I racconti di Victor: “II ghiacciolo, ovvero la mia estate più calda”

Pubblichiamo il primo di tre racconti che Victor ha voluto donare a questo sito

di Victor

Era lì con le gambe a ciondoloni, l’aria assonnata e svogliata di chi non sa come far passare il tempo, il 7 luglio, giornata particolarmente calda, non finiva più. Si alzò, aprì il vano finestra e con un gesto lungo, muovendo le dita da destra a sinistra e viceversa, mi trovò scegliendomi tra gli altri. Mi ritrovai così, nudo e gocciolante, in quell’atmosfera surreale e afosa del cortile di un maledetto pomeriggio d’estate.

A un tratto sentii la sua lingua umida scorrermi lungo tutto il corpo, con guizzi afferrava le mie gocce bagnate e le ingurgitava una dietro l’altra; dopo mi capovolse pensando a altro e rimasi a testa in giù, terrorizzato, penzolante, temetti che da un momento all’altro mi lasciasse cadere. Non so quanti interminabili istanti (od ore) passarono così: mi ero ridotto alla metà, dopo mi risollevò e con volgarità lussuriosa mi strofinò sulle sue gambe ossute, ancora dopo mi rotolò sul suo collo sudato e infine mi leccò ancora con avidità.

La Libia, le Ong, la politica del caos nel Mediterraneo

Intervento militare in Libia

di Barbara Spinelli [*]

Il Parlamento italiano ha autorizzato l’invio di navi da guerra nelle acque territoriali libiche con il compito di sostenere la guardia costiera di Tripoli nel contrasto ai trafficanti di uomini e nel rimpatrio di migranti e richiedenti asilo in fuga dalla Libia. La risoluzione, affiancata al tentativo di ridurre le attività di ricerca e soccorso di una serie di Ong, è discutibile e solleva almeno sei interrogativi:

  • 1) Come può la Libia, la cui sovranità sarà, secondo il governo italiano, integralmente garantita, «controllare i punti di imbarco nel pieno rispetto dei diritti umani», quando non è firmataria della Convenzione di Ginevra, dunque non è imputabile se la viola?
  • 2) Come può dirsi rispettata la sovranità in questione, quando di fatto quest’ultima non esiste? È infatti evidente che il governo di Fayez al-Sarraj non esercita alcun monopolio della violenza legittima – presupposto di ogni autentica sovranità – come si evince dalla condanna dell’operazione militare italiana ed europea da parte delle forze politiche e militari che fanno capo al generale Khalifa Haftar.
  • 3) Come può esser garantito il pieno “controllo” dell’Unhcr e dell’Oim sugli hotspot da costruire in Libia, e rendere tale controllo compatibile con la sovranità territoriale libica affermata nella risoluzione parlamentare? E come possono Unhcr e Oim gestire “centri di protezione e assistenza” in un Paese in cui, stando a quanto dichiarato il 16 maggio dallo stesso direttore operativo di Frontex, Fabrice Leggeri, «è impossibile effettuare rimpatri», visto che «la situazione è tale da non permettere di considerare la Libia un Paese sicuro»?

Logistica, le nuove catene dello sfruttamento

di Simone Fana

La cronaca degli ultimi mesi è costellata da storie di ordinario sfruttamento del lavoro, che si diffondono in forme capillari lungo le nuove filiere della produzione materiale e immateriale. In questo scenario, il settore della logistica diviene il nodo fisico e simbolico di una trasformazione più ampia che attiene alle strutture regolative e ai rapporti che queste intrattengono con l’intero assetto sociale e produttivo.

In una formula particolarmente felice, la logistica è stata definita the physical internet, ossia una gigantesca rete che integra la dimensione della produzione globale con la sfera del consumo. Dai grandi mari internazionali sino alle infrastrutture via terra, la circolazione delle merci, il loro stoccaggio e la distribuzione delle stesse si articola sull’organizzazione di una catena logistica mondiale.

In questa centralità si riconoscono i temi di fondo che interrogano la forma e i processi di globalizzazione, dalla disarticolazione e ricomposizione dei luoghi della sovranità politico- statuale sino alla natura dei flussi migratori nella divisione internazionale del lavoro. Fare i conti con il settore della logistica significa, parafrasando Wallerstein, fare i conti con il sistema mondo, collocando lo sguardo oltre i confini ristretti in cui si dimena la discussione politica italiana.

Ong: in difesa dei giusti

di Guido Viale

Coloro che dalle coste della Libia si imbarcano su un gommone o una carretta del mare sono esseri umani in fuga da un paese dove per mesi o anni sono stati imprigionati in condizioni disumane, violati, comprati e venduti, torturati per estorcere riscatti dalle loro famiglie, aggrediti da scabbia e malattie; e dove hanno rischiato fino all’ultimo istante di venir uccisi. Molti di loro non hanno mai visto il mare e non hanno idea di che cosa li aspetti, ma sanno benissimo che in quel viaggio stanno rischiando ancora una volta la vita.

Chi fugge da un paese del genere avrebbe diritto alla protezione internazionale garantita dalla convenzione di Ginevra, ma solo se è “cittadino” di quel paese. Quei profughi non lo sono; sono arrivati lì da altre terre. Ma fermarli in mare e riportarli in Libia è un vero e proprio respingimento (refoulement, proibito dalla convenzione di Ginevra) di persone perseguitate, anche se materialmente a farlo è la Guardia costiera libica. Una volta riportati in Libia verranno di nuovo imprigionati in una delle galere da cui sono appena usciti, subiranno le stesse torture, gli stessi ricatti, le stesse violenze, le stesse rapine a cui avevano appena cercato di sfuggire, fino a che non riusciranno a riprendere la via del mare.

Bologna: sport e strutture sportive, creiamo qualcosa di nuovo?

di Silvia R. Lolli

Vorremmo o dovremmo cominciare ad osservare e cambiare di conseguenza tutti i nostri vecchi modi di vivere la politica, per avviare il futuro, soprattutto nella sinistra. Questo pensiero ci perseguita da tempo e non si estende solo alla visione più generale, ma anche ad una più specifica e territoriale, della comunità in cui viviamo.

Si dovrebbero rivedere, alla luce dell’attualità, cioè dei bisogni di questa nostra povera Terra, le idee fondamentali sviluppatesi soprattutto con la rivoluzione francese, libertà uguaglianza e fraternità. Dovremmo continuare il percorso rivoluzionario, se si vuole passando anche da Marx, ma rivedendo alcune affermazioni, soprattutto aggiungendo a tutto ciò la parola sostenibilità. Dovremmo cioè non considerare solo l’uomo e la sua comunità o società di riferimento, che tra l’altro non è più solo di tipo industriale, per riprendere un percorso più sinergico con la Terra. Tra un po’ non ci sarà neppure più il tempo di filosofeggiare su tutto ciò; c’è un’evoluzione naturale in atto e comporterà la nostra scomparsa?

Da ormai tanti anni si sta cercando una nuova via, finora con pochi risultati positivi. Facendo un salto siderale rispetto a questi “grandi sistemi”, guardiamo alla politica di casa nostra e continuiamo ad occuparci o meglio a preoccuparci della vicenda Stadio Comunale e dintorni. Potremmo partire anche da qui per cominciare a mettere in atto la nuova politica?

“Solo sugli uomini affratellati dall’amore potrà risplendere il sole della giustizia”

di Sergio Sinigaglia

I nostri territori sono depositari di storie spesso dimenticate o rimosse. Vicende apparentemente marginali viceversa emblematiche dell’epoca durante la quale sono accadute. Questi luoghi si caratterizzano come “microcosmi”, per dirla con Claudio Magris, che vent’anni fa ci propose un viaggio in angoli depositari di eventi scivolati nell’oblio (“Microcosmi”, Ed. Garzanti).

La storia che vi stiamo per raccontare rientra a tutti gli effetti in questa tipologia. A farla emergere dalle nebbie della storia è stato un incontro fortuito che ha visto protagonista il senigalliese Francesco Fanesi. Da anni impegnato nel circuito dei centri sociali e dei movimenti di base, Fanesi è appassionato di storia ( e storie) anche perché a suo tempo ha conseguito la laurea in questo ambito accademico.

Nel gennaio del 2015 durante una visita al cimitero delle Grazie di Senigallia, nota una tomba che si contraddistingue dalle altre: non più alta di trenta centimetri dal suolo, ha quattro colonnine tortili sistemate alle quattro estremità che delimitano un piccolo recinto a protezione, all’interno una lapide senza simboli religiosi, ma contrassegnata da un sole, simile a quello socialista “dell’avvenir” e sotto si può leggere “Gervasi Pietro n.11 agosto 1856 m. 13 gennaio 1907 riunito all’adorato figlio Aldo nato a Senigallia il 27 dicembre 1886 strappato violentemente all’affetto dei suoi il 21 agosto 1910/ ammonisce che l’odio fra i lavoratori semina morte, che solo su gli uomini affratellati dall’amore potrà risplendere il sole della giustizia”.

L’altra faccia dell’abusivismo

di Tomaso Montanari

L’altra faccia dell’abusivismo speculativo che sfigura l’Italia è lo stravolgimento della legislazione del territorio, non di rado tesa a sanare preventivamente gli abusi, anzi a trasformare l’abuso in legge, sostituendo alla pianificazione pubblica l’iniziativa dei costruttori. È successo con la Legge Obiettivo e il Piano Casa di Silvio Berlusconi, e poi con lo Sblocca Italia di Matteo Renzi, in una continuità ideologica garantita dal fatto che tutti questi provvedimenti furono voluti e costruiti da Maurizio Lupi, mai pentito apostolo del cemento.

Ma ora, e la notizia è clamorosa, questa tendenza rischia di raggiungere l’apice in Emilia Romagna: cioè nella regione rossa che è stata la culla della migliore urbanistica italiana. È quanto succederebbe se il Consiglio Regionale emiliano approvasse la Legge Urbanistica licenziata dalla Giunta Bonaccini. L’articolo cardine di questa legge è il 32, che al comma 4 stabilisce che il Piano Urbanistico Generale dei comuni emiliani «non può stabilire la capacità edificatoria, anche potenziale, delle aree del territorio urbanizzato né dettagliare gli altri parametri urbanistici ed edilizi degli interventi ammissibili». Tradotto vuol dire che i cittadini non potranno più decidere, attraverso i loro eletti come, dove, quanto cresceranno le loro città. È l’idea antitetica a quella del piano, cioè di una crescita sostenibile, governata ed equa.

Ma se non decide la comunità chi decide? Semplice: decide la speculazione. Il futuro del territorio emiliano è affidato – denuncia un documento firmato dai migliori urbanisti italiani – «agli accordi operativi derivanti dalla negoziazione fra l’amministrazione comunale e gli operatori privati che hanno presentato al comune un’apposita proposta (art. 37, c. 3), da approvare in 60 giorni, tempo proibitivo per i comuni.

Appello ai giornalisti: rompiamo il silenzio sull’Africa

di Alex Zanotelli [*]

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri e emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani.

Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.

Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa (sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo).

È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

Sgomberi e cariche a Làbas e a Crash: restituire a Bologna preziosi laboratori partecipativi

di Piergiovanni Alleva

A proposito delle cariche a Làbas e sgombero in corso anche a Crash, ho presentato l’interrogazione a risposta scritta alla giunta dell’Emilia Romagna. Occorre chiarire cosa è accaduto e, altrettanto, darsi da fare per restituire alla città di Bologna preziosi laboratori autogestiti di partecipazione e sperimentazione sociale.

Che ne sai della notte della Repubblica?

di Riccardo Lenzi

La ricostruzione del contesto in cui avvenne lo sbarco degli Alleati in Sicilia il 10 luglio 1943 nell’ultimo film di Pif, “In guerra per amore”, ha suscitato una discussione tra il regista e lo storico siciliano Rosario Mangiameli. Quest’ultimo sostiene infatti che non c’è stato alcun patto tra Cosa nostra e i servizi segreti statunitensi dell’epoca (Office of Strategic Services). Tesi più volte ribadita anche dai suoi colleghi Salvatore Lupo e Francesco Renda.

Eppure – oltre alla documentazione inglese e americana portata alla luce nel 2004 da Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino – basterebbe leggersi un documento parlamentare datato 1976 e anch’esso consultabile on line: la Relazione di maggioranza della Commissione antimafia presieduta dal democristiano Luigi Carraro. A pagina 115 leggiamo che

«l’episodio certo più importante ai fini che qui interessano è quello che riguarda la parte avuta nella preparazione dello sbarco da Lucky Luciano, uno dei capi riconosciuti della malavita americana di origine siciliana. Di questo episodio si sono frequentemente occupate le cronache e la pubblicistica, con ricostruzioni più o meno fantasiose, ma la verità sostanziale dei fatti non sembra contestabile (…). Il gangster americano, una volta accettata l’idea di collaborare con le autorità governative, dovette prendere contatto con i grandi capomafia statunitensi di origine siciliana e questi a loro volta si interessarono di mettere a punto i necessari piani operativi, per far trovare un terreno favorevole agli elementi dell’esercito americano che sarebbero sbarcati clandestinamente in Sicilia per preparare all’occupazione imminente le popolazioni locali. La mafia rinascente trovava in questa funzione, che le veniva assegnata dagli amici di un tempo, emigrati verso i lidi fortunati degli Stati Uniti, un elemento di forza per tornare alla ribalta e per far valere al momento opportuno, come poi effettivamente avrebbe fatto, i suoi crediti verso le potenze occupanti».