Ilva - Foto di Antonio Seprano

Morire d’Ilva: diossina, veleni e strutture insicure. Storia di una strage senza fine

di Loris Campetti

Ciro aveva 42 anni e faceva il manutentore dell’area a caldo. È morto precipitando dall’altezza di dieci-quindici metri per il crollo di una passerella posticcia, dopo più di 10 anni di Ilva. Antonio, 46 anni, è precipitato insieme a Ciro, è ferito ma per fortuna ancora vivo. Sono loro le ultime vittime in ordine di tempo della fabbrica della morte di Taranto. Il 30 ottobre era toccato a Claudio, 29 anni, schiacciato tra due convogli.

Il 29 novembre un altro operaio morto sempre in quota Riva, sempre a Taranto: Francesco faceva il gruista nell’area portuale quando è passato il tornado con la sua forza devastante, travolgendo gru e gruista. I dirigenti del padrone delle ferriere volevano costringere gli altri gruisti a prendere in fretta il posto di Francesco, ancor prima che il suo corpo venisse ripescato in mare, senza neanche verificare le condizioni di sicurezza delle gru. C’era una ragione: il collaudo previsto non era stato fatto.

Forse Ciro non è l’ultima vittima dell’Ilva di Taranto. Forse, in silenzio, senza scioperi indetti dai sindacati, senza fare notizia, nel quartiere di Tamburi dopo Ciro è morta una bambina, o un disoccupato, o una casalinga, o un operaio dell’altoforno, per un tumore al fegato, o al rene, o al polmone. Uccisi dalla diossina sparata dalla bocca velenosa del camino E312 alto 220 metri che minaccia 200 mila tarantini, o dalle polveri di ferro portate dal vento di maestrale dai parchi minerari scoperti di Riva nei quartieri che circondano la fabbrica.

O forse da un cocktail di quei veleni, dal benzopirene, dall’amianto dell’Arsenale, o dai cumoli d’asbesto dell’oleificio fallito frullati e sparati in città dal tifone di novembre. Ne muoiono mediamente 91 l’anno di tarantini grazie all’Ilva, soltanto nelle case circondate dalla fabbrica – perché il ministro Clini non lo sa, ma Tamburi non è stata costruita troppo vicina ai camini e ai parchi minerari dell’Ilva, c’era già da tempo lì, come c’erano già le masserie con i pastori le cui pecore e capre sono state soppresse perché impestate dalla diossina.

A Taranto più di 11 mila operai dell’Ilva e altrettanti impiegati nella filiera producono l’acciaio che consente all’Italia di non dipendere dall’estero. Il padrone, Emilio Riva con i suoi figli vuoi in galera vuoi latitanti, produce più diossina di qualsvoglia città europea. La cosa più bella sul futuro della città dei due mari ce l’ha detta il procuratore Franco Sebastio: chiedersi se viene prima il lavoro o la sicurezza e la salute in fabbrica e in città è demenziale, è come domandare a un bambino se vuole più bene al papà o alla mamma. La Costituzione difende il lavoro salubre, e la salute di tutti i cittadini.

È possibile, basti visitare a Linz o a Duisburg le fabbriche simili a a quella di Taranto. È possibile, ma solo senza Riva e il suo potere corruttivo nei confronti delle istituzioni, della politica, dell’informazione, dell’arcivescovato, dell’università. A lungo, e in molti casi ancora oggi, nei confronti dei sindacati. Senza Riva, perché non succeda più che tre operai in quattro mesi vengano uccisi e che 91 cittadini di Tamburi muoiano in silenzio, senza neanche uno sciopero di protesta.

Autore dell'articolo: Amministratore

1 commento su “Morire d’Ilva: diossina, veleni e strutture insicure. Storia di una strage senza fine

    francesca

    (1 Marzo 2013 - 19:37)

    Bentornato Loris, abbiamo sentito la mancanza dei tuoi articoli

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