Il referendum: sovrano è il popolo, NO al mercato sovrano

Costituzione della Repubblica italiana

di Domenico Gallo

Il 2 giugno scorso sono passati settant’anni da quel referendum mediante il quale il popolo italiano fu chiamato a compiere la scelta più impegnativa per il suo futuro: Repubblica o monarchia? Nelle prime elezioni che si svolsero con un vero suffragio universale, maschile e femminile, la monarchia riportò 10.719.284 voti, la Repubblica 12.717.923.

La stagione del Regno d’Italia, iniziata il 17 marzo 1861, si concluse, così, per sempre. È noto che con il Patto di Salerno fu stipulata una tregua istituzionale fra il Comitato di liberazione nazionale (Cln) e la monarchia, che prevedeva che il Re, subito dopo la liberazione di Roma, si sarebbe ritirato irrevocabilmente a vita privata, nominando il figlio Luogotenente del Regno. Subito dopo la fine della guerra, un’assemblea costituente avrebbe deciso sulla forma istituzionale e sul carattere del nuovo Stato.

Il 18 giugno 1944 si insediò il nuovo Governo, che costituiva emanazione diretta del Cln, essendo formato da ministri nominati dai sei partiti del Cln e presieduto da Ivanoe Bonomi, presidente dello stesso. A questo punto l’organizzazione provvisoria dei poteri dello Stato venne regolata con il decreto legge 25 giugno 1944 n. 151, che introdusse una vera e propria Costituzione provvisoria.

Il decreto prevedeva (art. 1) che: «dopo la liberazione del territorio nazionale, le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà a suffragio universale diretto e segreto, un’Assemblea costituente per deliberare la nuova Costituzione dello Stato». Il potere legislativo, fino all’entrata in vigore del nuovo Parlamento, veniva attribuito all’esecutivo. Il decreto vincolava i Ministri (e quindi il Cln) e il Luogotenente a non compiere atti che potessero pregiudicare la questione istituzionale e il futuro pronunciamento del popolo.

Rieccolo il ponte sullo Stretto (con 100 mila posti di lavoro): sono solo canzonette

a-ponte

di Loris Campetti

Centomila nuovi posti di lavoro, mica scherzi. In vista – si fa per dire, mancano due mesi e mezzo – del referendum che dovrebbe incoronare l’imperatore fiorentino, le promesse si sprecano. È la politica degli annunci, utili a nascondere la polvere del jobs act sotto il tappeto. E sapete cosa dovrebbero fare i centomila fortunati?

Niente meno che il ponte sullo Stretto, cosicché giovani laureati e aspiranti muratori e pizzaioli siciliani potranno raggiungere più rapidamente la Svizzera che notoriamente aspetta a braccia aperte i migranti italiani e la Gran Bretagna pronta ad accoglierli con la banda mentre scalano le bianche scogliere di Dover. Del resto, si sono già spesi 600 milioni di euro tra stipendi, progetti e penalità senza neanche mettere la prima pietra, tanto vale costruirlo questo benedetto ponte, cari amici della Salini-Impregilo. Parola di Matteo Renzi. Roba da farci rimpiangere Mario Monti che aveva bloccato il progetto, nonché le Olimpiadi.

Del resto, vista la minaccia renziana che costringerebbe chi vuole andare in pensione quando è ancora vivo ad attivare un mutuo con la banca, rischiamo persino di rimpiangere le lacrime della ex ministra Fornero.

Accelera la privatizzazione della sanità pubblica in Sardegna

Sanità in Sardegna

Sanità in Sardegna

di Claudia Zuncheddu

In queste ultime settimane nel Governo Pigliaru è cresciuto il ritmo delle danze per le poltrone, à la belle étoile, senza veli né inibizioni perpetuando il sacco della cosa pubblica. Non è certamente un bello spettacolo né per i sardi né per la stessa classe politica Presidente!

Consiglieri di maggioranza che di fronte alla spartizione del potere chiedono maggiore dignità per i loro partiti, così dichiarano alla stampa, ormai lontani dalla consapevolezza che nella Massima Assemblea dei sardi, la dignità e gli interessi da difendere sono ben altri di quelli dei loro partiti e personali.

Nel gioco delle correnti e degli appetiti interni a questa maggioranza, c’è chi arriva persino ad una sorta di autodenuncia, Giunta e Pigliaru definiti “balbettanti e intimoriti dall’incredibile diktat di alcune correnti del PD e di altri partiti e partitini del centro sinistra, ansiosi di inaugurare una nuova stagione di spartizione del potere” (deputato sardo del PD – L’Unione sarda 14/09/2016).

Oltre il Fertily Day: “Io, mamma lavoratrice, non ce l’ho fatta”

Oltre il Fertily Day

Lettera di una donna che ha chiesto di restare anonima

Dopo giorni di lacrime e dubbi scrivo a te, rendendoti destinatario di un flusso di coscienza ma anche di una dichiarazione di fallimento. Prima di entrare nel merito dello sfogo, ti racconto però un breve aneddoto che ti farà sorridere… Ho sempre sognato di fare la giornalista, fin da bambina, e ti ho sempre letto; quando al liceo ci assegnarono un tema sui nostri miti, mentre i miei compagni parlarono di Che Guevara o di Bob Marley, io parlai di te… Scrissi di volermi occupare di cronaca di costume perché l’unica cosa in cui ero brava era osservare la gente e il mio maestro eri tu…

Son passati 20 anni da quel tema e la realtà è che non sono diventata giornalista. Mi sono iscritta a giurisprudenza perché, figlia di magistrato, ho seguito il consiglio paterno, quel genere di consigli che ti pesano come macigni ma che ti sembrano ineluttabili, perché non riesci a contraddire la persona che per te è l’essenza della ragionevolezza. Son finita a fare l’avvocato, neanche troppo brava, e provo anche a fare la madre, ruolo cercato e voluto con lacrime e sangue (ho perso in grembo ben due figli, ma ho due bimbe meravigliose). Ma proprio in questo sta il mio fallimento.

Ci ho provato, disperatamente, a conciliare le due cose. Ho chiesto orari ridotti che mi consentissero di portare le piccole al nido o alla scuola materna, mi sono avvalsa di tate, di aiuti di ogni genere, e per qualche tempo mi sono anche illusa di poter fare tutto. Ma la realtà è che è impossibile. Pur con tutti gli aiuti del mondo, ti ritrovi con il conto in banca prosciugato dagli stipendi alle tate e alle sostitute delle tate, dai folli costi dei nidi e delle attività extrascolastiche (che, pur senza esagerare, ti paiono irrinunciabili, come ad esempio un corso di nuoto, uno di inglese) e al contempo devi convivere con enormi sensi di colpa che ti tormentano.

Referendum costituzionale: oggi si vota

Referendum - Comitato per il no

Referendum – Comitato per il no

di Guglielmo Ragozzino

L’uscita dell’ambasciatore americano John Phillips, rappresentante della Potenza Mondiale, che prevedeva (minacciava) le punizioni della finanza internazionale e delle multinazionali a un eventuale no referendario ha fatto pensare ai marines e alla Nato di altri tempi. Anche l’intervento di Angela Merkel, Potente nel Continente, a favore del sì è apparso come un’invasione di campo. La

risposta di Sergio Mattarella, presidente della repubblica ha avuto il merito di abbassare i toni: il voto è del popolo, ma “è comprensibile l’interesse internazionale” per chi governa un paese importante come il nostro. Il voto è sempre del popolo ha affermato Mattarella, esperto costituzionalista e autore del Mattarellum uno dei recenti sistemi di voto adottati nel Bel Paese. Con una tanto esplicita affermazione di democrazia intendeva dire che il voto è sempre sempre del popolo, oppure che è il popolo a scegliere, una volta per tutte, chi ha il compito di decidere tutto fino alla prossima elezione?

Per noi incompetenti, la democrazia è una materia difficile. Di certo, leggendo testi e interpretazioni, si potrebbe, con un po’ di fatica e di attenzione, intendere il pensiero presidenziale. Si può immaginare che egli suggerisse che la democrazia del popolo vale sempre, ma cambia volta per volta: se uno è eletto per quattro anni dal popolo secondo regole stabilite, non può essere scaricato dopo due o tre anni per un voto contrario. D’altro canto l’eletto non può cambiare le regole esistenti e nominare a incarichi decisivi le persone che prima dovevano essere elette dal popolo o ricevere l’approvazione del popolo.

Dialogo con Aldo Tortorella: la memoria, il presente e il futuro della sinistra (video)

Frammenti dell’incontro del 13 settembre 2016 al CostArena organizzato dall’Associazione il manifesto in rete, dalla Fondazione Claudio Sabattini e dalla Cgil Emilia Romagna e Bologna.

Per una psicogeografia delle rivolte

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di Sandro Moiso

“Le popolazioni sembravano avere acquisito, nel giro di qualche anno di lotta, il gusto della resistenza e della ribellione, già peraltro conforme al loro carattere”.

Rovesciando l’assunto secondo il quale la piena realizzazione di una nazione e/o di un popolo avviene nel momento in cui questi riescono a dare vita a uno Stato che con i suoi confini e le sue leggi ne delimiti il territorio e suoi cardini linguistici, politici, economici e culturali, si potrebbe affermare, come fa Gérard de Sède, che certi popoli e certe nazioni sono esistiti soltanto resistendo.

Il popolo occitano, per esempio, oppure quello curdo. Soltanto per citare due dei più noti. Gérard de Sède, nom de plume di Géraud Marie de Sède de Lieoux, nato nel 1921 a Parigi e morto nel 2004, è stato un giornalista ed autore francese, oltre che membro del gruppo surrealista a partire dal 1941, che ha scritto più di 40 libri, spesso collegati alla storia del Midi francese, in particolare della Linguadoca, o ai suoi misteri. Il testo appena tradotto dalle edizioni Tabor era apparso originariamente in Francia nel 1970 ed è stato più volte ristampato nella lingua originale [1].

L’autore ripercorre nel libro una storia plurisecolare di ribellioni, in cui la questione identitaria e linguistica si è mescolata molto spesso con quella di classe e ci regala, tra le altre cose, una storia alternativa della formazione dello stato e della società francese, che proprio nella soppressione della lingua d’Oc e delle autonomie politiche che accompagnavano l’esistenza delle comunità che l’avevano prodotta aveva posto le sue fondamenta. Compresa l’affermazione di quella lingua d’Oil che da allora avrebbe caratterizzato e costituito la lingua ufficiale del paese. Una lingua nazionale che avrebbe iniziato a prendere il sopravvento fin dai roghi sui quali erano stati bruciati i rappresentanti del catarismo.

Taranto: anche Giacomo Campo è morto di Ilva

Ilva

di Gianmario Leone

Il settimo morto dal 26 luglio 2012, giorno del sequestro degli impianti e il quarto sotto la gestione commissariale dell’Ilva di Taranto, arriva all’alba di un sabato qualunque. Giacomo Campo è un lavoratore 25enne della provincia di Taranto, originario di Roccaforzata ed è un dipendente della ditta Steelservice srl che appartiene allo storico gruppo Trombini che da decenni è un pezzo grosso dell’appalto dell’Ilva di Taranto. È un lavoratore precario, di quelli che sopravvivono con i contratti a tre mesi, non un diretto del grande gruppo siderurgico un tempo feudo dei Riva.

La Steelservice srl si occupa prevalentemente di pulizie e lavaggi in ambienti industriali e siderurgici: ed è proprio quello che Campo e i suoi colleghi hanno iniziato a fare alle 5 del mattino. Pulire il nastro trasportatore che dall’agglomerato porta il minerale nell’altoforno numero 4.

È un lavoro di routine, non è certo la prima volta che avviene un’operazione del genere. Eppure intorno alle 6.45 qualcosa va storto. Il giovane rimane schiacciato tra il nastro trasportatore ed il rullo: quasi certamente il contrappeso, quando è stato tolto il minerale dal nastro, non è stato tirato su, consentendo al rullo di muoversi e quindi di trascinare via con sé l’operaio.

Figli, giustizia, lavoro: il gioco delle tre carte ai tempi di Renzi

Matteo Renzi

Matteo Renzi

di Loris Campetti

Se il subcomandante Marcos voleva fare la rivoluzione senza prendere il potere, il premier Renzi ha preso il potere senza fare la rivoluzione. E per occupare quella che Pietro Nenni chiamava “la stanza dei bottoni” senza affrontare il voto popolare ma per nomina napoletaniana, siccome i numeri in Parlamento non erano sufficienti ha pensato bene di rivolgersi al mercato dove c’erano in vendita non centravanti di sfondamento ma mediocri centrocampisti. Ed ecco l’Angelino, prima ruota di scorta del panzer fiorentino. Così, grazie all’Ncd, i conti tornavano.

Poi, però, quando l’agitazione virtuale dei pettinatori di bambole cominciò a infastidire il Grande Timoniere, con il rischio che i conti nuovamente non tornassero, sempre sul mercato il rottamatore ha individuato una seconda ruota di scorta nuova di zecca, giovane e bella, questa volta più che un centrocampista un’Ala. Ed ecco Denis, maestro nel gioco delle tre carte. E di nuovo i conti tornano. Questa, in pillole, la biografia del governo Renzi, con tanti saluti alle sfogline emiliane che continuano a sfornare tagliolini e pappardelle per il grande partito, anzi il Partito, alle feste dell’Unità.

Com’è il cielo su Berlino? Si guardi ai risultati dell’ultima tornata

Elezioni a Berlino

Elezioni a Berlino

di Roberto Musacchio

255.740. Sono i berliner, i berlinesi, che hanno dato il loro voto alla Linke. Sono il 15,6% dei votanti, per altro con una affluenza in decisa crescita ben oltre il 60%. Erano stati 171.050, pari all’11,7% cinque anni fa. Voglio partire dalle cifre assolute, dalle persone in carne ed ossa perchè sono quelle che contano. Contano, o dovrebbero contare sempre, anche se la politica di oggi, quella dell’alto e senza alternative, le vorrebbe escluse.

Ma oggi, in Germania, ognuno deve e può contare in quella che è e sarà una vera e propria discussione di civiltà. Che pesa molto, perché molto pesa la grande Germania in una Europa sempre più tedesca. E se parli con le compagne o i compagni che quella campagna elettorale, quella di Berlino, l’hanno fatta ti dicono di cosa significa prendere i voti difendendo i profughi e chiedendo di cambiare la Germania e l’Europa.

La Linke di voti ne ha presi tanti. Il 23,7% nelle zone ad Est della città. Il 10,2% in quelle ad Ovest dove nelle precedenti comunali era sotto il 5%. E li ha presi contro tutti i muri. Sta al 16% tra i lavoratori, al 13% tra quelli autonomi, al 17% tra i pensionati e al 14% tra i disoccupati. Sono cifre, ma in realtà coscienze importanti. Si pensi che il voto al partito dell’alternativa per la Germania, l’Afd, sostanzialmente tutto sui migranti, arriva al 14,2% ma sfonda il 28% tra i lavoratori e il 22% tra i disoccupati. E il 17,1% a est e l’11,8% a ovest.