La via di Terra, contro i muri e i porti chiusi

di Anna Bredice

Il rimorchiatore battente bandiera italiana “Mare Jonio” continua la sua missione, cioè illuminare quel tratto del Mediterraneo percorso dai trafficanti di esseri umani, togliendolo dal buio nel quale il governo italiano preferisce lasciarlo, perché è più facile dimenticare i migranti che continuano a morire in mare, e farlo diventare un cimitero senza nome.

Alla missione Mediterranea in mare ora si affianca anche una “in terra”, fatta da scrittori, artisti, attori, intellettuali, che si propone di non lasciare sola e lontana la nave, sostenerla e tenerla legata al continente attraverso manifestazioni di piazza che si svolgeranno dal 24 al 30 ottobre in nove città italiane. “Per gli indifferenti non rispondiamo”, la scrittrice Michela Murgia spiega così il motivo della sua adesione, “rispondiamo a chi cerca un’opportunità per creare un atto contrario alla politica dei respingimenti”.

E in “terra” sembra che ci sia molto da fare, perché il risultato di una certa politica non si ferma alla chiusura dei porti, ai respingimenti, ai rimpatri, al decreto sicurezza che ridimensiona la portata del diritto umanitario, la politica di Salvini, supportata dal silenzio e dalla complicità dei Cinque Stelle, si estende anche più lontano, alle politiche dei sindaci che discriminano i bambini lasciandoli mangiare un panino lontani dai compagni di classe fino ai gesti quotidiani, lo sdoganamento di atti di razzismo e di discriminazione che portano una donna a chiedere ad una ragazza indiana di alzarsi dal sedile del treno e allontanarsi.

Cultura italiana: lo spartiacque del gioco, tra educazione e business

di Silvia R. Lolli

Qualche giorno fa le cronache cittadine del Corriere della Sera ci informavano che una dirigente scolastica di una scuola primaria di Bologna ha impedito di giocare a calcio ai bambini della scuola. Ovviamente sul giornale che ha riportato la notizia non solo il commento del giornalista, ma anche l’intervento dell’esperto di turno, un ex giocatore del Bologna, diventato business man di corsi di formazione di calcio per bambini.

Da una scelta dovuta, viste le norme italiane sulla sicurezza a scuola, della dirigente si è dovuto ancora una volta magnificare le qualità del calcio, non tanto dello sport o di un’attività fisica meno pericolosa da giocare in spazi istituzionali poco agibili. Un conto è parlare di gioco libero, quello che cioè una volta si faceva nei cortili ed anche nelle strade ed ancora si fa in pochi luoghi bolognesi, abitati soprattutto da bambini extra comunitari, un conto è parlare di gioco del calcio nel cortile di una scuola che evidentemente non dà margini di sicurezza alla dirigente.

Non vogliamo neppure sapere se l’intervento si è svolto in una scuola primaria o in una scuola media di primo grado (l’istituto comprensivo racchiude questi ordini di scuola); cioè non vogliamo sapere se questa attività si faceva con le maestre nel tempo libero e non nelle ore di lezione, oppure se era presente un insegnante di educazione fisica, fino ad oggi in ruolo solo nella media di primo e secondo grado in Italia. Tra l’altro rispetto a ciò qualche giorno fa al festival dello sport di Trento il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti ha spiegato che si stanno studiando le procedure per aver nella scuola primaria l’insegnate di educazione fisica. Auspichiamo che finalmente non rimanga solo un’idea.

Tornano le riviste? “Figure”: immagini e retoriche dell’età precaria

di Luca Mozzachiodi

La rivista sarà presentata a Bologna alle 19 di domani, martedì 23 ottobre, presso la libreria Modoinfoshop.

Per molto tempo si è pensato che la rivoluzione digitale avesse trascinato con sé, tra i resti del secolo scorso, anche le riviste, specie quelle che si era soliti definire, con una definizione di comodo spesso, militanti. Quello che restava di questa forma e di questa pratica intellettuale erano o riviste accademiche e di società di studi (foraggiate dal sistema accademico, sostenute da particolari enti, messe a bilancio d parte di fondazioni), o fogli più o meno letterari dove troppo spesso il dilettantismo veniva e viene esibito come spontaneità, virtù e conquista democratica. Le esperienze positive di resistenza e innovazione, merita per onestà di essere citata Gli asini, faticavano a svolgere il loro lavoro con rinnovata efficacia in queste condizioni di impoverimento

L’immediatezza, e non uso a caso questa parola, che sembra aver investito e trasformato nel suo segno tutti gli scambi anche culturali, intellettuali e politici, ci ha lasciato in eredità una miriade di blog e siti, di giornali e di appendici in volume a sporadica uscita che contornano la produzione immessa direttamente nel web; tutte queste esperienze dimostrano di avere il più delle volte caratteristiche comuni.

Non hanno una vera e propria redazione o la hanno solo per quanto strettamente concerne la legge sulla registrazione e la catena di produzione; la redazione (se c’è) non si incontra per discutere, per elaborare un discorso comune e una linea, spesso i redattori non si conoscono, il che in poche parole significa che questi spazi sono generalisti, non hanno una definita riconoscibilità culturale e, anche quando parlano di politica dal lunedì alla domenica, non sono politici.

America Latina: alle origini del rischio neo-liberista e classista

di Maurizio Matteuzzi

A pochi giorni da una tragedia annunciata – la probabilissima vittoria del fascista Jair Bolsonaro nel ballottaggio del 28 ottobre per la presidenza del Brasile – vale la pena ricordare, se non altro per cercare di capire dove e cosa si è sbagliato. E ripartire, chissà dove e chissà quando. Ricordare che vent’anni fa, nel dicembre del ’98, nel Venezuela – il “Venezuela Saudita” dall’immensa ricchezza petrolifera devastato dalla crisi economica, politica e sociale – veniva eletto presidente della repubblica l’ex-tenente colonnello Hugo Chávez Frias. Sembrava uno dei tanti caudillos di cui è ricca la storia dell’America Latina. Un personaggio che allora appariva ideologicamente ambiguo e un po’ folclorico, tutto da scoprire.

Invece era l’inizio di una nuova era, di un ciclo politico come amano dire i sociologi. Un’era che combinata con un ciclo economico favorevole avrebbe prodotto a macchia d’olio quasi un ventennio di governi di sinistra, o quanto meno progressisti, e avrebbe fatto parlare di “rinascita” dell’America Latina dopo la stagione infame delle dittature militari pilotate dagli USA e delle tante “decadi perdute” – gli anni ’70, gli ’80, i ’90 – sotto il tallone del “Consenso di Washington” (e dell’FMI, della Banca Mondiale, del neo-liberismo sfrenato).

Fino ad allora il “Consenso di Washington” era il vangelo che nessun paese del “cortile di casa” si poteva azzardare a mettere in discussione. Così era stato nel ’94 per l’entrata del Messico di Carlos Salinas de Gortari nel Nafta, l’accordo di libero scambio con USA e Canada; nel ‘91 per la Ley de Convertibilidad che parificava il peso con il dollaro nell’Argentina di Carlos Menem; nel ’94 con il Plano Real che stabilizzava l’economia agganciandone la moneta al dollaro nel Brasile del ministro delle finanze e poi presidente Fernando Henrique Cardoso (il famoso sociologo che in altri tempi aveva sviscerato i meccanismi perversi dello scambio ineguale nella “Teoria della dipendenza”…).

La chiesa, lo stato e la libertà di scelta delle donne

di Rossana Rossanda

Anche io partecipo alla protesta delle amiche che si sono indignate per la scelta del Comune di Verona e della rappresentante del Pd in esso: toccare la legge 194 significa abolire tutto quel che si è cercato di fare per difendere le donne dagli aborti clandestini; e si è fatto poco perché la 194 permette comunque quella libertà di coscienza del medico attraverso la quale passa il modo di eluderla. Essa va assolutamente tenuta ferma.

Nel medesimo tempo penso che vada precisato un argomento sul quale non concordo con le mie amiche. Non penso infatti sia corretto dichiarare che l’aborto è un atto medico come levarsi un dente. Io non sono mai rimasta incinta, quindi il problema per me non si è posto, ma ho visto parecchie mie più giovani compagne doverlo affrontare: per nessuna è stato semplicissimo.

Nel caso dell’aborto ci sono due possibili soggetti di fronte, da un lato una donna, in genere giovane ma perfettamente in grado di intendere e volere, che conosce le difficoltà cui la mette di fronte un figlio non desiderato, difficoltà finanziarie per nutrirlo e allevarlo fino a quando non sarà in grado a provvedervi da sé. Perlopiù il compagno che ha partecipato alla fecondazione non se ne interessa.

Beni comuni: idee a partire da sanità, Bologna e Prati di Caprara

Prati di Caprara - Foto di Simona Hassan

di Silvia Lolli

Di beni comuni si parla spesso. Ma volendo passare a un piano concreto in attesa di un’istruttoria, ecco alcune ipotesi.

Sanità

Minori costi in sanità, perché sia a livello diagnostico sia a livello sanitario generale, le malattie possono diminuire, e si può dire senza studi epistemologici specifici perché evidenze scientifiche sull’incidenza che l’inquinamento ha su tutto ciò vengono segnalate da anni a livello internazionale.

Riguardano tanti settori sanitari e le malattie tumorali sono solo uno dei tanti problemi della salute. Si possono elencare: malattie cardio-vascolari, alla pelle, all’apparato respiratorio e da qui si può passare al notevole aumento delle malattie dovute ad allergie; poi non si possono dimenticare le malattie neurologiche, soprattutto di tipo psico-sociale che l’assenza del contatto con un ambiente naturale, in cui il verde è predominante, comporta. Tutto ciò può essere definito benessere.

Quanto possiamo quantificare in cifre di bilancio sanitari l’attenzione alla prevenzione della salute che un ambiente sano ci dà? Potrebbe non solo dare minori costi in termini di basse quote di malattia, ma anche di minori costi nell’utilizzo degli esami diagnostici continui per fare fronte all’ambiente malsano. Perché non si studia ed approfondisce?

Per mare e per terra migrare è un diritto, non un reato

di Enrica Rigo e Alberto di Martino

Il diritto di migrare (anche fuggendo) – ovvero, «il diritto di lasciare qualunque paese, incluso il proprio», come recita la Dichiarazione del 1948 – è stato la formula di garanzia che il diritto internazionale post-bellico aveva trovato come antidoto agli orrori che avevano portato alla seconda guerra mondiale e ai suoi lasciti. Anche attorno a quel diritto, (…) l’Occidente ha costruito la differenza tra i regimi liberticidi e le democrazie baciate dai lumi del diritto e della libertà.

Quell’assetto è evidentemente saltato. Non solo perché l’immigrazione irregolare è criminalizzata (fatto che si considera ormai dato per scontato e casomai soltanto da ‘governare’ con gli strumenti dello stato di diritto); ma – proprio in questi giorni – perché sul mare sono state messe in atto condotte che potremmo dire di ‘polizia bellica’. È di ieri la notizia che la marina militare del Marocco ha aperto il fuoco su una barca di migranti, ferendo un ragazzo di 16 anni, mentre solo pochi giorni fa, in un episodio analogo, era morta una ragazza e altri tre migranti erano rimasti feriti.

Meno eco ha avuto, nei giorni della Diciotti, la notizia di un violento scontro, il 17 agosto, tra la guardia costiera tunisina e un gruppo di migranti che tentava di prendere il mare verso l’Italia. Nei giorni successivi, solo qualche sito specializzato ha chiarito la dinamica dei fatti, riferendo che il numero delle vittime tra i migranti era salito a 8. La nave Mare Jonio, dell’operazione Mediterranea, ha riacceso i riflettori in questi giorni sulle intercettazioni dei migranti da parte delle motovedette fornite dall’Italia alla guardia costiera libica; dotazioni che ci rendono complici, se non di fatti violenti in sé, certamente del fatto di impedire, anche in questo caso, la fuga verso l’Europa.

Una, 10, 100, 1000 Riace: perché oggi è importante sostenere la convivenza pacifica

di Valerio Romitelli

Minniti, lo sappiamo, è stato lui lo a iniziare le danze macabre attorno a Riace. Ma lo ha fatto in modo ipocrita, presentandosi come antidoto a supposte irregolarità, comunque sempre più o meno ossequioso nei confronti dei tanto decantati ideali umanitari. E ora Salvini? Sarebbe sbagliato credere che faccia esattamente la stessa cosa. Certo ne continua e tenta di completarne l’opera, ma lo fa con una differenza non trascurabile.

Dalla sua loquela è infatti bandita ogni ipocrisia umanitaria, nel suo lessico crudo e dozzinale le inflessioni patetiche sono riservate solo per le famiglie e i “cittadini onesti”, i “papà” come lui, che possono votarlo. Il cosiddetto “capitano” non ama le perifrasi, tira ad andare sempre dritto al punto, propagandando in ogni modo e con ogni mezzo che Riace deve sparire come pure devono sparire tutte le realtà di convivenza pacifica e produttiva tra autoctoni e stranieri. L’imperativo di questo ministro degli interni che come tale dà la linea a tutti gli altri ministeri non lascia dubbi: ciò che vuole come assoluta priorità politica, prima di ogni questione economica e finanziaria, non è altro che blindare le frontiere italiane, seminare un’illegalità sempre più diffusa tra gli “immigrati”, alimentare discordie e scontri, favorire ronde di provocatori, sguinzagliare forze del (dis)ordine dappertutto.

Perché tutto questo? Perché siamo giunti a questo punto? Non si tratta di una domanda retorica. Da come le si risponde dipendono le capacità di sottrarsi al vicolo cieco dove ci vogliono cacciare questi governanti giallo-verdi. Certo è che se Salvini e il suo governo vogliono il peggio per gli “immigrati” è perché puntano a far leva sui sentimenti più grezzi dei votanti in Italia: sulla diffidenza,sulla paura e l’odio nei confronti del diverso, dell’estraneo, del più povero e dello straniero, il tutto per favorire forme di schiavismo e ricavarne consensi ai fini di un potere del tutto personale.

Stefano Cucchi: storia di una normale famiglia italiana

di Fabio Anselmo, avvocato della famiglia Cucchi

La storia della famiglia Cucchi è quella di una normale famiglia italiana. Giovanni, geometra, ha lavorato fino alla pensione. Rita, maestra, anche lei in pensione. Ilaria è amministratrice di condomini. Stefano, fratello più piccolo, pure lui geometra, è morto da nove anni. Una famiglia piccolo borghese cattolica e di sani principi. Si sono misurati tutti uniti con le difficoltà di Stefano dovute alla sua fragilità di carattere. Intelligente, spesso brillante, sempre allegro e canzonatorio. Ma doveva fare i conti con il suo aspetto di ragazzino piccolo di statura e minuto, tanto da farlo sembrare quasi un bambino. Non poteva accettare di essere visto così dal momento che lui, dentro, si sentiva, ed era, un gigante.

La droga era stata presto la facile via di fuga da una quotidianità che mal tollerava. Mentre papà, mamma e la sorella Ilaria vivevano una vita “perfettamente normale”, lui in quella vita proprio non riusciva a riconoscercisi, sempre alla ricerca di essere diverso e più grande di come si sentiva, afflitto da un insopportabile complesso di inferiorità che era la sua camicia di forza.

È stato così che la tranquillità di una normale famiglia italiana venne sconvolta dalla tossicodipendenza di Stefano. A momenti di serenità e tranquillità famigliare succedettero ciclicamente periodi difficili e bui dove la droga metteva di fronte a loro un altro Stefano che cadeva e, con il loro aiuto mai mancato, si rialzava per poi cadere di nuovo. Ma la famiglia Cucchi una certezza ce l’aveva e non l’avrebbe mai perduta: il rispetto per la legge e la fiducia nello Stato. Al di sopra di tutti la fede in Dio.

Perché dobbiamo nazionalizzare le nostre autostrade: il 20 ottobre tutti in piazza a Roma

di Paolo Gerbaudo, Senso-Comune.it

La tragedia del crollo del ponte Morandi lo scorso 14 agosto a Genova, con il suo tragico bilancio di 43 morti, grida vendetta contro gli effetti deleteri della privatizzazione dei servizi pubblici. A partire dagli anni ’90 governi di centrosinistra e centrodestra hanno fatto a gara a svendere pezzi fondamentali del patrimonio pubblico. Con la scusa che lo stato fosse per sua natura inefficiente e che i privati fossero necessariamente più efficienti: la ormai nota retorica del “carrozzone pubblico” sprecone.

Tuttavia in Italia, e in molti altri paesi, come la Gran Bretagna e la Francia dove cresce la domanda di nuove nazionalizzazioni, ci si è ormai resi conto che questo argomento è fallace. I servizi privatizzati si sono spesso dimostrati più inefficienti e più costosi di quando erano sotto controllo pubblico. Gli unici a guadagnarci sono stati grandi imprenditori e gli investitori capaci di rastrellare facili profitti da servizi essenziali di cui i cittadini non possono fare a meno, a dispetto del prezzo e dell’effettiva qualità del servizio.

Il caso delle autostrade, per la cui nazionalizzazione è stata indetta una manifestazione sabato 20 ottobre con partenza da Piazza della Repubblica – lanciata da USB e Potere al Popolo e a cui aderiscono altri movimenti come Senso Comune – è emblematico del fallimento della “stagione delle privatizzazioni”. La “modernizzazione” che doveva essere portata dalla cessione totale o parziale delle grandi imprese di stato, dall’Ilva alla Telecom, dall’Alitalia a Eni e Enel si è tradotta in una evidente regressione per l’economia del nostro paese.