Pietrasanta 13 agosto: riunione di circoli e amici del manifesto. «Un giornale da salvare»

La campagna dei circoli
articolo di RICCARDO CHIARI

Un’assemblea a Roma ai primi di ottobre, per iniziare insieme – collettivo redazionale, collaboratori, circoli e lettori – una discussione su un progetto politico-editoriale “rifondativo” del manifesto. Una bozza di statuto di una nuova cooperativa, formata dai circoli e dai singoli sostenitori del quotidiano comunista, che possa compartecipare alle spese per l’acquisto o per l’affitto della testata, alla fine della liquidazione amministrativa.
Un garante, Valentino Parlato, dei rapporti fra i circoli e il giornale, in modo da superare equivoci e contraddizioni emerse negli ultimi mesi. Su queste basi, con approvazione generale dopo più di sette ore di discussione, i circoli del manifesto hanno deciso di andare avanti per diventare una comunità di lettori e sostenitori che, in forma associativa, partecipi al riacquisto della testata. Del fondamentale marchio di fabbrica di quello che, oggi, è rimasto l’unico giornale di sinistra in edicola.
Delegati e rappresentanti dei circoli si sono ritrovati alla Casa del popolo di Solaio, sotto le Apuane, dove da alcuni anni l’attivissimo circolo del manifesto della Versilia si occupa di incontri e concerti della Liberafesta di Rifondazione comunista.

Sono arrivati da Bologna, Modena, Treviso, Salerno, Udine e Latina. Chi non ce l’ha fatta – circoli di Padova, delle Marche e della Sardegna – ha inviato interventi per offrire il proprio punto di vista. Per ribadire quanto Luigi Pintor scriveva già quarant’anni fa, e cioè che il manifesto può andare avanti solo mantenendo uno stretto rapporto, biunivoco, con i suoi lettori.
In assemblea anche Patrizia Cortellessa, Loris Campetti, Guido Ambrosino e Valentino Parlato, che di fronte alle prime sollecitazioni sintetizza: «C’è stato uno sbaglio in avvio: da una parte i circoli sono polemici con una redazione considerata troppo chiusa con l’esterno, dall’altra la redazione teme una intromissione dei circoli nella realizzazione del giornale. Questo nodo va sciolto, per questo chiedo ai circoli di inviarmi dei veri e propri articoli da pubblicare. E sulla questione della proprietà del manifesto, sono d’accordo con il progetto di un “collettivo di circoli”. Quindi vi consiglio di continuare a fare iniziative e mettere da parte un tesoretto da usare per contribuire all’acquisto della testata». Finanziamenti che, in caso di non riuscita del progetto, sarebbero interamente restituiti.

Tecnicamente sarà possibile anche affittare la testata. E Guido Ambrosino riepiloga il modello del quotidiano berlinese Taz, che vede assieme una proprietà diffusa della testata (12 mila soci-lettori con quote da 500 euro); una “società dei collaboratori” che vede riuniti circa 250 scrittori abituali del giornale; e una cooperativa ad hoc di redattori e poligrafici: «Tre componenti, tutte rappresentate nel consiglio di amministrazione, di un giornale-movimento che nella sua struttura offre la possibilità di una pratica politica comune».
Ma che deve avere un progetto editoriale forte: «La sfida è ardua – sottolinea Valentino Parlato – perché non basta un giornale più a sinistra di Repubblica e più garantista del Fatto Quotidiano». Non di fronte a una crisi profonda del capitalismo, che si sta riflettendo in una lotta di classe contro il lavoro. E che sta logorando le stesse istituzioni, sempre più limitate nella loro azione dai cosiddetti «vincoli di mercato».

Quanto all’Italia, i circoli concordano sul fatto che il governo di Mario Monti non sia una parentesi ma una vera fase costituente. Rispetto alla quale il giudizio è tanto negativo quanto netto. Così, di fronte al bivio fra il tentativo di costruire una Syriza italiana, oppure condizionare un Pd avviato all’alleanza di governo con l’Udc, i presenti non hanno dubbi: «Il giornale deve lavorare per un percorso unitario a sinistra – esemplifica Benianimo Grandi – che abbia possibilmente una rappresentanza decente». Con alcune discriminanti di base: guerra e spese militari, beni comuni, diritti del lavoro, riconversione ecologica dell’economia: «I governi di guerra – ricorda Sergio Viti – non vanno mai votati. E Napolitano non può occuparsi del governo, non è quella la funzione del presidente della Repubblica». Tira le somme Sergio Caserta: «C’è una critica, molto forte, all’alleanza Pd-Udc più Sel. Ma non emerge una forte alternativa di sinistra. Perché potremmo avere più liste a sinistra del Pd: i sindaci, Alba, Rifondazione, ecc…».
Che fare dunque? «Che posizione prendere – chiede più volte Valentino Parlato – alle prossime elezioni? Abbiamo l’ambizione di aiutare la costruzione di una piccola Syriza?». La risposta è affermativa. «Ma solo se consideriamo le elezioni un passaggio intermedio – puntualizza Caserta – per un nuovo progetto editoriale e politico». Da iniziare con la raccolta di firme per riconquistare l’articolo 18 e avere finalmente una legge sulla rappresentanza sindacale. Oppure con la creazione di “liste comuni” di opposizione. «Tre anni fa il manifesto greco era con Synaspimos ed aveva il 4% – ricorda Loris Campetti – oggi è con Syriza ed ha il 27%, perché Syriza ha unito le forze politiche e i movimenti che dicono sì all’Europa, ma no ai ricatti di questa Europa».
Sarà possibile che il manifesto si faccia strumento di un percorso analogo in Italia?
«Per avere continuità bisogna passare da una rottura – chiude Campetti – conservando gli elementi costitutivi del manifesto in una realtà totalmente cambiata. Ma dove continuano i casi Ilva, dove si fanno guerre fra poveri quando il nemico vero è il padrone. Lui dovrebbe mettere i soldi».
E, al solito, non lo fa.

Autore dell'articolo: Redazione CB