Strage di Bologna

L’uomo che depistò le indagini sulla strage di Bologna: il nuovo arresto, l’estradizione e un passato all’ombra della P2

di Giaime Garzia

È stato estradato a tempo di record. Elio Ciolini, nato 66 anni fa a Firenze e divenuto celebre per aver depistato le indagini sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, era stato arrestato all’inizio di settembre in Romania. Oltre ai documenti falsi presentati all’aeroporto di Otopeni, era ricercato perché contro di lui era stata emessa a inizio 2011 un’ordinanza di custodia cautelare per manipolazione del mercato dopo che di recente era finito nei guai anche per una storia di titoli di Stato americani falsi.

In Italia Ciolini è arrivato la settimana scorsa su un aereo della linea di bandiera romena Tarom partito da Bucarest e atterrato a Fiumicino. Al Leonardo Da Vinci è stato preso in consegna dagli agenti italiani, che lo hanno fotosegnalato e gli hanno notificato l’arresto. Dopodiché, mentre raggiungeva un furgone della polizia penitenziaria che lo ha trasferito nel carcere di Regina Coeli, ha tentato di nascondere il viso con un foglio di carta dietro il quale si è riparato da giornalisti e operatori che lo attendevano.

Uomo dagli innumerevoli nomi – Bruno Raul Rivera Sanchez, Jean Lambert, colonnello Bastiani sono alcuni di quelli usati in un arco di tempo più che trentennale – in Romania aveva tentato di entrare pochi giorni fa presentando una carta d’identità intestata a tale Gino Bottoni di Ferrara. Proveniva da Zurigo, città che come altre svizzere ha scandito la sua esistenza fin dalla metà degli anni Settanta, e qui invece usava il cognome Baccioni. Di lui si diceva avere un studio a Roma con finestre che davano sul palazzo della Camera dei deputati, Montecitorio, e di essere circondato da relazioni altolocate in forza dei suoi tanto vari quanto presunti ruoli: ufficiale della Nato, dirigente dell’Unione europea, vertice di un’organizzazione non governativa capitolina che si batteva contro il racket.

Una costante per un personaggio che, nel corso degli anni, ha dichiarato numerose appartenenze arrivando a sostenere di aver lavorato per lo Sdece (i servizi segreti francesi) e indicato da altri come agente del Sac (Servizio di azione civile), tanto per citarne alcuni. Quando alla fine del novembre 1980 iniziò a dire di avere informazioni sulla strage di Bologna, era però solo Elio Ciolini, detenuto nel carcere ginevrino di Champ Dollon per una presunta truffa a una cittadina americana residente in Svizzera.

Qui, prima per iscritto con una serie di “memorandum” e poi a voce, confermando le dichiarazioni precedenti, sostenne che l’eccidio costato il 2 agosto 1980 la vita a 85 persone era stato deciso da una “loggia riservata”, una specie di super P2 chiamata la loggia di Montecarlo, per coprire operazioni finanziarie che riguardavano l’Eni. La preparazione dell’attentato, sempre secondo la sua versione, fu affidata a una realtà chiamata “Organizzazione terroristica”, il cui leader sarebbe stato Stefano Delle Chiaie, e l’esecuzione affidata a un neonazista tedesco che avrebbe agito sotto la supervisione di un mercenario francese. Entrambi dovevano agire facendo affidamento su società di copertura intestate intestate a estremisti di destra.

Quello che tessé, in poche parole, fu un mosaico complesso, su cui aleggiava sempre lo spettro della P2 e che intrecciava elementi falsi con altri veri da cui non fu facile districarsi. Elementi che costarono rinvii a giudizio per persone poi risultate estranei sia alla strage alla stazione bolognese che al rapimento di due giornalisti italiani, Graziella De Palo e Italo Toni, scomparsi da Beirut il 2 settembre 1980. Anche per questo fu condannato a nove anni di carcere per calunnia e nelle sue delazioni aveva tirato in mezzo un po’ tutti, anche numerosi politici dimostrando una preferenza per i socialisti.

Il 4 marzo 1992, poi, mentre era recluso nel carcere toscano di Sollicciano, Ciolini aveva scritto al giudice istruttore di Bologna Leonardo Grassi una tortuosa lettera in cui, in sostanza, dava informazioni in merito a fatti stragisti che si sarebbero susseguiti da marzo a luglio. Preannunciava di fatto l’omicidio dell’andeottiano di ferro Salvo Lima e le bombe che esplosero ancora quell’anno. Il magistrato emiliano avvertì il ministro degli Interni Vincenzo Scotti che, forte di una nota dell’allora capo della Polizia, Vincenzo Parisi, a propria volta inviò a tutte le questure d’Italia un allarme terrorismo. Ma quando la notizia giunse alla stampa – e quando vi giunse poco dopo anche il nome della fonte – l’informazione su bollata come una “patacca” (il più rapido a definirla come tale fu Giulio Andreotti). Questa “profezia”, però, stavolta trovò riscontro ed è finita, insieme agli aventi che caratterizzarono il 1992 e il 1993, negli eventi che vanno oggi sotto il nome di trattativa Stato-mafia.

Autore dell'articolo: Amministratore

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