Finanziamenti alle scuole private: non si può ragionare solo sulla massima convenienza
Antonio Polito, sul Corriere del 20 maggio (La scuola in ostaggio di una sfida ideologica), mi gratifica di una citazione da “il manifesto” a riprova dell’eccessivo crescendo di toni riguardo al prossimo referendum bolognese sui finanziamenti alle scuole privare (Il modus ponens, la Costituzione e un sacco di carbone).
Al di là delle disquisizioni tra “onere” e “finanziamento”, troppo sottili per me, ammetto, probabilmente per un mio difetto di intelligenza (non posso non confessare che mi vengono in mente subito il sesso degli angeli, il flogisto e il dibattito sulle forse vive), ritenevo e ritengo di avere dato un messaggio molto chiaro in quell’articolo: i problemi etici non si risolvono, almeno nella tradizione greco-latino-cristina, con l’analisi economica della massima convenienza, come fanno Stefano Zamagni, Virginio Merola e molti altri. Forse un discorso etico si potrebbe fare anche prescindendo dal “cosa costa di più”, e dal “cosa costa meno”, magari anche in tempi di crisi economica, almeno così mi pare di capire dai classici del pensiero etico, a cominciare, tanto per citare il più famoso, dalla Critica della Ragion Pratica.
Dead man walking: storia di Ismail, dall’Iraq al Cie di Ponte Galeria passando per Abu Ghraib
di Stefano Galieni
Vuole dichiarare le proprie generalità, dice di non aver niente da perdere e solo la salvezza da conquistare. La storia che racconta Ismail Ahmad Abdlla, nato a Soulemanya in Iraq 38 anni fa, sembra presa da un romanzo, eppure sono tanti i fogli di carta che ne dimostrano l’autenticità. «Sono arrivato per la prima volta in Italia nel 1998 – racconta – vengo da una famiglia di intellettuali e qui stavo bene. Nel 2002 ho scelto di tornare nel mio paese per motivi politici. La mia famiglia era molto legata al partito Baath di Saddam Hussein e io sono rientrato per fare il militare nella guardia repubblicana, i suoi fedeli insomma. Dopo l’invasione americana sono stato arrestato e rilasciato. Nel 2004 mi hanno accolto nell’esercito del governo che si andava formando. Avevano bisogno di addestratori militari e io ho accettato anche se ero rimasto fedele a Saddam. A tal punto che ho dato le mie armi ad un gruppo di insorgenti che ha attaccato Takrit, la città natale di Saddam».
Ismail giunge alla parte più dura della propria storia: «Sono intervenuti gli americani – dice con malcelato odio – e hanno trovato una mia arma. Mi hanno subito arrestato e portato ad Abu Ghraib, dove sono rimasto per quattro mesi. Mi hanno fatto di tutto, porto ancora addosso i segni di coltellate e di torture. Ero ridotto così male che mi hanno dovuto portare in ospedale in attesa di processarmi, ma grazie all’aiuto del personale medico, sono riuscito a scappare. Parlo 5 lingue e sono kurdo, so bene che l’esercito di Saddam ha massacrato la mia gente, ma continuo a credere che lui non lo sapesse, che a decidere le stragi fosse suo figlio e altri suoi ufficiali. Ho attraversato il confine con la Turchia e da lì sono arrivato a Bari dove ho chiesto e ottenuto protezione umanitaria. Dovevo fuggire perché già conoscevo il verdetto del processo contro di me. Sarei stato condannato a morte e così è stato, anche se lo hanno fatto in contumacia».
Il sito ilmanifestobologna.it al suo primo compleanno: bilancio a 12 mesi dell’origine e dei risultati
Un anno fa questo sito prendeva vita, sfidando il tremore della terra emiliana, con lo sguardo volto al futuro più che al tormentato e appassionato passato cui idealmente si collegava. Una storia politica e giornalistica, quella del manifesto, che ha ispirato ai compagni del circolo di Bologna l’idea di aprire un luogo di discussione e di (auto)informazione. Senza denaro, senza sponsor, ma con similare spirito eretico e la perseveranza nell’indagare la realtà circostante, raccogliendo molte più domande che risposte.
Oggi, dodici mesi, oltre 500 articoli e un centinaio di migliaia di visite dopo, ilmanifestobologna.it continua a fare informazione e dibattito. Circa 300 visitatori ogni giorno passano da queste pagine seguendo un link dai social network o direttamente, alla ricerca di un punto di vista altro e genuinamente di sinistra.
E i dati confermano che quando ilmanifestobologna fa informazione e inchiesta sulla città, la voce gira e questo piccolo ambizioso sito si trasforma in un vero sincero forum, uno spazio onesto e aperto per una sinistra in rotta ma ancora non piegata dagli eventi. Lo sgombero dell’Officina Tsunami, così come l’inchiesta a puntate sulla dismissione Atc sono stati tra i post più letti (tra i 1.500 e i 2.000 visitatori unici) e commentati.
L’eredità di Pintor e i progetti per il futuro a un anno dalla nascista del sito IlManifestoBologna.it
di Mauro Chiodarelli
La giornata del 15 maggio scorso in ricordo di Luigi Pintor a Cagliari, seppur vissuta con un dolore sottile dentro tutti noi, non è stata una commemorazione ma, almeno per me, un’occasione di ripresa di consapevolezza sul nostro compito e sulla fatica di portarlo avanti. La rilettura di alcuni suoi scritti di 40 anni addietro (vengono i brividi solo a pensare al tempo trascorso) di una attualità spaventosa, le sue parole pacate, ironiche mai inutili, di alcune interviste fanno tornare la voglia di rimboccarsi nuovamente le maniche, non per il radioso futuro che ci attende bensì per l’immane lavoro che ci attende i cui frutti, se sapremo ben seminare, saranno altri a raccogliere; non i nostri figli, forse i nostri nipoti. Per noi, tra un’impresa e l’altra, la gratificazione di un buon bicchiere di vino (o di fresca acqua per gli astemi) con chi fatica al nostro fianco.
Leggendo e rileggendo l’ultimo scritto di Pintor, mi sono convinto che scrivendo di “una miriade di donne e uomini di cui non ha importanza la nazionalità, la razza, la fede, la formazione politica, religiosa. Individui ma non atomi, che si incontrano e riconoscono quasi d’istinto ed entrano in consonanza con naturalezza. Nel nostro microcosmo ci chiamavamo compagni con questa spontaneità ma in un giro circoscritto e geloso. Ora è un’area senza confini”, parlasse a noi indicandoci un nuovo comportamento.
Il Manifesto di Trieste 1975-1977: creare una diversa informazione per una diversa cultura / 2
di Marino Calcinari, il circolo del manifesto di Trieste “Raffaele Dovenna”
Il primo numero del manifesto di Trieste, per esemplificare, conteneva un articolo con indicazione di voto alle elezioni provinciali per “battere la DC”, ovviamente guardando le elezioni regionali che si sarebbero tenute il 15 giugno per il rinnovo di tutte le altre amministrazioni regionali, comunali e provinciali, un altro articolo era dedicato alla “vertenza Trieste per l’occupazione, commesse ai cantieri, sviluppo del porto, e un grande no al porto petroli; il terzo articolo era una denuncia sulla gestione del territorio targata DC (“Il piano della DC triestina.
Il centro alle immobiliari ed agli speculatori, i proletari in periferia, senza servizi e a mangiare fumo e polveri”), e in calcolata giustapposizione, un articolo sull’attività e l’impegno sociale dei cittadini organizzati nel Comitato di quartiere di San Sabba. Si ospitava infine un intervento sulla condizione della donna, (“Sviluppo dei servizi sociali per uscire dall’isolamento e dall’oppressione del lavoro domestico. La battaglia per la liberalizzazione dell’aborto”),frutto di un dibattito collettivo che anticipava tematiche i cui obiettivi sarebbero stati acquisiti dopo altri anni di lotte e mobilitazioni.
Un altro articolo, redatto dai compagni che operavano nel settore assistenziale, medico e sociosanitario si soffermava sulla necessità di una riforma sanitaria realmente efficace, sull’autogestione della salute, e per un controllo democratico e popolare sui servizi sanitari. L’ultima pagina era dedicata alla questione internazionale, l’articolo non era firmato, ma verosimilmente fu scritto dalla “nostra” professoressa, Licia Chersovani, che avrebbe in seguito realizzato altri articoli dedicati all’analisi della situazione geopolitica nella guerra fredda.
Noi Donne: le news politiche in Italia sono ancora maschili e plurali
Le donne nei tg italiani? Ancora “indiane nella riserva”. Presenti soprattutto come “vittime” di reati. Piu’che dare notizia, siamo dunque la notizia. Questo è quanto, in sintesi si evince dai risultati dell’Osservatorio Europeo sulle Rappresentazioni di Genere diffuso l’8 maggio 2013. Le giornaliste sugli schermi delle TV europee sono diventate piuttosto numerose, ma solo in Spagna comincia a intravedersi l’atteso effetto della ‘massa critica’. Nelle notizie dei TG europei le donne continuano in un modo o nell’altro a essere ‘mal ridotte’.
A far notizia sono soprattutto gli uomini: 3011 su 4213 soggetti rilevati nel 2012. Le donne sono meno di un terzo delle persone di cui si parla e/o intervistate nei TG europei: il 29%. In Italia solo il 24%. In entrambi i casi i dati sono identici a quelli registrati per il 2011. Solo i TG di Spagna e Francia registrano una visibilità femminile sopra la media, con una percentuale di donne nelle notizie rispettivamente del 37% (in crescita di 4 punti percentuali rispetto al 2011) e del 33%.
In tutti i casi, a far notizia sono soprattutto le donne giovani. Fra gli under 18, le donne ottengono una rappresentanza pari al 45%, nella fascia fra i 19 e i 34 anni registrano una presenza del 44%. Viceversa fra gli over 50 sono meno di una ogni quattro uomini: il 19% nella fascia 50-64 e il 17% fra gli over 64. Come nel 2011, le donne sono poco presenti soprattutto nell’informazione politica, con una rappresentanza pari al 20%. Ed è l’Italia il paese che registra la più bassa presenza femminile nelle notizie politiche (13%), seguita da Inghilterra e Germania (19%) e, ad ampia distanza, da Spagna (28%) e Francia (34%).
La disgregazione dell’Impero: da Hegel al Pd con tappa da Machiavelli
L’incipit di uno scritto di W. F. Hegel sul Principe di Macchiavelli, tratto dal nono capitolo della “Costituzione della Germania”:
“L’Italia ha avuto in comune con la Germania lo stesso corso del destino; con la sola differenza che essa, avendo già in precedenza un più elevato grado di cultura, fu condotta prima dal suo destino a quella linea di svolgimento che la Germania sta percorrendo ora fino in fondo. Gli imperatori romano-germanici rivendicarono per lungo tempo sull’Italia una sovranità che, come in Germania, era effettiva nella misura e fin quando era affermata dalla personale potenza dell’Imperatore. La brama degli imperatori di conservare entrambi i paesi sotto il loro dominio, ha distrutto il loro potere in entrambi. I’Italia ogni punto di essa acquistò sovranità; essa cessò di essere un solo stato, e divenne un groviglio di stati indipendenti, monarchie, aristocrazie, democrazie, come il caso voleva; e per un breve periodo si videro anche le forme degenerative di queste costituzioni, la tirannide, l’oligarchia e l’oclocrazia”.
Le parole di Hegel suonano come un minaccioso avvertimento per la Germania dei primi del XIX secolo e si riferiscono al destino di dissoluzione dell’identità politica nazionale verificatasi nel nostro paese.
Sappiamo com’è andata la storia, la Germania restò unita nonostante la disgregazione dell’Impero, la sconfitta della prima guerra mondiale, la crisi della repubblica di Weimar con l’avvento del nazismo, fino alla sconfitta della seconda guerra mondiale e alla divisione susseguente, durata dal “45 all’89, per poi tornare la nazione unita e forte, di fatto, imperatrice economica d’Europa.
Verona, “Venderemo cara la pelle”: il grido dei 90 cassintegrati della Avio Handling
Intendono dare battaglia, anche legale, e scoperchiare il calderone delle “manovre dissennate” che li hanno costretti ad accettare la cassa integrazione a zero ore. Sono i 90 lavoratori, tutti altamente specializzati, lasciati a casa dalla Avio Handling Srl, costituita nel 2009 come società di gestione dell’assistenza a terra, partecipata al 100% della Catullo Spa, l’ente gestore dell’aeroporto “Valerio Catullo” di Verona-Villafranca, e liquidata volontariamente nel settembre 2012.
Dietro la “carneficina sociale” dei 90 lavoratori, riuniti nel “Comitato lavoratori Avio Handling autorganizzati”, che nei giorni scorsi hanno raccontato la loro storia – e quella dell’aeroporto Catullo, di cui hanno contribuito a costruire la fortuna – c’è una vicenda emblematica, che non riguarda solo le privatizzazioni e la precarizzazione del lavoro, due fattori comunque determinanti ma comuni purtroppo a moltissime realtà produttive. Qui lo scenario che si è aperto, anche con il contributo degli “aviocassati”, che documentano in modo ampio e preciso le loro dichiarazioni, parla di decisioni prese per coprire operazioni poco chiare.
Giustizia: l’uso oppressivo delle parole e il Dio delle piccole cose
di Sandro Padula
La giornata nazionale di studi Il male che si nasconde dentro di noi di domani, 17 maggio 2013, promossa da Ristretti Orizzonti nel carcere di Padova, punta ad affrontare tre tematiche: la violenza sulle donne, la vendetta legata al “codice del disonore” e la violenza delle parole.
Quest’ultimo argomento, cioè – come cercherò di precisare – il tema che secondo me riguarda soprattutto l’uso oppressivo delle parole, è quello su cui spesso mi capita di riflettere e rispetto al quale, come contributo al dibattito, oggi preferisco intervenire. Fatta questa premessa, entro subito nel cuore del problema. Per evitare discorsi metafisici, parto da un dato di fatto: le semplici o composte parole significanti nascono per esprimere determinati concetti ma non sempre sono intese in modo univoco. Da un lato hanno per lo più dei significati variabili in base a come, dove, quando e a chi le trasmettiamo e dall’altro sono suscettibili di essere interpretate male o diversamente dall’Altro da sé per i più svariati motivi culturali, psicologici e morali.
Se benedico l’Ergastolo, inesistente nei paesi più civili, le mie parole fanno male non solo alle persone condannate al dolore del “fine pena mai” ma pure alla memoria di quei politici del nostro paese, come Umberto Terracini al tempo della Costituente, che lo hanno considerato crudele e disumano. Se invece male-dico l’Ergastolo, come hanno fatto i firmatari di un appello abrogazionista lanciato nel novembre 2012 dallo scienziato Umberto Veronesi, non faccio male a nessuno perché mi limito a criticare l’ignoranza di chi non ha capito bene il significato dell’articolo 27 della Costituzione e soprattutto dell’ancora non completa realizzazione del suo terzo comma: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Bologna, il referendum che fa tremare il mondo (clericale)
dell’associazione Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar)
423, è il numero-chiave di questo referendum. 423 bambini tra i tre e i sei anni che si sono trovati, a settembre, senza una scuola dell’infanzia pubblica disposta ad accoglierli. 423 bambini che avevano come prospettiva più immediata quella di finire in una scuola cattolica, nonostante la volontà contraria dei loro genitori. Di quei 423 esclusi a inizio anno, 103 lo sono rimasti anche in seguito. E dire che con un milione di euro si potrebbero ottenere tra i 150 e i 200 nuovi posti alla scuola pubblica comunale e statale. Ai genitori che chiedono scuola pubblica il Comune di Bologna preferisce invece rispondere che “i posti sono finiti, ecco l’elenco delle scuole private”. Cattoliche.
È per evitare situazioni come questa che è nato il comitato articolo 33. A favore della scuola pubblica, contro gli ingenti contributi comunali alla scuola privata dell’infanzia: oltre un milione di euro l’anno, a cui se ne aggiungono altrettanti erogati da Regione e Stato. A una scuola quasi esclusivamente cattolica: 26 scuole su 27, 73 sezioni su 74. Servivano 9.000 firme, ne sono state raccolte 13.000 nella metà del tempo previsto. Un appello online supera a sua volta le 8.000 firme. E i primi firmatari sono illustri: Stefano Rodotà, Andrea Camilleri, Margherita Hack. Anche il collettivo di scrittori Wu Ming è particolarmente attivo nell’esporre le ragioni per il referendum. D’altronde la Costituzione parla chiaro e all’articolo 33 recita: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. Questo principio viene aggirato da anni proprio per favorire il finanziamento delle scuole cattoliche.





















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