Il manifesto 2: vai avanti che mi vien da ridere

Il Manifestodi Cinzia Gubbini, giornalista del manifesto in cig a zero ore

La nuova cooperativa del manifesto, nata il 1 gennaio sulle ceneri della coop che editava da 41 anni l’unico quotidiano comunista italiano, sta facendo i primi passi. Ed ecco arrivare i primi contratti: cinque per ora, a cinque giornalisti come prevede la legge sull’editoria. Ma anche in questo caso le polemiche non mancano, nonostante l’abbandono del campo da parte di ben 22 ex dipendenti su 67, nei fatti tra i più “riottosi” e critici nei confronti della direzione di Norma Rangeri. A questi vanno aggiunti alcuni “pensionati” – molte firme storiche – che in polemica con il nuovo corso hanno interrotto ogni collaborazione.

L’ultima assemblea (la prima della nuova coop) è finita con gente che ha sbattuto la porta. Motivo: la cooperativa dice addio all’egualitarismo salariale tra giornalisti e poligrafici, e inaugura la “normalizzazione” per i giornalisti, che entrano a tutti gli effetti nel regime del contratto nazionale. Quindi non si guadagneranno più come paga base 1.200 euro (calibrata sullo stipendio di un metalmeccanico, decisione del ’71). Verrà invece rispettato il contratto dei giornalisti, che prevede ben altri stipendi. I giornalisti assunti a tempo indeterminato godranno, sulla carta, di uno stipendio di circa 1900 euro.

È stato deciso, infatti, di offrire ai giornalisti non lo stipendio di primo ingresso, come sarebbe stato possibile trattandosi di nuove assunzioni (circa 1.500 euro al mese) bensì il cosiddetto “contratto più 30 mesi”, nel rispetto dell’effettiva anzianità dei giornalisti. Insomma, si tratta davvero di un altro”livello”. Il tutto mentre 22 ex dipendenti della cooperativa sono stati licenziati – alcuni se ne sono andati per scelta, altri no. E mentre circa la metà dei nuovi contratti saranno solo part-time.

A vedersi, non è tanto bello. Ma il paradosso è dietro l’angolo: come vedremo infatti, chi ha aderito alla nuova coop ci pensa due volte prima di abbracciare il nuovo contratto, visto che significherebbe rinunciare alla cassa integrazione a zero ore, che è stata garantita a tutti i 67 dipendenti del vecchio manifesto.

Intanto la decisione di assicurare ai giornalisti il “contrattone nazionale ” ha fatto infuriare i poligrafici – tecnici, segreteria, amministrazione – e anche qualche giornalista. C’è chi l’ha messa sul piano della “lotta di classe” in seno al manifesto.

In realtà che la nuova coop si sarebbe dovuta adeguare alle nuove normative, che non prevedono alcuna “deroga” al contratto nazionale, era cosa nota. E la Federazione nazionale della stampa, il sindacato dei giornalisti, aveva detto chiaro e tondo al manifesto – sin dall’inizio della crisi del giornale – che se la coop fosse riuscita a rinascere dalla liquidazione coatta amministrativa (come poi è accaduto) avrebbe dovuto rinunciare a quelle che, sotto il profilo sindacale, sono pericolose storture in grado di inquinare l’intero mercato editoriale.

Vista dall’interno del manifesto quelle deroghe erano ben altro: prima di tutto un tributo reale e non solo simbolico alla funzione di ciascun lavoratore. Il riconoscimento che il giornale esce ogni giorno grazie al lavoro di tutti, da quello della segretaria a quello della grande firma e perciò devono tutti guadagnare allo stesso modo. Dall’altro era una via per consentire a una cooperativa editoriale piccola e fragile di contenere i costi del lavoro. Discorso non più procrastinabile: bisognava rientrare nei ranghi.

E così è stato fatto, ma il conflitto continua. Perché secondo una parte dei nuovi soci (e tra questi anche un membro del cda, che ha inserito una “postilla” al verbale della seduta che ha deciso i nuovi contratti) sarebbe stato necessario interpretare la legge fino in fondo, e utilizzare la deroga prevista in caso di avviamento di una nuova coop: si può, infatti, stipulare il contratto nazionale ma pagarlo soltanto all’80%. I costi del lavoro, almeno all’inizio, sarebbero stati contenuti.

“Ma non sarebbe stato comunque utile – racconta un altro membro del cda, una persona che ha partecipato in modo molto attivo al nuovo corso del manifesto, il giornalista Matteo Bartocci – perché la nuova cooperativa deve porsi problemi molto seri, e complessi: tra questi c’è la necessità di avere un patrimonio adeguato a un’impresa che ha un giro d’affari intorno ai 10 milioni di euro all’anno”. Ovvero: tocca che i soci (per ora circa 45) ci mettano i soldi per costituire il patrimonio della cooperativa. All’inizio si era pensato a una quota di mille euro. Ma presto è stato chiaro che con 45mila euro non si va da nessuna parte. Soprattutto in banca: è difficile accedere a un prestito con un capitale sociale così basso.

Ed ecco che la “tegola” dei nuovi contratti nazionali è sembrata una buona “scappatoia” per risolvere questo problema: “Stiamo ancora studiando la cosa con i nostri consulenti per cercare di mettere a punto tutti i dettagli fiscali, contributivi e giuridici – spiega Bartocci – Ma l’idea è che chi guadagnerà 1.900 euro devolverà per i primi due anni tra i 300 e i 500 euro al mese alla cooperativa, sottoscrivendo quindi quote sociali molto significative e scommettendo molto sulla riuscita della nuova impresa anche di fronte ai lettori”.

Ecco quindi che l'”egualitarismo” tra tutti i lavoratori torna più o meno a farsi vedere: “Siamo una nuova cooperativa e dobbiamo trovare nuove forme di solidarietà interna – dice Bartocci – è vero, sulla carta i giornalisti guadagneranno comunque qualcosa in più dei poligrafici ma questa ‘autotassazionÈ permetterà di diminuire le distanze sul netto in busta paga. D’altro canto con l’Fnsi contratteremo altre forme di deroga che sono legittime e necessarie, soprattutto in una fase di avviamento come la nostra. Si tratta di ripensare la cooperativa editoriale del manifesto in un nuovo contesto storico in cui tutto è cambiato: la politica, i sindacati, le leggi e anche le persone. D’altra parte, la vecchia cooperativa è fallita sotto un mare di debiti e fotocopiarla tout court non sarebbe incoraggiante per i nostri sostenitori”.

A febbraio verranno stipulati altri contratti e alla fine i dipendenti della nuova coop dovrebbero essere più di quaranta (32 giornalisti e 10 poligrafici), circa 20 a part-time. Ma la verità è che sono in tanti a fare resistenza e a non volersi fare contrattualizzare dalla nuova cooperativa. La “morte” della vecchia impresa editrice infatti ha assicurato a tutti gli ex dipendenti una cassa integrazione di 18 mesi (circa 900 euro al mese). Chi si farà contrattualizzare dalla nuova cooperativa invece perde tutti gli ammortizzatori. E se la nuova avventura fallisse, i prossimi stati di crisi, con la legge Fornero ormai approvata, non sarebbero generosi come l’ultimo, strappato per il rotto della cuffia.

Quindi sono in pochi quelli disposti a scommettere tutto sul nuovo corso, nonostante abbiano deciso di prendere parte alla coop “rifondata”. Che nessuno abbia voglia di rimetterci i propri soldi d’altronde lo dimostra un fatto: i dipendenti del defunto manifesto prima o poi riceveranno il loro trattamento di fine rapporto, il tfr. Ci vorranno forse anni, forse no: tutto dipende da come si muoveranno i liquidatori della vecchia cooperativa. Comunque, prima o poi, quei soldi arriveranno. Per i dipendenti con più anzianità si tratta di circa 20 mila euro. Sarebbe bastato impegnare una parte di quel tfr, sottoscrivendo quote sociali più alte, per evitare il problema di patrimonializzazione della nuova cooperativa.

Qualcuno lo aveva proposto. Bocciato: si tratta di soldi virtuali, mica nessuno li ha in tasca. Sottoscrivere adesso quote sociali più alte sarebbe stato in un certo senso folle, addirittura “eroico”. Certo, un po’ di eroismo è necessario quando si inizia una avventura tanto ambiziosa. Ma tutti teniamo famiglia. Ha prevalso così la scelta più pragmatica: aumentando gli stipendi, impegnare un po’ di soldi al mese è meno oneroso. Ma anche in questo caso ci si fanno i conti in tasca: e se poi perdo gli ammortizzatori sociali? Vai avanti tu, che a me vien da ridere.

Questo articolo è stato pubblicato su Globalist il 20 gennaio 2013

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *