Esperienze da donna velata ovvero del diritto di portare un cappuccio a Bologna

Foto di Giuseppe Nicolorodi Francesca Colombo

Mi chiamo Giovanna, ho 50 anni, sono bolognese di origini bolognesi e ho passato tutta la mia vita a Bologna. Ovviamente di solito parlo la mia lingua madre, l’italiano, con un accento bolognese spiccato e ben riconoscibile. Sono chiara di occhi, di pelle e di capelli. Non sono musulmana, rispetto l’Islam come qualsiasi altra religione, né più né meno.

Quest’inverno, a causa del freddo, ho deciso di indossare sotto il piumone:

  • una felpa col cappuccio tirato su e legato intorno al viso, per proteggere dal freddo la testa e il collo
  • sotto il cappuccio, un berretto nero, per coprire meglio le orecchie.

Guardandomi allo specchio ho notato che questa tenuta mi faceva assomigliare vagamente a una donna musulmana velata; specialmente a quelle di loro che portano un foulard nero e sopra, appunto, un indumento col cappuccio (qualche anno fa, durante una vacanza in Marocco, ne ho incontrate parecchie, ma anche a Bologna se ne vedono). Ho deciso di non farci caso, convinta che si trattasse di una impressione soltanto mia e, comunque, che la gente avesse altro a cui pensare, di questi tempi poi.

Invece, fin dalle prime volte che sono uscita di casa vestita così hanno cominciato a succedermi cose strane. Per prima cosa alcune donne velate mi sorridono; e questo mi fa piacere. Purtroppo, in altri momenti mi sembra di essere tornata ad avere quindici anni, nel senso peggiore del termine; ossia mi imbatto in uomini, generalmente vecchi e brutti, che fanno di tutto per agganciare il mio sguardo e poi fischiano, o fanno rumoretti schifosi con le labbra, o borbottano frasi scarsamente articolate. Ma come, non mi succedeva più da quando sono diventata adulta! Ero solita dire che i maniaci di questo genere sono pedofili e adesso, perché ho un cappuccio in testa, ai loro occhi sono tornata sexy? (Non ridete e non fate commenti scemi: essere proclamata pubblicamente sexy da un tizio che l’ultima volta che ha fatto il bagno glielo ha fatto la levatrice, verso il 1950, non è mai piacevole; a nessuna età).

Una sera verso le otto, all’uscita dal lavoro, prendo l’autobus, e mi imbatto in un tizio ubriaco e scapigliato che fissandomi comincia a urlare: eccoli qua, hanno portato pure le loro donne! Vergognatevi, terroristi! L’Afghanistan! l’Iran, il Kabulistan! E le torri gemelle! Eccetera, eccetera, eccetera… non trovo niente di meglio che mettermi a ridere. Il tizio si indigna ancora di più e alla fine mi ordina: scendi! Ovviamente, nessuno in tutto l’autobus batte ciglio. Visto che io continuo a ridere e non mi muovo, alla fermata scende lui, scivolando e battendo la faccia per terra. Mentre l’autobus si allontana, faccio in tempo a vederlo rialzarsi e imprecare, mostrandomi il pugno.

Vabbè, penso, era un ubriaco. Il pomeriggio successivo passo per un giardinetto; tre giovani sfaccendati italiani seduti su una panchina, vedendomi, cominciano a borbottare e ridacchiare tra loro, poi il più coraggioso di essi mi urla dietro: Kabbuuu! (che presumibilmente stava per: Kabul). Ancora in autobus; un ragazzino che non ha ancora finito di crescere mi si piazza davanti e mi fa il saluto romano. Poi anche lui, come se fosse un anziano, comincia a fare dei versacci con le labbra al mio indirizzo: pciùpciùpciù… basita, sbalordita, mi volto dall’altra parte, e quello fortunatamente smette.

Stasera ero in una merceria. Ho dovuto aspettare mezz’ora a causa di una vecchietta che si faceva mostrare tutto il negozio senza comprare niente. Finalmente si fa da parte e il commesso mi chiede cosa voglio. Ma dopo cinque minuti la vecchietta torna alla carica, si è ricordata di non aver chiesto questo e quello. Le dico: “guardi che il signore stava servendo me”. Mi risponde: no, stava servendo me: e si vergogni, chè qui siamo in Italia! A quel punto, persa definitivamente la pazienza, mi sono strappata cappuccio e berretto con un ruggito e l’ho buttata fuori dal negozio. Impallidendo sotto il fondotinta la vecchia si è data alla fuga, non senza aver dichiarato che avrebbe chiamato i carabinieri (presumibilmente per controllare il mio permesso di soggiorno).

Insomma: che devo fare? Anche quando avevo diciotto anni e portavo la minigonna, che allora era di moda, incontravo spesso ignoranti che mi trattavano come una donna facile; ma adesso incontro spesso ignoranti che mi trattano come una donna di serie B. Fa freddo, ho una certa età: devo rinunciare al mio cappuccio e al mio berretto caldi e andare in giro a testa scoperta, per dimostrare a tutti che non sono musulmana? Forse, per non sbagliare, sarà meglio che metta di nuovo anche la minigonna, accompagnata da tacchi a spillo, calze a rete e profonda scollatura. Stile Daniela Santachè o Giorgia Meloni, quelle maitrèsses (à penser) che confondono la libertà femminile con l’obbligo di portare i capelli sbiondati e le tette fuori, devo prendermi un malanno per colpa loro?

No, preferisco mandarli tutti quanti a quel paese, al loro paese, il paese dei razzisti. Che non è mai stato il mio e non lo sarà mai. E sappiate che se continueranno a provocarmi continuerò a reagire, ma, le prossime volte, con qualcosa di peggio di una risata o di un ruggito. Voglio vestirmi come mi pare, anche se questo significa battersi per il diritto alle donne velate a essere rispettate, e soprattutto battersi per il diritto di ogni donna a vestirsi come le pare. Studiate la nostra storia, e vedrete che a noi donne bolognesi non è mai mancato il coraggio.

Autore dell'articolo: Amministratore

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