Far lavorare gratis i richiedenti asilo? Bella svolta epocale

migrantimare

di Iside Gjergji

Luigi Pintor, in un memorabile editoriale di diversi anni fa, scriveva che essere immigrati in Italia era peggio che avere il cancro. Invitava, infatti, i cittadini italiani malati di cancro a sentirsi “fortunati” nella loro condizione, se paragonata a quella degli immigrati. Da allora, il giudizio del noto giornalista si è sostanzialmente confermato veritiero in ogni momento: basterebbe dare una sbirciatina ai provvedimenti normativi nazionali e locali o alle circolari ministeriali e prefettizie che si sono susseguiti nel corso degli anni, oppure sarebbe sufficiente osservare le reali condizioni di lavoro e di esistenza degli immigrati per averne prova.

Mai però come oggi il giudizio di Pintor è apparso così vero e reale e, contemporaneamente, a tratti, quasi un po’ naif. Mai egli avrebbe immaginato, infatti, che sui cancelli dei centri di accoglienza, sparsi in tutta Italia, un giorno avrebbe campeggiato la scritta “Il lavoro gratuito vi darà asilo”. E tutto ciò avviene per opera del governo attualmente in carica, sostenuto dal partito democratico.

È dei giorni scorsi la notizia, pubblicata dal Corriere della Sera, circa una disposizione, contenuta nel nuovo “pacchetto di misure sull’immigrazione” (l’ennesimo), con la quale si intende imporre il lavoro socialmente utile, cioè il lavoro gratuito obbligatorio, per tutti i richiedenti asilo in attesa dell’esito della domanda. Le novità previste nel “pacchetto” sono tante, ma questa “è una delle novità più importanti” afferma Fiorenza Sarzanini, e ha ragione da vendere. L’introduzione per legge (era già stata fatta tramite circolare ministeriale, mascherata come “lavoro volontario”) dell’obbligo del lavoro gratuito, non solo presso gli enti locali pubblici, ma anche presso varie aziende private, come prerequisito per vedersi riconosciuto lo status di rifugiato, è una di quelle novità che segnano una svolta epocale.

Si adotti un modello di economia umana al servizio di tutti e non dell’1%

a-ofxam

di Elisa Bacciotti [*]

Otto uomini. Facile immaginarli insieme attorno un tavolo, magari nella sala riservata di un ristorante esclusivo. Sono otto, nessuna donna tra di loro: i più ricchi. Più ricchi, da soli, di 3,6 miliardi di persone: la metà degli abitanti più poveri del pianeta.

Non la crisi migratoria, non la crisi finanziaria del mondo occidentale, è questa la vera crisi dei nostri giorni. Una disuguaglianza di ricchezza e di reddito sempre più estrema a livello globale, tanto da dover essere ormai considerata un effetto patologico piuttosto che fisiologico del sistema economico.

Perché con questi livelli di disuguaglianza, con l’1% del pianeta che ormai è più ricco del restante 99% (e in Italia: con l’1% che possiede il 25% della ricchezza nazionale netta), la crescita economica non riesce più a raggiungere e beneficiare, come invece è stato in passato, fasce sempre più ampie di popolazione.

Ceti e segmenti sociali ormai pienamente coscienti di questo stato di cose, e sempre più orientati a esprimere il proprio malcontento: in Italia (dati Oxfam-Demopolis) il 67% dei cittadini è contro le disuguaglianze in materia di accesso e qualità dei servizi educativi e sanitari.

Buona scuola, va avanti la legge più odiosa. In perfetto Renzi’s style

Matteo Renzi e la buona scuola

di Marina Boscaino

La definitiva smentita di tutti coloro che avevano creduto che la nomina di Valeria Fedeli a ministro dell’Istruzione in sostituzione di Stefania Giannini avrebbe prodotto un cambiamento di rotta sulle politiche scolastiche è arrivata puntualmente sabato 14 gennaio, quando il Consiglio dei ministri ha approvato 8 delle 9 deleghe previste dalla legge 107/15 (la cosiddetta Buona Scuola) su altrettante materie fondamentali per il sistema scolastico di istruzione: esame di Stato, istruzione professionale, valutazione, diritto allo studio, per dirne solo alcune.

Tra tutti spiccano i provvedimenti relativi all’inclusione scolastica e al percorso 0-6, sui quali da lungo tempo una parte consistente della scuola aveva espresso fortissime perplessità e resistenze e di cui occorrerà parlare diffusamente per illustrarne la pericolosità. Ma, non pago dell’autoritarismo con il quale fu approvata la legge più odiosa (quanto a normativa scolastica) della storia della Repubblica, il governo Gentiloni si è pervicacemente allineato con quell’atteggiamento che – ricordiamolo – è stato uno dei motivi del mai discusso ed analizzato pubblicamente flop referendario del 4 dicembre.

Alcune rapide questioni solo apparentemente periferiche: non è vero fino in fondo che la nomina di Fedeli sia stata un evento in perfetta continuità. La sua provenienza sindacale (Cgil, tessili) ha consentito nei primissimi giorni del suo mandato di riallacciare un dialogo con le parti sociali, che ha fatto registrare modifiche per quanto riguarda il contratto di mobilità.

Democrazia, se il popolo non conta più nulla

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di Angelo Cannatà

Quanto conta il popolo nella nostra democrazia? Molto sul piano teorico (“La sovranità appartiene al popolo”, non si poteva dir meglio); sul piano pratico, invece, nella politica e nei giochi di Palazzo, nulla, il popolo non conta nulla. Questa orribile dicotomia mostra – più di ogni cosa – la crisi in cui viviamo.

Il popolo non conta nulla 1. Perché diritti, bisogni, proteste – e i Movimenti che li rappresentano – sono tacciati di populismo e ghettizzati nell’irrilevanza: nell’universo politico delle oligarchie che affossano il Paese non c’è posto per il demos. 2. Perché dopo la vittoria del 4 dicembre – per dirla in breve – resta al governo chi ha perso e ha provato (maldestramente) a riformare la Costituzione. 3. Perché, nonostante milioni di cittadini vogliano pronunciarsi sul Jobs Act, otto membri politicizzati della Consulta glielo impediscono: qualcuno può giurare, per dire, che Amato – l’amico di Craxi – non abbia espresso un voto politico dietro lo schermo (ipocrita) del neutralismo giuridico?

A questo siamo. La Repubblica fondata sul lavoro non consente ai cittadini di pronunciarsi sulla legge che nega i diritti del lavoro. Perché? Perché la Consulta fa politica con le sentenze. Bisogna dirlo, gridarlo dai tetti. Una seconda sconfitta – questa volta sull’articolo 18 – avrebbe demolito definitivamente ogni pretesa di Renzi alla guida del Paese.

I voucher? Inutili contro il lavoro nero

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di Giuliana De Vivo

Dopo la pronuncia della Corte costituzionale saremo tutti chiamati a decidere sul futuro dei buoni lavoro, i cosiddetti voucher. È presto per avere una data certa del referendum, si oscilla tra il 15 aprile e il 15 giugno prossimi. Salvo elezioni anticipate – in questo caso la legge prevede lo slittamento di una anno – o interventi riparatori del Parlamento, dove la commissione Lavoro della Camera sta già studiando cinque proposte di modifica ai discussi ticket per pagare il lavoro accessorio.

Ma com’è cambiato l’universo di chi è pagato con questo strumento, e quali sono stati gli effetti sortiti finora? Quando si vuole mettere in croce qualcuno – o qualcosa – ogni chiodo è buono, e i voucher ci hanno messo a poco a diventare l’emblema del lavoro precario. Narrazione facile in tempi di crisi e alta disoccupazione (soprattutto giovanile), e favorita dall’abbassamento dell’età media in questo microcosmo che rappresenta lo 0,23% del costo complessivo del lavoro in Italia.

In sette anni, racconta l’Inps nel rapporto Il lavoro accessorio dal 2008 al 2015. Profili dei lavoratori e dei committenti, pubblicato a fine 2016, l’età media è passata da 59,8 a 35,9 anni (si veda la tabella in alto a sinistra). Evoluzione notevole, che va di pari passo con quella legislativa: dall’introduzione dei voucher nel 2003 fino al 2008, quando esisteva un limite di destinatari (pensionati e studenti) e di ambito (lavori occasionali in agricoltura); passando per l’apertura, nel 2009, ai settori del commercio, turismo e servizi e a tutte le categorie di lavoratori (inoccupati, disoccupati, subordinati a tempo pieno e part time, autonomi); fino al “liberi tutti” della riforma Fornero (2012), che si è limitata a fissare un tetto massimo di 5 mila euro netti all’anno per lavoratore (in totale, anche da più committenti).

La situazione della sanità in Italia e in particolare a Trieste

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di Claudio Cossu

Il caso triste dei malati curati per terra nei locali del pronto soccorso dell’ospedale Santa Maria della Pietà di Nola (Campania) ha destato orrore e sconcerto in tutto il Paese, addossando in una prima fase, tutte le responsabilità ai medici e ai dipendenti del quel presidio sanitario. Ma in seguito, con la riflessione e la ponderadezza che il caso esige, si è razionalmente compreso che la causa di tutto ciò va ricercata nella programmazione effettuata dallo Stato e dalle Regioni (Conferenza Stato-Regioni), ma soprattutto nei continui tagli, decisi in quella sede al Fondo sanitario nazionale.

Tali operazioni si riverberano, di conseguenza, sulle dotazioni dei vari presidi sanitari regionali e ai servizi offerti sul territorio che in tal modo non possono “decollare” mai. Come a Trieste e in tutto il Friuli Venezia Giulia, dove nonostante le edulcorate rassicurazioni della Giulia Maria Sandra Telesca (assessore regionale competente, pare), gli attuali 674 posti-letto saranno ulteriormente ridotti a 608 dalla riforma sanitaria regionale, anche se il rasserenante direttore Delli Quadri ha detto che si sarebbe opposto a tale mutilazione, nel consiglio comunale. Per ora, sono solo parole.

In un contesto in cui l’ospedale ha ormai perso la sua autonomia e rientra nella gestione globalizzante dell’azienda sanitaria, cui sono state unite anche le cliniche universitarie, in una bella, ridondante e ipertrofica sigla Asuits, nella volontà di risparmiare, e indurre i cittadini utenti, a rivolgersi al privato. Mirando ai servizi sul territorio non ancora predisposti adeguatamente, in maniera tale da sostituire le notevoli riduzioni della organizzazione tradizionale.

La bocciatura del referendum sui licenziamenti: un errore logico-giuridico e un boomerang politico

100 sogni morti sul lavoro - Foto di Samuele Ghilardi

100 sogni morti sul lavoro – Foto di Samuele Ghilardi

di Luigi Mariucci

Nel 2003 la Corte costituzionale ha ritenuto ammissibile un referendum che azzerava la soglia di applicazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, a seguito del quale la reintegrazione in caso di licenziamento ingiustificato si sarebbe applicata a ogni unità produttiva, comprese quelle con un solo dipendente (sentenza n. 41/2003).

Oggi invece la stessa Corte costituzionale dichiara inammissibile un referendum che, a seguito di varie abrogazioni parziali, avrebbe conservato la soglia dei 5 dipendenti, ora prevista per le imprese agricole. Se ne deduce che se la Cgil avesse proposto un quesito referendario massimalista, con abrogazione totale della soglia, forse la Corte non avrebbe potuto discostarsi da quanto deciso nel 2003. Si tratta di un singolare paradosso, inspiegabile sul piano logico-giuridico.

Infatti l’effetto manipolativo dei referendum che propongono abrogazioni parziali è da sempre scontato. Basti pensare ai referendum elettorali o agli stessi referendum in materia sociale, come quello che si svolse nel 1995 in tema di rappresentanze sindacali aziendali che comportò un radicale cambiamento dell’art.19 dello Statuto dei lavoratori. Non sta dunque nell’effetto “manipolativo” la questione di fondo.

Il partito: perché si è persa la sua dimensione collettiva – Seconda parte

a-pci03di Sergio Caserta

Il Partito comunista non è soltanto l’avanguardia della classe operaia. Se il partito vuole dirigere veramente la lotta della classe operaia, esso deve esserne anche il distaccamento organizzato. In regime capitalista esso ha dei compiti estremamente importanti e vari. Esso deve dirigere il proletariato nella sua lotta tra difficoltà di ogni sorta, condurlo all’offensiva quando la situazione lo esige, sottrarlo, guidandolo alla ritirata, ai colpi del suo avversario quando esso rischia di essere schiacciato da quest’ultimo, inculcare nella massa dei senza partito i principi di disciplina, di metodo di organizzazione, di fermezza necessari alla lotta. Ma il partito non verrà meno a questi suoi compiti soltanto se sarà esso stesso la personificazione della disciplina e dell’organizzazione, se sarà il distaccamento organizzato del proletariato. Altrimenti esso non potrà pretendere di conquistare la direzione delle masse proletarie. Il partito è dunque l’avanguardia organizzata della classe operaia.
Antonio Gramsci

La forza dei partiti della cosiddetta “Prima Repubblica”, fin quando sono rimasti in vita, è stata nell’organizzazione e nei sistemi di regole interne accettate e rispettate. Era così per il Pci innanzitutto, lo è stato anche, in modo diverso, per la Dc, mentre gli altri partiti – socialisti, repubblicani, liberali – erano organizzati su basi meno rigide. Il Pci era costituito sul principio del centralismo democratico e della “sacralità” dell’unità, sul disconoscimento del frazionismo e il divieto assoluto di formare correnti organizzate; la DC si basava all’opposto sul riconoscimento di correnti culturali e sulla loro regolamentazione politica, utilizzando il cosiddetto manuale Cencelli, vero e proprio prontuario di gestione del potere nel partito, attraverso la lottizzazione degli incarichi rigidamente (e in un certo senso democraticamente) regolata sulla base di volta in volta dei mutati rapporti di forza.

Yours for the Revolution: “Il tallone di ferro” di Jack London

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di Valerio Evangelisti

La Nova Delphi Libri ha appena pubblicato, in una nuova traduzione di Andrea Aureli, Il tallone di ferro di Jack London (pp. 368, € 14,00). Questa è la mia introduzione al volume.

Ai partigiani italiani, durante la Resistenza, i comandi suggerivano una serie di letture da fare nei momenti di pausa, tra un’azione e l’altra. Tra i libri consigliati non mancava mai Il tallone di ferro di Jack London, spesso associato a La madre di Gorki. Una sorta di scuola quadri letteraria.

E’ solo uno dei segni della straordinaria fortuna del romanzo, fin dal momento della sua pubblicazione, nel 1907. Nel giro di pochi anni era già tradotto in una quantità di lingue, e conosceva ristampe che si sarebbero moltiplicate fino ai giorni nostri. Eppure non è l’opera migliore di London: ha parti fortemente didascaliche, le psicologie sono appena abbozzate, a eccessi di dialoghi dal ritmo di un catechismo incalzante succedono capitoli di frettolosa narrazione dei fatti.

Cosa fa, dunque, de Il tallone di ferro un libro formidabile, capace di passare da generazione a generazione? London lo scrisse, secondo la testimonianza della figlia Joan, dopo la sconfitta della rivoluzione russa del 1905, e perché allarmato dal moderatismo crescente che stava impregnando il Partito socialista americano, cui apparteneva. Intendeva divulgare in forme accessibili i principi fondamentali del marxismo, e specialmente della sua variante rivoluzionaria. Quella a cui aveva aderito nel 1896, quando si era iscritto all’intransigente Socialist Labor Party di Daniel De Leon.

Abrogare i voucher è una questione di democrazia e civiltà

Jobs act

di Marta Fana

Il verdetto della corte costituzionale sui referendum sociali promossi dalla Cgil ha giudicato ammissibili i quesiti riguardanti l’abrogazione dell’istituto dei voucher e l’introduzione della clausola di responsabilità negli appalti per le imprese. Ha invece bocciato il quesito sul ripristino dell’articolo 18. Tra i due quesiti ammessi, quello che ha più fatto discutere è sicuramente il primo: i voucher.

L’accanimento contro l’ipotesi di abolizione dei voucher è stato clamoroso. Tuttavia, a un profluvio di interviste a sostegno dei buoni lavoro, agli scoop sull’utilizzo da parte della Cgil, fa da contraltare un mondo del lavoro sempre più povero e precario, delegittimato della sua funzione sociale e da questo bisogna ripartire quando si discute di voucher.

Occorre andare con ordine: capire da un lato la portata, sul sistema economico e delle relazioni industriali, dell’esplosione dei voucher dopo la loro totale liberalizzazione; dall’altro va fatto un ragionamento complessivo sui voucher per rivelare l’ideologia alla base della loro strenua difesa.

Spesso infatti, oltre alle argomentazioni deboli sul piano fattuale (ne parliamo più avanti), l’esistenza dei buoni lavoro viene assunta non solo come inevitabile di fronte a un’economia che conta tre milioni di disoccupati, ma allo stesso tempo come utile a garantire la flessibilità di cui hanno bisogno le imprese per svolgere il proprio compito di creazione di valore e ricchezza.