Bartleby, politica e cultura senza casa

Non c’è spazio a Bologna per dibattiti, tavole rotonde, approfondimenti sulla crisi globale della finanza, sulla distribuzione del reddito, sulla circolazione dei saperi, neanche per presentazione di libri, rassegne di musica classica, festival letterari. Non se provengono da uno spazio sociale, come Bartleby, che opera nel centro della città.
Leonardo Tancredi

Nei fatti, è quello che trapela dalle stanze del Comune e dell’Ateneo bolognese, dopo il passo indietro di Palazzo D’Accursio sull’assegnazione di una nuova sede e l’ultimatum dell’Università per il rilascio dei locali di via San Petronio Vecchio attualmente occupati dall’associazione studentesca.

L’esperienza di Bartleby parte dall’occupazione di uno stabile dell’Università in via Capo di Lucca dismesso da anni, se non per qualche armadio della facoltà di Scienza Aziendali. È marzo del 2009, in piena Onda (il movimento studentesco), sono gli ultimi mesi della giunta Cofferati e del rettore Pier Ugo Calzolari. Per tre volte in sei mesi, Bartleby viene sgomberato e rioccupa. Intanto a Palazzo D’Accursio si insedia Flavio Del Bono, il sindaco breve, e in rettorato arrivano Ivano Dionigi e il prorettore agli studenti Roberto Nicoletti. Partire con uno sgombero non sarebbe una buona presentazione, Nicoletti dialoga con Bartleby che diventa associazione studentesca e a dicembre del 2009 partecipa a un bando per l’assegnazione di spazi a realtà associative universitarie. Vince e a marzo 2009 entra nei locali di via San Petronio Vecchio con una convenzione valida fino al 31 settembre 2009.

“In via Capo di Lucca era difficile avere una vera e propria progettazione di lunga durata

– dice Elena – agivamo dentro l’impulso dell’Onda ed eravamo troppo impegnati a essere sgomberati e rioccupare. In via S. Petronio il progetto ha preso forma e da qui sono passati e hanno partecipato attivamente studenti, artisti, musicisti ma anche docenti.”

Fare cultura vuol dire fare politica, questo per gli attivisti di Bartleby è molto chiaro. “La nostra idea è strutturare un agire politico sulla produzione culturale. Spesso si parla di Bartleby con toni diversi se andiamo in piazza per contestare le scelte anti-crisi o se organizziamo un concerto di musica classica, ma per noi questa distinzione non ha senso. Il nostro progetto politico parte da una riflessione sulla produzione di arte e cultura nello spazio cittadino e sulla circolazione e condivisione dei saperi.”

Così in via San Petronio Vecchio si sono incontrati ambiti culturali diversi in iniziative che hanno riflesso questa mescolanza anche tra il pubblico. Un buon esempio è il progetto musicale Concordanze che ha unito orchestrali del Teatro Comunale con gli studenti del Conservatorio Rossini e altri performer come danzatrici e scenografi. L’obbiettivo comune era portare la musica classica fuori dai luoghi di una fruizione ingessata e farla incontrare con altre arti.

Ma la lista è lunga: jam session di jazzisti emergenti, eventi paralleli al festival del fumetto Bilbolbul, il B.I.R.R.A. festival delle riviste indipendenti e decine di presentazioni di libri e reading.

Dal 31 settembre del 2011 tutto questo è illegale. La convenzione con l’Università è scaduta senza rinnovo e senza proposte di collocazioni alternative. Circa un anno fa è arrivata la comunicazione dal rettorato di un progetto di riqualificazione che trasformerà l’attuale sede di Bartleby in aule della facoltà di Scienze Politiche.

“Nicoletti ci ha fatto sapere che erano stati trovati i fondi per avviare i lavori e che non c’erano altri locali disponibili. La nostra risposta è stata una notte bianca e l’appello alla città.”

“Bartleby deve morire” hanno denunciato molti operatori della cultura e sostenitori bolognesi, tra i quali il collettivo di scrittori Wu Ming, ma  per alcuni mesi il collettivo vive e opera nel silenzio di Comune e Università. Un primo segnale arriva dall’assessore comunale alla Cultura Alberto Ronchi che propone il trasferimento nei 500 mq sotterranei dell’ex mensa dei dipendenti Atc in via San Felice. Sembra fatta, ma improvvisamente tutto si ferma. Non solo, con tempismo sospetto arriva un  ultimatum dall’Università: entro il primo giugno devono partire i lavori altrimenti si rischia la penale.

“Si palesa un doppio binario, da una parte il Comune tratta, dall’altra l’Università sgombera – prosegue Elena – quando anche Ronchi fa retromarcia le cose sono relativamente più chiare. C’è uno scontro tra pezzi di potere in città e noi siamo finiti nel mezzo.”

Come si è arrivati a questo? Via San Petronio Vecchio è a 10 minuti a piedi da piazza Verdi, luogo conteso da studenti universitari, senza dimora, spacciatori e comitati di cittadini da almeno 15 anni, con l’Amministrazione comunale (tutte quelle succedutesi) a fare da arbitro in perenne affanno. L’estate musicale bolognese pensata dall’assessore Ronchi quest’anno ha portato in piazza Verdi decine di concerti e un’alta frequentazione di pubblico. Lo scontro con i comitati è stato immediato, ma questa volta il titolare della Cultura ha assunto un tono intransigente, sostenuto dal sindaco, ma rischiando la crisi politica nella maggioranza. Un rischio amplificato se riproposto sul caso Bartleby: le lamentele dei residenti di via San Petronio Vecchio non mancano e il trasferimento in via San Felice in pieno centro avrebbe ricreato il problema qualche centinaio di metri più in là.

“Non ha senso portare Bartleby in periferia, abbiamo un legame con il mondo universitario – dice Elena – non abbiamo bisogno di un capannone per concerti da 1000 persone, le nostre iniziative hanno un pubblico diverso e meno numeroso. Non che non sia interessante portare un certo tipo di cultura fuori dal centro storico, ma non vogliamo essere costretti a farlo per una visione della città che vuole un centro storico museificato dove agiscono solo residenti e locali commerciali.”

Il 16 luglio la consigliera comunale di Sel Cathy La Torre ha sollevato il problema in consiglio, il rischio di frattura si è riproposto.

“In questo territorio ormai la crisi provoca un suicidio al giorno tra imprenditori e disoccupati e il consiglio comunale si spacca su piazza Verdi e il Bartleby – conclude Elena. Noi non vogliamo entrare in giochi di Palazzo che trovano sfogo con dei pretesti.”

Agosto è stagione di sgomberi, si sa. Bartleby per l’ennesima volta ha chiamato all’appello chi ha sostenuto il progetto e tutti quelli che l’hanno attraversato, provando a stanare quella parte di città che guarda oltre gli scontri di Palazzo.

Autore dell'articolo: leonardo tancredi