Parma, che si festeggia Pizzarotti?

di Cristina Quintavalla, L’Altra Emilia Romagna

L’astensione è il primo partito a Parma e nelle altre città che sono andate al ballottaggio. È ormai un dato che non può essere ignorato. Esso dice che la fiducia della gente nei confronti della politica istituzionale è crollata, che il cosiddetto patto di rappresentanza tra eletti ed elettori è stato smascherato, travolto dalla ridda di menzogne, false rappresentazioni, costruite da agenzie pubblicitarie, per raccogliere consenso sull’immagine costruita.

Dice che la gente non vede più rappresentati i bisogni fondamentali da cui è afflitta: lavoro, casa, sanità, pensione, istruzione, servizi sociali. Ha ormai chiaro quanto è stata aggirata, ingannata, ed espropriata dei suoi diritti, così come ha chiaro che è stata spremuta all’inverosimile da tasse e tagli alla spesa sociale, senza contropartita alcuna, ma che le risorse ci sono-eccome-per le banche, per detassare le imprese, per costruire opere inutili e dannose.

A Parma, una campagna elettorale sciatta, ma abilmente costruita, non ha pagato. Le liste elettorali delle maggiori forze politiche hanno giocato strumentalmente sull’annacquamento delle posizioni: in una stessa lista era candidato chi difendeva la “buona scuola” e chi la criticava, chi era per le privatizzazioni e chi era contro. Tutti insieme “amorosamente”, confondendo l’elettore che non aveva più parametri di riferimento in base ai quali scegliere.

Solidarietà (sinistra e disoccupazione)

di Alberto Leiss

Le previsioni più pessimistiche si sono avverate, la destra con la Lega ha vinto a Genova – vicina alla mia storia – e in molti altri comuni con un passato più o meno «rosso». Fa male, ma il Pd e le varie sinistre presenti, per quanto ho potuto capire, se lo sono meritato. Più che cedere allo sconforto bisognerebbe concentrarsi sul modo di ripartire.

Discorso complesso, che dovrebbe abbracciare uno spazio arduo: dai conti mai fatti fino in fondo col secolo alle spalle, sino a un esame rigoroso del ruolo svolto dalle varie sinistre e dall’ex Pci negli anni della cosiddetta seconda repubblica, e in quelli che dopo la (relativa) caduta di Berlusconi hanno visto la continuità discontinua dei governi Monti, Letta e Renzi, nel contesto della crisi internazionale, e al centro di un’Europa sull’orlo della dissoluzione.

Qui evoco una delle tante possibili parole-chiave di una simile riflessione-elaborazione: solidarietà. Termine che deriva un po’ dal francese e un po’ dal latino. Nel linguaggio giuridico richiama le obbligazioni «in solido», in quello politico si arricchisce dei valori delle scelte personali e collettive, e dei sentimenti di vicinanza al prossimo in difficoltà, di amore per la giustizia. Non solo in teoria, ma nella pratica di azioni concrete, magari sostenute da adeguate norme pubbliche.

Una direzione dopo il Brancaccio: il 54% degli italiani non ha votato. Il popolo del 4 dicembre non trova sponde

Elezioni - Foto di Davide e Paola

di Tomaso Montanari

Il 54% degli italiani non ha votato. È questo il dato più importante, eloquente, drammatico del secondo turno delle amministrative. O si parte da qua, o non si esce da quella che è con ogni evidenza non solo una crisi della sinistra, ma una crisi della democrazia italiana. Per quanto ancora potremo parlare di democrazia, se la maggioranza dei cittadini continuerà a non partecipare?

Eppure era questo il messaggio più importante del 4 dicembre: un’enorme voglia di partecipazione. Milioni di cittadini che hanno detto No al prosciugamento degli spazi di partecipazione, che hanno detto di No alla governabilità come unica stella polare: milioni di cittadini che ora non trovano rappresentanza. Che non trovano nessuna forza politica a cui dire di sì.

L’arroganza e la sordità ormai grottesche di Matteo Renzi sono un tappo poderoso, e sono l’ostacolo più clamoroso sulla strada di una sinistra unita e nuova. Ma anche se Renzi scomparisse oggi stesso dalla scena politica italiana, non avremmo certo risolto il nostro problema.

Ballottaggio 2017, il Pd consegna Genova alla destra fascista e forzaitaliota

di Paolo Farinella

A Genova c’è una battuta: «È morto il sig. Parodi», dice uno al suo amico che risponde: «Si vede che aveva la sua convenienza». È quello che è successo a Genova, a La Spezia, a Piacenza, a L’Aquila, a Parma, «dall’Alpe alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno» (A. Manzoni, Il Cinque Maggio 1821). Scrivete questa data, 25 giugno 2017, ballottaggio del secondo turno in più di cento città, da cui il Pd esce sderenato, inesistente, bastonato. Fin dal principio del suo segretariato, fu l’obiettivo di Matteo Renzi. Oggi può cantare vittoria e pavoneggiarsi di essere riuscito alla grande nell’opera di distruzione del proprio partito, di cui peraltro non è mai stato parte perché non ha mai saputo cosa fosse di sinistra, ben sapendo tutto della destra e del berlusconismo fin da quando nel 2010, il caro risuscitato, profetico gli disse: «Tu mi somigli».

Pare che i candidati non lo vogliano in campagna elettorale e lui si tiene alla larga per il terrore concreto che, se nelle periferie, si fosse vista la sua faccia di Crozza, i candidati avrebbero straperso ancora di più, sprofondando sottoterra. Del 46,2% dei votanti, più di due terzi ha votato destra o M5S, il resto ha preso sul serio il progetto politico di Renzi di allearsi a destra con Berlusconi. Costoro hanno detto: se voto Pd vado con Berlusconi, è meglio votare direttamente Berlusconi e non ne parliamo più.

Il 53,7% non è andato a votare Berlusconi o Lega per interposto Renzi, il quale per perdere di sicuro, probabilmente, ha imposto al governo ombratile Gentiloni di varare il decreto salva-banche venete con 5,5 miliardi di soldi dei cittadini italiani, messi a perdere mentre a Banca Intesa vende le banche venete in crisi per un euro. Tutto detto e fatto nel giorno delle elezioni. I casi sono due: o uno è scemo o è demenziale o è consapevole. I cittadini, almeno quelli più avveduti sono andati a votare con la foto di Renzi che salva le banche, che sorvola sul conflitto d’interessi della Maria Elena Etruria e suo con i rispettivi papi.

Il Movimento 5 Stelle pencola a destra: “svolta” o continuità?

di Annamaria Rivera

Non sempre è vero che repetita iuvant. E’ da più di un decennio, cioè dagli esordi degli Amici di Beppe Grillo, che andiamo analizzando gli enunciati razzisti del meta-comico e di non pochi suoi sodali, nonché le loro conseguenti prese di posizione politica. Almeno da quando (11 febbraio 2006) Grillo riportava nel proprio blog un ampio passo dal Mein Kampf contro “i giullari del parlamentarismo”, corredato da un ritratto del Führer.

Sei mesi dopo (20 agosto 2006), com’è ben noto, accusava di demagogia l’allora ministro Paolo Ferrero, usando lessico e argomentazioni grossolane di puro stampo leghista, compresa una parafrasi del tipico “Se gli piacciono tanto gli immigrati, se li porti a casa sua”.

Per fare un esempio più recente, il 20 ottobre 2014, parlando a casaccio di Ebola, Isis, “clandestini” e “buonismo”, Beppe Grillo -subito sostenuto dal vice-presidente della Camera, il fine pensatore Luigi Di Maio – tratteggiava il suo programma sull’immigrazione: a tal punto rozzo e reazionario che Francesco Storace, in un tweet, avrebbe commentato che “Grillo sta saccheggiando tutte le proposte de La Destra”.

Emendamenti alla legge regionale sull’urbanistica in Emilia Romagna: perché non sono d’accordo

di Antonio Bonomi

Nei giorni scorsi sono stati pubblicati i 13 punti per emendare il progetto di legge urbanistica regionale in Emilia Romagna. Non sono d’accordo con alcuni dei punti elencati, anche perché non coerenti con l’indirizzo generale della proposta e quindi di ardua formulazione. Esempio:

    1. non può essere la legge, di per se a garantire la fine del consumo di suolo, se non nei termini dell’art.2, della vigente L.R.20/2000 che recita: f) prevedere il consumo di nuovo territorio solo quando non sussistano alternative derivanti dalla sostituzione dei tessuti insediativi esistenti ovvero dalla loro riorganizzazione e riqualificazione. Solo l’obbligo a redigere prioritariamente un Piano Urbanistico Regionale che vincoli e salvaguardi tutti i terreni esclusi dai luoghi urbanizzati, quale che sia la loro destinazione di Piano o accordi, come risultanti dal rilievo satellitare può arrestare il consumo di suolo fertile permeabile e lo spreco dello stesso (in quanto bene comune primario).
    2. Fra le fonti legislative è necessario citare la “Dichiarazione universale dei diritti umani” del 1948 segnatamente Art 17 che garantisce il diritto di abitazione e da esproprio arbitrario di tale diritto.

Stefano Rodotà: l’uomo della crescita civile della democrazia e dei diritti

di Sergio Caserta

Stefano Rodotà ci ha lasciati, da tempo malato aveva combattuto l’ultima vittoriosa battaglia per la Costituzione lo scorso 4 dicembre, quando una valanga di No, ricacciò indietro il progetto renziano (e dei poteri forti) di sovvertimento dell’equilibrio tra i poteri dello Stato per instaurare il regime di un partito ed un uomo solo al comando.

Aveva purtroppo perso la penultima, quando c’illudemmo che uno scatto d’orgoglio repubblicano e l’entusiasmo popolare lo potessero condurre alla più alta carica dello Stato, di cui resta per milioni d’italiani il candidato ideale. La foto del 1976 che lo ritrae ad un comizio del Pci con alle spalle Enrico Berlinguer (ma di fianco Giorgio Napolitano) richiama alla memoria il periodo forse più alto della vicenda politica italiana dal dopoguerra: gli anni della crescita civile impetuosa della democrazia e dei diritti nel nostro arretrato Paese.

Rodotà era esponente di primo piano del movimento dei cosiddetti indipendenti di sinistra, personalità insigni del mondo della cultura, delle scienze, della ricerca che s’impegnarono, oggi si direbbe cacofonicamente “scesero” in politica, al fianco del Pci, per sostenere i programmi, quelli si, di riforme che il piu’ grande partito della sinistra all’opposizione propugnava in Parlamento e nel Paese.

Il punto zero dell’urbanistica in Emilia Romagna

di Antonio Bonomi

Non tira un buon vento per la disciplina urbanistica nella Regione Emilia-Romagna, ammirata un tempo in Italia e all’estero. Quella che era uno dei vanti della nostra storia recente con la tutela dei Centri storici, l’edilizia economica e popolare trainante, l’eccellenza quantitativa e qualitativa delle opere di urbanizzazione, la tutela del paesaggio collinare e costiero, sta manifestando visibili pecche. Nello spreco di suolo fertile e permeabile siamo passati ai primi posti nella classifica nazionale. L’inquinamento da gas e micropolveri affligge, ai massimi in Europa, la nostra striscia di pianura.

Il nodo dei trasporti pubblici e privati presenta criticità e inefficienze e a fronte di una smagliante Mediopadana di Calatrava la stazione Centrale di Bologna rimane al palo, orfana perfino di un Servizio Ferroviario Metropolitano passante. La pianificazione territoriale di area vasta, che fino a poco fa era una rete di avanzate competenze, si è liquefatta con l’inconsulto scioglimento delle Province e la stasi delle Unioni di Comuni.

Da ultimo, la presentazione della proposta di legge della Giunta Regionale sull “Uso e Tutela del Territorio” è accolta da una bordata di biasimo della cultura urbanistica. Qui mi sembra opportuno fare un po’ di glossario critico sui diversi tipi di Piani Urbanistici previsti dalla legge vigente e dal nuovo testo.

Sinistra, serve una battaglia di civiltà per rifondare la scuola

di Anna Angelucci

Partiamo da un dato di realtà: l’attuazione della legge 107, per tutti la “buona scuola”, violentemente imposta al paese da Matteo Renzi e dal Partito Democratico nel 2015, si sta consumando nell’inerzia di una rassegnata e passiva accettazione da parte di insegnanti e studenti [1], contrari soprattutto ai tre aspetti più cogenti del provvedimento – chiamata diretta, bonus premiale e alternanza scuola-lavoro, lesivi di norme e principi costituzionali – ma incapaci di elaborare un’efficace strategia di mobilitazione, opposizione e contrasto.

Al netto di reazioni di protesta a macchia di leopardo – che hanno visto alcune scuole devolvere il bonus ad attività filantropiche o utilizzarlo come parte del fondo d’istituto, oppure rifiutarsi di stilare una lista di requisiti per selezionare i docenti più ‘adatti’ – una reazione politica compatta, forte, necessariamente unitaria e condivisa a livello nazionale, alla legge che sta distruggendo il sistema scolastico italiano indubbiamente non c’è.

Bologna, lo stadio e i “laboratori partecipati”: punti di vista diversi

di Silvia R. Lolli

Mercoledì 14 giugno l’assessore Orioli al primo incontro svolto al quartiere Porto Saragozza sull’ennesimo “laboratorio partecipato” ci ha rammentato in che modo la questione Stadio, la sua rigenerazione, sia venuta alla ribalta. Tutti gli intervenuti, i politici oltre Orioli era presente Lepore, e tecnici, hanno spiegato come siamo arrivati alla situazione attuale.

Due fatti sono accaduti al termine del mandato scorso: il Consiglio comunale decise, all’unanimità ci è stato detto, di non costruire in un altro luogo lo stadio per il Bologna FC: prima di tutto ci fu la scelta per la rigenerazione dello stadio Dall’Ara. La seconda è stata la variante al PUC sull’area dei Prati di Caprara, prima con un vincolo paesaggistico, cancellato dunque per la decisione unanime di un consiglio in scadenza.

Tutto è stato considerata dai nostri politici positivo: la costruzione di un nuovo Stadio su un terreno vergine e agricolo, avrebbe comportato un consumo di suolo maggiore. La rigenerazione non è a carico del Comune, ma appunto della società Bologna FC che investirà sul campo da gioco storico, ma alla quale si concederanno, attraverso un intreccio fra società pubbliche e private, anche l’area dei Parti di Caprara. È dunque un’operazione positiva: intanto il Comune non avrà i costi di ristrutturazione e per questo concederà, per 99 anni, al Bologna FC la gestione dell’impianto, il cui primo atto, ricordiamo, sarà di togliere la pista di atletica.