Articolo 33, Bologna conquista il referendum sulla scuola, consegnate 13.500 firme

di Rudi Ghedini

Solo residenti nel Comune di Bologna – tanti altri che volevano firmare non hanno potuto – e alla fine i conti tornano: sono 13.500 le firme consegnate ieri in Comune dal Nuovo Comitato Articolo 33.

Sono state raccolte in meno di tre mesi (ne bastavano 9.000). Un segnale evidente di rivendicazione di un diritto, a una scuola pubblica, laica e plurale, inclusiva e gratuita, come sta scritto nella Costituzione. Una Carta fondamentale che, invece, riconosce l’esistenza delle scuole private , ma “senza oneri” da parte della collettività. Al contrario, mentre oltre trecento bambini sono rimasti esclusi dalla scuola pubblica dell’infanzia a Bologna, il Comune continua a finanziare le scuole private paritarie.

Ora il sindaco – la cui idea di democrazia appare, diciamo così, un po’ intermittente – eseguite le procedure di verifica delle firme, dovrà indire il referendum. Trattandosi di un tema così sentito e di così rilevante valore politico, sarebbe incomprensibile dilazionare i tempi del referendum, allontanarlo nel tempo con qualche scusa formale. Fin dal momento in cui partì la raccolta delle firme, il comitato promotore avanzò la proposta di far coincidere questo voto con le elezioni politiche della prossima primavera. La portavoce del comitato ha di nuovo ribadito, ieri, che “trattandosi di referendum consultivo cittadino, senza un quorum da raggiungere, l’accorpamento non produce alcuna alterazione ma anzi garantisce una consultazione più ampia e quindi più precisa negli esiti”.

Ci sono numerosi precedenti: a Milano nel 2011, il sindaco ha accorpato referendum nazionali e referendum locali. E già a Bologna, nel 1984, il famoso referendum sul traffico venne svolto in contemporanea con le elezioni europee. Se il sindaco vuol dare un segnale di apertura al confronto, e favorire la partecipazione, la scelta risulta immediata, persino ovvia. Se, invece, vivrà questo sussulto di partecipazione come un pericolo perché mette in discussione le scelte compiute dalla sua Giunta e da quelle che l’hanno preceduta, non venga poi a lamentarsi dell’aumento dell’antipolitica.

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