all’apertura propositiva e contrattuale del giorno dopo i risultati, condìta dall’appello alla razionalità e al senso di responsabilità dei grillini – lo stesso appello che si ritrova nei testi di intellettuali pubblicati da Repubblica a sostegno del tentativo di Bersani.

Come se facendo leva sui punti di programma simili, o compatibili, fra il M5S e il Pd si potesse evitare di confrontarsi con il punto ruvido e irriducibile del problema: il fatto cioè che il M5S è un movimento destituente, in nessun modo riconducibile a una logica costruttiva e programmatica. Il suo programma non consiste nei punti che pure enumera, bensì nella determinazione di far saltare, o quantomeno di inceppare gravemente, il funzionamento del sistema: fra questo ragionamento e quello di Bersani e dei suoi intellettuali di riferimento c’è per l’appunto un salto di razionalità.

Ma il Pd e la sua area non sono gli unici a essere messi in difficoltà da questo salto. Sul M5S si oscilla ovunque fra l’entusiasmo per la sua inattesa dirompenza e per la sua iperdemocratica orizzontalità e il panico per i suoi tratti gerarchici, populisti e millenaristi. Nel mezzo c’è l’incertezza agnostica di quante e quanti si accontentano dell’evidenza dei fatti: se in tanti e tante, simili a noi e di sinistra d.o.c, l’hanno votato, qualche buona ragione ci sarà; se esprime la rabbia e la frustrazione sociale, per giunta incanalandola in un percorso legalitario, meglio fidarsi che diffidarne.

Con meno agnosticismo e con la consueta euforia per tutto ciò che abbia un vago, vaghissimo sapore di sovversivismo, altri, in area post-operaista – si veda l’interessante discussione, peraltro non univoca, in corso su uninomade.org – diffidano viceversa del marchio legalitario e giustizialista del M5S, ma si leccano i baffi per l’ingovernabilità che esso decreta, nonché per la composizione di classe moltitudinaria che lo connoterebbe.

E pazienza per i tratti risentiti, forcaioli, fascistoidi e razzisti che pure evidentemente contiene (Gigi Roggero su Uninomade.org: «quando mai una composizione di classe non si esprime anche in forme ambigue, confuse e contraddittorie?»): la rivoluzione, si sa, è una freccia che corre lineare e progressiva, le contraddizioni in seno al popolo sono solo un incidente di percorso e durante il percorso l’importante è fare fuori la sinistra storica.

In tanto oscillare da tutte le parti e da parte di tutti, fa difetto la volontà e la capacità di vedere non i molti tratti, ma il tratto dominante del M5S: la sua direzione di fondo, la sua ideologia-guida, la sua ipotesi egemonica, nonché la sua genealogia costitutiva. Ciò che, insomma, ne restituisce il senso aldilà delle sue ambivalenze e aldilà degli elementi di “somiglianza” con le rivendicazioni, i punti di programma e le parole d’ordine dei partiti di sinistra e dei movimenti antagonisti che in tanti – da Renzi a Bersani a Vendola ai militanti dei movimenti suddetti – adesso scoprono. L’analisi, assai critica, che del M5S propongono i Wu Ming è fra le poche, insieme con quella di Giuliano Santoro in Un Grillo qualunque, a fornire dei lumi in questa direzione. Se ne sentirà qualche eco nei quattro punti di riflessione che propongo qui.

1. L’exploit del M5S non è l’uscita dalla Seconda Repubblica: ne è piuttosto il frutto maturo, e forse l’ultimo atto. Del ventennio berlusconiano e del suo epilogo nell’anno montiano, Grillo, Casaleggio & Co. ereditano tre fattori cruciali: la “grande narrazione” etico-politica della contrapposizione fra una società civile onesta e una casta corrotta; la scomposizione neoliberista del lavoro fordista nelle “competenze” postfordiste; la “compensazione” della crisi della rappresentanza politica con la rappresentazione mediatica (televisiva nel caso di Berlusconi, di rete nel caso di Grillo) e con una leadership personalizzata, accentrata e fortemente «attoriale».

Cominciamo dal primo. La contrapposizione fra società degli onesti e casta dei corrotti è una favola, forse “la” favola, che ci accompagna fin dai primi anni Novanta. Come tutte le favole fa leva sull’immaginario popolare e su un ineccepibile dato di realtà, la rabbia montante contro i privilegi, la corruzione e soprattutto l’inerzia e l’impotenza del ceto politico. Il che non toglie tuttavia che resti una favola, auto-consolatoria e depistante.

Ai tempi di Tangentopoli, che era un sistema di corruzione basato sullo scambio di favori e mazzette fra politici e imprenditori, servì a scaricare tutte le colpe sui politici assolvendo gli imprenditori; se ne giovò Silvio Berlusconi, che scese in campo presentandosi come imprenditore estraneo al Palazzo e per ciò stesso brava e affidabile persona. In seguito, durante il lungo regno del Cavaliere, la favola è servita da un lato a non vedere, sotto il postulato della società degli onesti, l’illegalità diffusa in cui l’illegalità permanente di Berlusconi ha trovato consenso e rispecchiamento; dall’altro lato a delegittimare, all’insegna del “sono tutti uguali” o nella variante dell’inciucio, qualunque e sia pur timido tentativo del centrosinistra di andare o di consolidarsi al governo.

Più di recente, nella versione firmata per il “Corriere della Sera” da Rizzo e Stella nel loro famoso libro, è servita a scavare come e meglio della vecchia talpa la buca della delegittimazione della politica tout court e dell’avvento al governo dei tecnici bocconiani. Adesso, nella versione grillina, la favola raccoglie la rabbia dei ceti sociali massacrati dalla crisi, e la lenisce non indirizzandola dove andrebbe indirizzata, contro la fissazione neoliberista e rigorista europea, ma prescrivendole una ricetta semplice semplice: fuori loro, i castali corrotti per definizione, dentro noi, i cittadini comuni (o gli uomini qualunque) onesti per definizione. Si suole vedere in questo la matrice antipolitica del M5S. Ma fin qui, ad essere precisi, saremmo solo dentro una pulsione fortemente antipartitocratica, pienamente comprensibile visto lo stato in cui si sono ridotti i partiti. La vera matrice antipolitica è più nascosta, e sta nel secondo fattore.

2. Oltre che corrotta, la casta è per definizione incompetente: per il M5S il professionismo politico è, senza eccezioni, un trucco che copre l’incapacità di fare alcunché. I cittadini invece sanno quello che fanno e sono in grado di mettere le loro competenze al servizio del bene comune. L’abbiamo sentito nel rito di autopresentazione dei parlamentari grillini: faccio l’agricoltore e vorrei occuparmi di bioagricoltura, insegno e vorrei occuparmi di scuola e università, faccio l’infermiere e vorrei occuparmi di sanità.

La cuoca di Lenin poteva e doveva imparare a governare lo Stato; la cuoca di Grillo non deve imparare niente, è pronta a insediarsi al ministero dell’alimentazione. Ora, si può vedere in questa galleria delle competenze la prova provata della composizione di classe avanzata del M5S – secondo le interpretazioni euforiche di cui sopra “trainata” da net workers, lavoratori della conoscenza, precariato di prima generazione, proletariati disoccupati – nonché la faccia potenzialmente sovversiva del dispositivo biocapitalistico di messa al lavoro e di valorizzazione delle skill.

Ma ci si può anche vedere una composizione interclassista trainata dal ceto medio impoverito e declassato dalla crisi (uno strato sociale che non ha mai portato bene alla causa né della democrazia né della rivoluzione); l’estensione alla politica dell’ideologia neoliberista del fai-da-te; e soprattutto il rovescio casereccio e velleitario della tecnicizzazione della politica già sperimentata con i bocconiani al governo. Se le competenze sono immediatamente politiche, se i mestieri si fanno immediatamente governo, non abbiamo liquidato il professionismo autoreferenziale e incompetente dell’odiata casta: abbiamo liquidato la politica come linguaggio autonomo, come terzo simbolico, come sede della mediazione fra specialismi, interessi e corporazioni. Non è la casta a essere rottamata, né i partiti, ma la politica tout court.

3. Il terzo fattore che dalla Seconda Repubblica trasloca nel M5S è il rapporto fra crisi della rappresentanza politica e uso della rappresentazione mediatica. Ciò che Berlusconi ha realizzato attraverso la tv, Grillo lo realizza attraverso la Rete, anzi attraverso un uso sapientemente integrato della televisione e di Internet. Su questo, e sulla concezione orizzontale e neutra della Rete smentita dalla sua gestione gerarchica e accentrata da parte del tandem Grillo-Casaleggio, è stato già detto e scritto tutto.

Vale la pena però di ricordare che la Rete oggi come la tv nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica non funzionano solo come un “mezzo” di conquista della scena politica e di costruzione del consenso: oggi come allora, fra rappresentanza politica e rappresentazione mediatica c’è un rapporto di concorrenza nella ridefinizione delle forme della politica. Fra il ’92 e il ’94, la televisione (tutta, non solo quella berlusconiana) anticipò con i suoi format (tv-verità, duelli, politica-spettacolo, infoteinment etc.) il cambiamento delle forme della politica (personalizzazione, leaderismo, bipolarizzazione, maggioritario), nonché del regime del dicibile/indicibile e del vero/falso.

Oggi l’uso grillino della Rete evoca e mette in scena l’illusione di una forma di democrazia diretta e partecipata, in cui “uno vale uno” ma uno (o due, tutt’e due maschi s’intende) decide su tutti e per tutti, in cui l’indignazione si scioglie con la stessa facilità con cui si esprime, in cui le relazioni lasciano il posto alla connessione. E in cui la pretesa di verità si sposta dal verbo televisivo alla trasparenza di Internet. Paradosso non ultimo, questa democrazia diretta coincide con la democrazia elettorale: non contesta le istituzioni della rappresentanza ma le occupa per destituirle. È questo il superamento della democrazia rappresentativa che ci attende, e nel quale dovrebbe riconoscersi la critica della rappresentanza dei movimenti che si sono succeduti dal Sessantotto in poi, femminismo compreso?

4. Quando le cose che abbiamo desiderato si presentano con un segno rovesciato rispetto a quello che avevamo pensato, c’è poco da cantare vittoria e molto da riflettere, autocriticamente, sul nostro deficit di capacità egemonica. Per questo non mi convincono i salti di gioia per la composizione di classe, la critica della rappresentanza, la democrazia diretta e gli effetti di ingovernabilità del M5S.

Che esso incorpori punti programmatici e istanze dei movimenti non significa che noi nei movimenti radicali avevamo visto giusto e che Grillo lavora per facilitarci il compito: significa che noi non abbiamo saputo dare a questi punti e a queste istanze una carica egemonica, e che su questo deficit si è infilata la loro trascrizione grillina. Anche questo è già successo, con la trascrizione berlusconiana neoliberista delle istanze di libertà del ’68 e del femminismo, e sappiamo com’è andata a finire: per dirne una, con la libertà delle donne di vendersi al mercato del sesso e al mercatino del bunga bunga.

Forse è più adeguato puntare sul seguente ossimoro: prendere sul serio l’elemento comico del personaggio Grillo. Forse la sua vera forza destituente sta qui, nel portare all’estremo paradossi e parossismi in cui la politica tradizionale e la democrazia rappresentativa si sono infilate da sole. Si chiama pratica della parodia, e non è poi tanto strano che sia l’unica efficace contro una politica ridottasi alla parodia di se stessa.

Questo articolo è stato pubblicato sul blog di Ida Dominijanni

Autore dell'articolo: Amministratore

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