La sinistra e il futuro del Paese: c’è ancora una “questione morale”

Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguerdi Sergio Caserta

Quale sarà il futuro della sinistra italiana? Il passaggio delle elezioni del 2013 è fondamentale per delineare un nuovo quadro politico. Ciò avviene nel mezzo di una crisi economica e sociale impressionante,di cui non si vede la fine, una crisi mondiale e nello stesso tempo profondamente occidentale, europea e nazionale che sta modificando le condizioni di vita di milioni di persone, lavoratori, giovani e non giovani.

In Italia la crisi ha assunto le caratteristiche di una frana sociale e manca poco a un vero e proprio collasso; sono venuti al pettine nodi inestricabili del sistema produttivo industriale, privo da più di vent’anni di qualsiasi seria programmazione e di fatto abbandonato a se stesso, mentre il sistema politico è squassato dalla corruzione e dal mal governo, dalle collusioni con la criminalità economica e il malaffare che sta compromettendo la stabilità istituzionale e ponendo a rischio il principio di democrazia rappresentativa.

Si ha un bel dire che monta uno spirito “anti-politico”, come si fa a non gridare alla vergogna per le scene disgustose dei festini romani? L’immagine dell’Italia nel mondo è paragonabile alle cosiddette “repubbliche di banana” che Woody Allen descrisse con il suo straordinario ironico humor. La gravità di questa situazione, ciò che fa prevalere un forte senso di rivolta morale, sta nell’impassibilità con la quale, anche i rappresentanti delle istituzioni che dovrebbero sovraintendere a una funzione di controllo dei comportamenti individuali e collettivi della classe politica, appaiono imbelli se non complici di queste nefandezze. La corruzione non è solo di chi commette i reati ma anche di tutto il sistema che gira intorno, cosa hanno fatto finora le forze politiche per denunciare il malcostume? Niente, il silenzio è imbarazzante.

L’origine di questa vera e propria degenerazione di massa che è stata, ed è in gran parte è ancora, l’appropriazione da parte dei partiti politici della cosa pubblica fu denunciata, già nell’ormai lontano 1982, dall’allora segretario del PCI Enrico Berlinguer che rispondeva, in una storica intervista all’allora direttore di Repubblica Eugenio Scalfari e che oggi si può riproporre in tutta la sua stringente attualità ( fonte: la biblioteca di Repubblica dal 1976 al 1984).

Scalfari: “Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana”.

Berlinguer: “È quello che penso”

Scalfari: “Per quale motivo?”

Berlinguer: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni,a partire dal Governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai Tv, alcuni grandi giornali… Insomma tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico, tutte le “operazioni” che le istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere, vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela,; un’autorizzazione amministrativa viene rilasciata, un appalto vien aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta di riconoscimenti dovuti”.

Scalfari: “Devo riconoscere signor segretario che il suo è in gran parte un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo. Allora delle due l’una: o gli italiani hanno, come si suol dire la classe dirigente che si meritano, oppure preferiscono questo stato di cose degradato all’ipotesi di vedere il partito comunista insediato al governo e ai vertici del potere. Che cosa vi rende quindi estranei e temibili agli occhi della maggioranza degli italiani?”

Berlinguer: “La domanda è complessa. Mi consentirà di rispondere ordinatamente. Anzitutto molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti ma ottenuti attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di ciò che dico? Confronti il voto che gli italiani danno in occasione del referendum e quello delle normali elezioni politiche. Il voto del referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco, non mobilita candidati e interessi privati di gruppi o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene sia nel ’74 col divorzio, ancor di più nell’81 con l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso”.

Scalfari: “Veniamo all’altro pezzo della mia domanda, signor segretario: dovreste aver vinto da un pezzo se le cose stanno come lei le descrive”.

Berlinguer: “In un certo senso al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro che va così decisamente contro l’andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità”.

Scalfari: “Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in cosa consiste la vostra diversità, c’è da aver paura?”

Berlinguer: “Qualcuno si ha ragione di temerne, e lei capisce cosa intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione, e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi dello Stato, sempre più numerosi centri del potere in ogni campo ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ho detto che i partiti hanno degenerato, quale più, quale meno, da questa funzione costituzionale loro propria. Recando così danni gravissimi allo stato e a se stessi. Ebbene il partito comunista italiano non li ha seguiti in questa degenerazione. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere paura agli italiani?”

Scalfari “Ma vi si può obiettare: voi non avete avuto l’occasione di provare la vostra onestà politica perché al potere non ci siete arrivati. Chi ci dice che in condizioni analoghe non vi comportereste allo stesso modo?”

Berlinguer: “Lei vuol dirmi che l’occasione fa l’uomo ladro. Ma c’è un fatto sul quale l’invito a riflettere: a noi hanno fatto ponti d’oro, la DC e gli altri partiti, perché abbandonassimo questa posizione d’intransigenza e di coerenza morale e politica. Ai tempi della maggioranza di solidarietà nazionale ci hanno scongiurato in tutti i modi di fornire i nostri uomini per banche, enti, poltrone di sottogoverno, per partecipare anche noi al banchetto. Abbiamo risposto sempre di no, se l’occasione fa l’uomo ladro debbo dirle che le abbiamo avute anche noi ma ladri non siamo diventati. Se avessimo voluto venderci, se avessimo voluto integrarci nel sistema di potere imperniato sulla Dc e al quale partecipano gli altri partiti della pregiudiziale anticomunista, avremmo potuto farlo, ma la nostra risposta è stata no. E ad un certo punto ce ne siamo andato sbattendo la porta, quando abbiamo capito che rimanere, anche senza compromissioni nostre, poteva significare tener bordone alle malefatte altrui, e concorrere anche noi a fare danno al paese”.

Scalfari: “Veniamo alla seconda diversità”.

Berlinguer: “Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri gli emarginati, gli svantaggiati vadano difesi e gli vada data voce e possibilità di contare nelle decisioni per cambiare le proprie condizioni di vita”.

Scalfari: “Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti”.

Berlinguer: “Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguire, di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi, sui monti coi partigiani ci siamo stati noi, nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi, con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni amministrate con onestà ci siamo noi”.

L’intervista, praticamente il testamento politico di Berlinguer, prosegue toccando svariati argomenti tra i quali la linea politica dopo la rottura della maggioranza di unità nazionale (che Berlinguer ammise provocò conflitti nel partito), lo stato del partito, la politica dell’austerità, il terrorismo ed altro ancora, ma l’elemento centrale restò la diagnosi di quella che Berlinguer defini “la questione morale che divora la DC come divora le istituzioni”. Da lì non ci siamo mossi, nessun’altra analisi della società italiana, di questa lunga crisi che è ormai un declino, è stata più prodotta dalla sinistra nelle diverse forme in cui è andata organizzandosi dalla morte di Berlinguer e soprattutto da dopo la fine del PCI.

È avvenuta una rapida mutazione genetica, i processi di “assimilazione” al costume prevalente che il grande segretario intendeva contrastare, furono in poco tempo assunti nel corpo di quello che restava il maggior partito della sinistra, il quale liberatosi dall’ingombro del nome e dell’eredità politica e morale della sua storia precedente, potette assumere pienamente la non- diversità come elemento fondamentale di accettazione della sua assunzione ai vertici del potere.

Oggi che assistiamo inerti alla consunzione di questo sistema politico, attraverso il prodursi di un decadimento morale senza precedenti, dovremmo ripensare alla lezione di Berlinguer, alla tenacia con la quale difendeva le prerogative di un Partito che aveva contribuito a costruire la repubblica democratica antifascista e che orgogliosamente difendeva la sua diversità in nome di valori di onestà e disinteresse verso ogni forma di abuso del potere.

Purtroppo la classe politica è clorofomizzata da una condizione di totale subalternità passiva, addolcita dai privilegi consistenti in lauti stipendi e privilegi che sono diventati pressocché l’unica ragione per cui si fa carriera con ogni mezzo. La crisi italiana, richiederebbe l’assunzione di un grande senso si responsabilità da parte della sua classe politica, innanzitutto il ripristino di livelli retributivi per tutte le cariche elettive e rappresentative, consoni alle condizioni del paese e quindi di gran lunga inferiori dagli attuali, così come è da sempre in altri paesi europei anche più grandi e soprattutto più seri del nostro.

Una classe dirigente selezionata, nella prospettiva di conquistare senza particolari sforzi una condizione economica privilegiata, è dimostrato corrisponde alla subalternità del sistema politico nel suo insieme, al dominio del profitto e della speculazione privata sull’interesse generale, è questa subalternità che bisogna sconfiggere Solo attraverso la rigenerazione di una vera autoriforma politica e morale, si può pensare che la sinistra possa seriamente tornare ad assumere quel ruolo di protagonista di un cambiamento del paese che tanti cittadini desiderosi, attendono inutilmente da sempre, altrimenti resta solo il vuoto delle macerie conseguenti l’intervento della magistratura.

Autore dell'articolo: Amministratore

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