Bologna: ma la politica istituzionale capisce?

di Silvia R. Lolli

Dopo i due giorni di manifestazioni civiche importanti per il futuro di Bologna, venerdì 15 marzo per il Friday For Future e sabato 16 marzo con “Il bosco che cammina” del comitato Rigenerazione No Speculazione, al primo consiglio di lunedì 18 i consiglieri di maggioranza Pd non hanno avuto alcun ripensamento dopo l’istruttoria di novembre 2018. Hanno continuato nella loro demagogica politica territoriale.

Il consiglio comunale ha messo a nudo: tutta la fragilità e le contraddizioni della maggioranza; il silenzio interessato dei consiglieri di opposizione di destra (Forza Italia, Lega che rappresentano certamente gli interessi dei costruttori e un M5S che, essendo al Governo ultimamente si sta tenendo un po’ in disparte in queste controversie territoriali dove l’INVIMIT resta un problema da risolvere troppo grande per il bilancio dello Stato e per loro, soprattutto in un momento di cambio politico dei suoi vertici); un’inefficace ed inascoltata opposizione dei tre consiglieri sempre presenti al fianco dei cittadini manifestanti: Palumbo del gruppo misto e Martelloni e Clancy di Coalizione Civica.

L’attuale maggioranza di Bologna si dice al fianco dei giovani manifestanti del venerdì, ma non lo è più il sabato. Quindi un Giano bifronte che vanifica in un esercizio solo demagogico idee per un futuro sostenibile: diventa meno da sostenere quando si confronta con le richieste più precise e vicine di cittadini che da anni chiedono di invertire le scelte politiche dell’annosa vicenda ristrutturazione Stadio Dall’Ara-Cierrebi-Prati di Caprara.
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La Catalogna, l’Europa e la democrazia: l’appello

A Madrid, nel cuore dell’Europa occidentale, dodici esponenti della politica e della società civile catalana sono in questi giorni sotto processo. Nove di essi si trovano in regime di detenzione preventiva, in molti casi da ben oltre un anno. I capi di imputazione sono gravissimi, con richieste di pena da parte della pubblica accusa che arrivano sino a 25 anni.

Tra i reati contestati vi è la “ribellione”: si tratta della figura criminosa utilizzata per chi, nel 1981, entrò con le armi in parlamento e portò in strada i carri armati. Il codice penale spagnolo, in effetti, richiede, nella tipizzazione del reato, l’elemento della “rivolta violenta”. L’unica violenza finora certa, per le innumerevoli immagini che la mostrano e che hanno fatto il giro del mondo, è però quella messa in atto dalle forze dell’ordine spagnole: che partono da ogni angolo del Paese per la Catalogna al grido minaccioso di “a por ellos!” (“a prenderli!”; “dategli addosso!”); che picchiano votanti e manifestanti – anche non indipendentisti – intenti a resistere pacificamente, con le braccia alzate, in difesa dei seggi; che sparano proiettili di gomma sui cittadini, nonostante il loro utilizzo sia vietato in Catalogna.

Ma la vicenda giudiziaria non si esaurisce a Madrid, innanzi al Tribunal Supremo. Altri imputati verranno giudicati (per disobbedienza e ulteriori reati) da Tribunali in Catalogna; centinaia i sindaci, gli attivisti sociali, gli artisti indagati (e in alcuni casi condannati) per aver contribuito in qualche modo alla preparazione del referendum o per aver semplicemente manifestato le loro idee (eloquente, in tal senso, l’Amnesty International Report 2017/18, pp. 339-341).
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Il 21 marzo, Giornata della memoria delle vittime di mafia, nel Paese con il Pil sempre più “lordo”

di Piero Innocenti

Il 21 marzo è la “Giornata della memoria”, un momento per ricordare le vittime delle mafie e per sensibilizzare la gente sul valore storico, istituzionale e sociale delle battaglie antimafia che vanno avanti da anni. Una giornata simbolica, istituita con la legge 20/2017 che dovrebbe servire a ricordare i tragici avvenimenti della nostra storia recente, a cominciare dai delitti politico-mafiosi degli anni 1992/1994, alla cosiddetta trattativa Stato-mafia ma anche all’impegno e ai successi delle forze di polizia e della magistratura nell’azione di contrasto.

Resta, tuttavia, il paradosso delle mafie, italiane e straniere, ormai componenti della ricchezza nazionale in quanto i proventi (stimati) delle loro attività criminali (il narcotraffico, lo sfruttamento della prostituzione, il contrabbando di sigarette) rientrano nel calcolo del Pil nazionale.

E tutto ciò in virtù di una decisione assunta cinque anni fa dalle autorità europee di statistica. Una legalizzazione statistica dei proventi malavitosi sui nostri conti nazionali valutata in circa l’1% del Pil (più o meno uguale a quello della Spagna e superiore a quella del Regno Unito) che non fa che aumentare il senso di scoramento che vivono ampi settori delle nostre forze di polizia e della magistratura impegnate, con risorse sempre inadeguate, a cercare di contenere i citati fenomeni criminali, su tutti il traffico e spaccio di stupefacenti.
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Navigator: i precari che si occuperanno del reddito di cittadinanza

di Annalisa Camilli

Il secondo figlio era nato da appena quindici giorni quando Valeria Morando, 36 anni, precaria dell’Agenzia nazionale politiche attive del lavoro (Anpal), ha ricevuto una telefonata dell’ufficio risorse umane che le comunicava che il suo contratto di lavoro non le sarebbe stato rinnovato alla scadenza. “Per via del decreto dignità il mio contratto a tempo determinato di 24 mesi non è stato rinnovato alla sua scadenza nel luglio del 2018”, spiega la donna che, dopo quattro anni di lavoro precario con diverse tipologie di contratto per la stessa azienda che dipende dal ministero del lavoro, è rimasta a casa in disoccupazione.

“Il paradosso”, spiega Morando, “è che saranno dei precari, addirittura dei lavoratori con un contratto a progetto, a doversi occupare di aiutare i disoccupati a beneficiare del reddito di cittadinanza, la nuova misura simbolo del governo a maggioranza cinquestelle”. Il ministro del lavoro e dello sviluppo economico Luigi Di Maio ha annunciato che tremila persone, i cosiddetti navigator, saranno assunte per sostenere il personale dell’Anpal nei centri dell’impiego dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza. Ma anche i navigator saranno solo dei collaboratori e dovranno essere formati, in teoria, dagli stessi lavoratori dell’Anpal che in molti casi hanno dei contratti di collaborazione (cococo).
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Contro l’interposizione nel lavoro, forma estrema di sfruttamento: al via la pubblicazione dei video

di Piergiovanni Alleva Sulla pagina Facebook dell’Altra Emilia Romagna è iniziata la pubblicazione dei video e degli interventi del convegno Contro l’interposizione nel lavoro, forma estrema di precariato e sfruttamento che si è tenuto a Modena lo scorso 9 giugno. Sono materiali importanti perché, sul tema, l’analisi e la ricerca di soluzioni sono argomenti non […]

Per cambiare la Grecia e l’Europa: la risoluzione del Comitato Centrale di Syriza per le elezioni europee

di Syriza, traduzione di Argiris Panagopoulos

Le elezioni europee del 2019 rappresentano un fatto importante e cruciale sia per il futuro dell’Unione europea che per ciascun paese singolarmente. Saranno condotte in un contesto di prolungata incertezza, in un mondo in rapido cambiamento, e con le sfide che ci attendono che sono molte e particolarmente complesse.

L’austerità si è dimostrato che non ha rappresentato per il neoliberismo una scelta congiunturale alla crisi economica, ma il veicolo per trascinare storicamente verso il basso i bisogni del mondo del lavoro e trasformare le società europee in società con basse aspettative, per imparare loro a vivere con meno, anche se producono di più.

L’austerità permanente e la svalutazione del lavoro si riproduce come una tendenza costante, tendenza che rappresenta il risultato obbligato della sottomissione voluta dell’EU alle regole imposte dai mercati monetari internazionali. Una tendenza, per la cui inversione serve lo spostamento degli equilibri politici a favore del mondo del lavoro, dell’ecologia e della pace, con un programma radicale di cambiamento, che agirà come un baluardo di fronte al potere dei mercati ed un programma radicale di cambiamenti per la condivisione del rischio, elemento necessario per fermare il potere della disciplina che cercano di imporre i mercati.
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Perdere le cose, ovvero ritornare alle persone: l’ultimo lavoro di Kepler452

di Silvia Napoli

Non dev’essere stato facile per questo ensemble di giovani teatranti, che vengono da un pianeta emotivo speculare al nostro, affrontare il passaggio assai delicato tra essere riconosciuti rivelazione del momento e confermare la propria peculiare identità artistica, rimanendo tuttavia connessi con protervia alle proprie radici territoriali. Si sa che spesso nessuno è profeta in patria, eppure considerando il caso loro e dei cugini dello Stato Sociale, in qualche modo imparentati con l’humus generativo del movimento artistico affatto fermo, in verità, parrebbe proprio di veder smentito l’antico adagio.

La pressione e l’attesa sono grandi, dopo i riconoscimenti piovuti per il Giardino dei Ciliegi, ma l’affetto e la fiducia del pubblico sono trasversalmente altrettanto vivi, anche quando non tutti sono proprio dentro i loro assunti o comprendono le loro motivazioni. Del resto, i nostri, sono anche quelli che, prevenendo qualsiasi appunto liquidatorio della famosa serie:fanno cose generazionali, hanno assunto come bandiera questa questione, portandola a valore, rendendola una vera mission organizzativa, pedagogica, esplorativa, formativa, forse politica.

L’altra grande conseguente fissa di Kepler è infatti riuscire a parlare di una generazione parlando ad una generazione, e parlando di cosa? Parlando con quale lingua?
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Un’onda d’urto che vuole cambiare le radici del sistema

di Guido Viale

L’onda d’urto degli studenti in marcia contro l’irresponsabilità delle classi dirigenti di tutto il mondo venerdì 15 marzo ha dato la prima prova della sua forza, ma è solo al suo inizio. Per capire gli sconvolgimenti che è destinata a provocare nell’establishment basta forse il quotidiano Repubblica; fino a tre giorni fa riempiva le prime pagine con titoli di scatola e foto smisurate a sostegno del TAV Torino-Lione, come se da esso dipendessero le sorti, se non del pianeta, certamente del paese; da tre giorni fa altrettanto con la marcia per il clima Friday for Future e il suo simbolo, Greta Thunberg.

Forse conta di assorbirne lo spirito di rivolta con qualche pacca simbolica sulle spalle di “tanti bravi giovani”, per riprendere, passata la tempesta, l’amata battaglia pro Grandi opere. Così la pensa sicuramente il neosegretario del PD Zingaretti, che ha dedicato la sua vittoria a Greta e poi è andato a complimentarsi con quelli del cantiere del Tav; prova, per lo meno, di dissociazione mentale. D’altronde la schiera dei camaleonti che faranno finta di salire sul carro di Greta sarà un vero esercito. Ma non riusciranno a prendere in giro questi ragazzi come hanno fatto per anni con i loro genitori. “Forse non ci hanno capiti”.
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Pd - Foto di Orsonisindaco

Europee, il Pd forse apre a sinistra. Ma c’è una sinistra all’altezza della sfida?

di Sergio Caserta

Le prossime elezioni europee segnano uno spartiacque per l’attuale governo in carica, retto dal patto-contratto di governo tra M5s e Lega. Se confermeranno l’irresistibile ascesa del partito di Matteo Salvini, allora per Luigi Di Maio & C. la situazione potrebbe diventare insostenibile: piegarsi definitivamente ai diktat del “capitano” o rinunciare alla prosecuzione del governo e anche alla leadership nel Paese, già allo stato presente alquanto usurata? In ogni caso il risultato delle Europee sarà determinante.

Tra i due maggiori competitor però si è reinserito il Partito democratico, dato in buona ripresa dopo l’elezione di Nicola Zingaretti, come in parte hanno indicato le Elezioni regionali in Abruzzo e in Sardegna in cui il centrosinistra, guidato da due candidati non diretta espressione del Pd – Giovanni Legnini e Massimo Zedda -, ha recuperato una parte dei voti persi alle politiche di un anno fa, seppur non si possa certo parlare di successo.

Ora sembra che Zingaretti intenda almeno per le Europee rilanciare la centralità del Pd, ma riesumando l’apertura ad alleanze anche a sinistra. Non è per niente chiaro però in quale direzione, soprattutto per quanto riguarda le politiche del lavoro e ambientali sulle quali si è rotto la testa Matteo Renzi.
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Matera 2019: tutto torna nell’eternità dell’uomo. Il fascino della civiltà della rupe

di Michele Fumagallo

Per questa puntata della rubrica Qui Matera Qui Europa faccio un po’ il turista (chiedo scusa, non accadrà più). Ripropongo un vecchio articolo di circa 10 anni fa (14 ottobre 2009) apparso sul quotidiano “Il manifesto”. È un breve viaggio nella Basilicata rupestre.

Lo ripropongo per due motivi, anzi tre: uno è per rimarcare la completezza e complessità dell’habitat umano, specificamente un allargamento del concetto di “centro storico”; l’altro per sottolineare la “modernità” del valore delle cose apparentemente più distanti e arcaiche a riprova non solo dell'”eternità” dell’uomo (tutto torna) ma anche, in qualche modo, dell’indistruttibilità delle cose. Il terzo motivo è legato specificamente a Matera: senza l’antica “civiltà della rupe” che sarebbe della città dei Sassi? E delle tante altre cittadine (pugliesi) che affacciano sui canyon, sulle gravine? Poco probabilmente.

E per tornare al turismo, c’è poco da scherzare. È un punto forte del nuovo sviluppo del territorio. “Nuovo”, cioè radicalmente diverso dal turismo “neoliberista” che ci sta soffocando da ormai troppi anni e rischia di soffocare anche la città dei Sassi. Ne riparleremo
Ma ecco qui sotto il pezzo sul rupestre.
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