Il cardinal Martini: la vera riflessione autocritica dei prigionieri è interiore e non spettacolare

Angeli e demoni - Foto di Emilius Da Atlantidedi Sandro Padula

Nel saggio “Orizzonti e limiti della scienza” (Decima Cattedra dei non credenti; a cura di Elio Sindoni e Corrado Sinigaglia, Raffaello Cortina Editore, Milano 1999) il cardinal Martini auspicava che la vicenda di Giordano Bruno, l’«eretico di Nola» bruciato sul rogo in Campo di Fiori (Roma) il 17 febbraio 1600, potesse diventare oggetto di “ripensamento critico” da parte della Chiesa cattolica.

Nello scritto “Gli esegeti del tempo di Galileo” (in “Nel quarto centenario della nascita di Galileo Galilei”, Milano, Vita e Pensiero, 1966) considerava di per sé sbagliate le assenze di “un vero dialogo tra Galileo e il mondo degli esegeti contemporanei” (ibidem, pag. 1224) e “di ogni dubbio serio riguardo alla concezione geocentrica” (ibidem, pag. 124). Mai e poi mai trovò una qualche forma di nobiltà nelle guerre contro gli eretici, nelle abiure e nelle omologazioni statuali ad un pensiero privo di autentici dubbi.

Non amava, ad esempio, le leggi scritte dalla Prima Repubblica a favore dei “pentiti”. Riteneva che l’eventuale riflessione autocritica delle persone detenute debba essere un processo fondamentalmente interiore, quindi non qualcosa di mercificato, cinico, spettacolare e opportunistico. Le sue idee, da alcuni definite “profetiche”, erano garantiste, libertarie, amanti dell’egualitarismo, aperte alle novità positive in ogni campo del sapere. Non avevano nulla a che spartire con la “legislazione dell’emergenza”, di cui andò a far parte anche la legge sulla “dissociazione” del 1986, e con il perenne tradimento dell’articolo 27 della Costituzione italiana che prevede la finalità risocializzante della pena detentiva.

Le sue idee sulla giustizia erano antitetiche a quelle di chi accetta degli sconti di pena come premio di una qualche forma di “collaborazione” che di fatto danneggia le condizioni di vita di altre persone, libere o detenute che siano. Il 13 giugno 1984, quando uno sconosciuto consegnò all’arcivescovado di Milano un arsenale di armi dei Comitati Comunisti Rivoluzionari (Co.Co.Ri.), un’organizzazione sovversiva scioltasi ben 6 anni prima, fu “messo in mezzo” dai “dissociati” – allora imputati al processo milanese contro Prima Linea e i Co.Co.Ri. – e non poté fare a meno di informare la polizia dell’accaduto.

Capì che gli organizzatori di quell’operazione – a cui post factum si aggregarono altri soggetti detenuti che mai avevano fatto parte dei Co.Co.Ri. – volevano pubblicizzare il proprio “ravvedimento” e, per dovere cristiano, li assecondò in quanto ebbe un senso di profonda pietas verso di loro e non perché fosse d’accordo con chi manda in giro una persona con un arsenale di armi e aspira a fare notizia nella Società dello Spettacolo.

La vicenda, finita sui mass media e accompagnata da una serie di polemiche, poteva procurargli delle vere grane sul piano giudiziario ma lui non ebbe paura. Il motivo è semplice. Il cardinal Martini dialogava con tutti, anche con le persone colpite dalla cultura del nuovo medio evo chiamato “postmodernità”. Aiutò molte fra tali persone ad evitare l’impazzimento completo e il suicidio. Non fece da “sponda” ai “dissociati” e alla connessa abiura. Fece qualcosa di straordinario. Aiutò perfino chi aveva idee opposte o molto diverse rispetto alle sue sul tema del pentimento e della giustizia.

Ecco infatti cosa scriveva nel suo libro “Sulla giustizia” edito nel 1999 da Mondadori:

“Pentimento e pentiti. Attraverso una certa legislazione, partita dai tempi del terrorismo, si è giunti a usare il termine pentiti per indicare un atteggiamento che non esprime direttamente l’insegnamento del Vangelo e della Chiesa. Il vero pentimento (…) è dunque un evento interiore, nobilissimo, che dice l’anelito a una vita nuova e pulita. Il “pentito” secondo la legge, cioè il collaboratore, può non avere nessuna intenzione interiore di cambiare vita, di riconoscere le sue colpe. Il pentimento cristiano è un cambiare il cuore.

Adesso, dopo la sua morte, avvenuta il 31 agosto di quest’anno, molti ne parlano bene ma non hanno appreso a sufficienza il significato dialogante, antioppressivo e antidiscriminatorio del suo messaggio e della sua esperienza. Non hanno ancora capito quanto sia sbagliato definirlo come un sostenitore di qualche spettacolare sceneggiata postmoderna.

A suo avviso la Chiesa Cattolica era indietro di 200 anni. E forse, in rapporto a ben altri e più civili paesi europei che da tempo hanno abolito l’ergastolo e le pene detentive superiori ai 15 anni, non giudicava molto diversamente l’attuale Stato italiano con le sue carceri sovraffollate e decine di persone detenute da più di tre decenni.

Autore dell'articolo: Amministratore

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