Riflessioni su Potere al Popolo: la via politica lunga e i compiti dell’organizzazione

di Luca Mozzachiodi

Non ho il feticcio delle elezioni. Non le ho ritenute e spero di non ritenerle mai il momento privilegiato della vita politica, troppo spesso sono state il grimaldello per svuotare di senso ogni reale processo democratico e trasformarlo in una vuota liturgia formale; per troppi anni abbiamo visto in Italia ogni forza politica di sinistra raccogliere e sfiancare le sue già residuali forze nel tentativo di inseguire le scadenze elettorali. Negli ultimi anni sempre più gli esiti o sono stati disattesi o non così incisivi come avrebbero dovuto.

Non si tratta quindi di una pagina di propaganda elettorale, ma di una analisi politica: dobbiamo partire dal presupposto che il problema non sia vincere le elezioni, e nemmeno acquistare un gran numero di seggi, ma piuttosto aprire vie nuove alla possibilità di un’esperienza politica che non si risolva nella costituzione di cartelli elettorali a breve termine.

La sinistra (nelle sue varie apparizioni spesso riposanti però sugli stessi militanti e sulle stesse forze) ha commesso diversi peccati capitali: abbandonare la sua matrice teorica convinta di dover competere con la destra in un mondo che non può essere altro che liberale, non difendere (come dovrebbe fare sempre, con le unghie e con i denti, su ogni terreno anche a elezioni perse) il mondo del lavoro, non essere stata capace di attaccare il mondo della finanza e della speculazione preferendo scendere a patti, strutturare le proprie forze partendo non già dalla militanza e dalla conoscenza concreta di un quadro di problemi ma dall’affiliazione a fini propagandistici a questo o a quel partito quando non addirittura a questo o a quel singolo personaggio politico e finalmente cercare consenso inseguendo la destra sul suo stesso terreno invece di approfittare di un momento di crisi come si sarebbe potuto fare.

Ma perché la lotta alla mafia è sparita dalla campagna elettorale?

di Enzo Ciconte

La mafia non esiste. Quante volte abbiamo ascoltato queste parole? Tante volte, troppe e per tanto tempo. Oggi nessuno si sognerebbe di ripeterle. All’apparenza è così, eppure sono in tanti che fanno di tutto, surrettiziamente, per accreditare l’idea che la mafia non esiste. Chi sono costoro? Sono quelli che in campagna elettorale non parlano di questo argomento, come se non esistesse, come se non fosse un problema di primaria grandezza o come se fosse solo e soltanto una questione criminale che devono affrontare e risolvere magistrati e forze dell’ordine.

Evitiamo fraintendimenti: non sto dicendo che si debba parlare ogni giorno di questo argomento, sto dicendo che è un errore non parlarne per niente, o quasi, espellendo di fatto il tema dalla competizione elettorale. Se si dà una scorsa ai programmi elettorali si vede come questi temi, accanto a quelli della corruzione e della legalità, sono molto marginali e trattati sbrigativamente.

È un errore serio. Perché? Perché si rischia di perdere quei voti (e sono tanti) di quegli elettori che si rifugiano nel non voto perché non c’è nessuno che fa una limpida, chiara, coerente e trasparente battaglia antimafia; perché qualcuno s’illude che così facendo possano arrivare voti da ambienti contigui alla mafia e s’illude ancora di più se pensa di non pagare pegno per quel pugno di voti che si pensa possano fare la differenza nei collegi in bilico.

Bologna città dello sport: presentata la proposta politica

Stadio Dall'Ara

di Silvia R. Lolli

Il 20 gennaio 2018 è stata presentata la proposta politica “Bologna città dello sport”. Abbiamo cercato di seguire la comunicazione avvenuta nei mesi scorsi attraverso le presentazioni nei diversi quartieri, preceduta all’inizio del 2017 dal primo incontro al quartiere Savena, prima casa politica di Merola e Lepore cioè del sindaco in pectore e del sindaco effettivo di questa strana giunta bolognese. Giunta che fa e disfa preoccupata solo di avere dai cittadini un “consenso già programmato” da pochi; questa la percezione che abbiamo avuto nell’anno di incontri. E’ la stessa percezione che ormai da anni abbiamo per tante vicende comunali. Pochi scelgono, tanti sembrano approvare, ma non esiste una reale partecipazione; l’aiuto dei giornali in questa politica a senso unico è tanto.

C’è ora “Bologna per lo sport”, “Bologna città dello sport”; oltre a varie informazioni e numeri di investimenti con aiuti europei statali e regionali abbiamo avuto continuamente informazioni sullo stato ipotetico della “rigenerazione” dello Stadio Dall’Ara; già prima delle elezioni amministrative del 2016 dal cilindro dei prestigiatori politici è uscita questa nuova proposta, dopo che per anni si era parlato di stadio nuovo e con piani urbanistici dedicati e mai eliminati a Granarolo. Al suo interno si è cominciato a leggere di un mega intervento, con più interlocutori privati/pubblici (Bologna FC, Seci, INVIMIT) che interessava vari impianti sportivi e territorio: oltre allo stadio e all’antistadio, il Cierrebi, i Prati di Caprara, ma anche il centro sportivo Corticelli.

Alla presentazione finale, gennaio 2018 cioè a un mese e mezzo dalle elezioni politiche, non si mai accennato a questo progetto, nonostante nella locandina di invito si parlasse inizialmente dell’intervento di Fenucci del Bologna FC. Presentazione con tutti i crismi dell’ennesima passerella di personaggi politici e sportivi a cominciare dal presidente della regione Bonaccini fino all’assessore “tutto fare” del comune di Bologna, Lepore al quale pochi giorni prima si è data un’ulteriore delega.

La campagna elettorale nel nordest anticipa il futuro dell’Italia

di Annalisa Camilli

“Quando pareva vinta Roma antica, sorse l’invitta decima legione, vinse sul campo il barbaro nemico, Roma riebbe pace con onore”. Le parole della marcetta della decima flottiglia Mas – un corpo militare della Repubblica sociale italiana (Rsi) – sono scandite da una trentina di reduci e simpatizzanti: sono tutti avanti con l’età e sono venuti nel municipio di Gorizia per celebrare il 73° anniversario della battaglia di Tarnova della Selva contro l’esercito jugoslavo. È la prima volta che gli è concesso entrare nella sala della giunta comunale.

È il 20 gennaio, un sabato mattina: è freddo, ma c’è il sole. Un gruppo di militanti di CasaPound in picchetto sotto al municipio è venuto a sostenere quelli della Decima Mas, mentre un centinaio di antifascisti che protestano contro l’evento sono tenuti a distanza dalle forze dell’ordine. “Onore a chi non ha tradito”, c’è scritto in fasciofont sullo striscione tenuto da alcuni ragazzi di CasaPound.

I cappelli grigioverdi da combattenti calzati sulla testa e in mano i vessilli dell’Rsi: una bandiera con al centro un’aquila che artiglia un fascio, all’apice un fiocco azzurro, il colore della Decima Mas. I reduci del battaglione fascista che collaborò con la Germania nazista sono accolti nel municipio di Gorizia dal consigliere di Forza Italia Fabio Gentile, famoso perché risponde all’appello del consiglio comunale alla maniera fascista: alzando il braccio destro.

I nuovi clochard d’Europa: con il lavoro, senza la casa

di Alessandro Principe

In Europa sono in forte aumento le persone senza casa. Barboni, clochard, homeless, chiamateli come vi pare: la sostanza non cambia. Di romantico c’è poco o niente. Per qualcuno che, forse, sceglie questa vita, c’è un esercito di poveri che una casa non se la può permettere. Aumenti a due cifre, anche in paesi mediamente ricchi, e con tradizione consolidate di welfare: Danimarca +85%; Belgio + 34%; Olanda +50%. In Italia l’aumento è tra i più bassi, “solo” del 10%. Sta emergendo una nuova tipologia di clochard: il “lavoratore senza dimora”. Persone che un lavoro ce l’hanno. Ma non gli basta.

Cristina Avonto è la presidente della Federazione italiana organismi per le persone senza dimora, attiva dal 1985 e parte della Federazione europea che riunisce le associazioni nazionali.

“Sicuramente c’è in Europa un innalzamento nel numero delle persone senza dimora come tendenza generale. C’è però anche un problema di rilevazione statistica. In Italia ad esempio gli ultimi dati ufficiali sono quelli dell’indagine Istat che abbiamo realizzato insieme al ministero del lavoro nel 2014. Noi poi facciamo costantemente un monitoraggio attraverso le nostre associazioni. Da questo monitoraggio rileviamo un leggero aumento: circa il 10% in più negli ultimi 3 anni. Un dato tutto sommato confortante rispetto ad altri paesi europei”.

Bologna, recupero degli spazi dismessi: continua il processo partecipativo

di Silvia R. Lolli

Giovedì 8 febbraio 2018 si svolge il quarto incontro dei Parteciprati; i cittadini cominceranno a disegnare il loro progetto finalizzato all’individuazione della destinazione futura dello spazio dismesso dall’esercito dei Prati di Caprara. Come si evince dal sito, che dà puntualmente il resoconto del processo partecipativo (con tutti i materiali finora presentati) e dopo aver raccolto informazioni (2° e 3° incontro in assemblea plenaria) da consulenti e istituzioni e associazioni interessate all’area, i cittadini esprimeranno le loro: idee, competenze, immagini, desideri e sogni.

Partecipazione è una parola importante in democrazia, sia essa passiva (di proposta, di voto, cioè delega rappresentativa), sia più attiva come in questo caso: proposta che va oltre la pura discussione, ma vuol dare qualcosa in più per il bene comune. A fianco della partecipazione ci sta l’ascolto, vero, in un Paese democratico. Qui sta la questione importante che si presenterà in tutti i suoi aspetti e conflitti al termine di questo processo.

I cittadini si sono impegnati; il comitato RigenerazioneNoSpeculazione ha dapprima raccolto firme, le ha portate agli organi politici della città, poi nel silenzio assoluto, risposte non ne sono state date se non dai giornali in forma diremmo indiretta, ha deciso di organizzare in modo estremamente scientifico un processo partecipativo cercando di ampliare il coinvolgimento, cioè la partecipazione attiva, a un numero di cittadini sempre maggiore.

Lingotto uno, Lingotto due e la crisi dei partiti – Seconda parte

di Luigi Agostini

Individuo ed eguaglianza si rinviano a vicenda. Dunque, Partito neosocialista perché, se le parole hanno un senso, per un partito socialista, l’eguaglianza sociale rappresenta non un optional ma un vincolo, un imperativo politico, il metro regolatore di ogni scelta concreta. Partito neosocialista, perché, per l’attuale configurazione delle forze politiche europee, può svilupparsi velocemente in partito a dimensione continentale. Partito socialista, quindi, utilizzando il grande apporto che va da Karl Polany a Jurgen Habermas, solo per ricordare le maggiori suggestioni teoriche. Di enorme interesse il recente confronto tra due dei principali intellettuali tedeschi, Habermas, appunto, e Wolfgang Streeck.

L’Organizzazione, la forma-partito, infine. L’evoluzione della crisi impone il riordino delle forze per fermarne l’attuale evaporazione e una forma-partito che, come il mitico pipistrello di La Fontaine, (se mi è permessa una autocitazione) sia capace di essere, di volta in volta, roditore ed uccello, capace cioè, fuor di metafora, di aderire a tutte le pieghe della condizione sociale e produrre, innervando la sua presenza nel sociale, il massimo di socialità collettiva.

Un Partito così non si costruisce con le primarie ma con un lavoro di lunga lena che seleziona i gruppi dirigenti per senso di appartenenza, capacità di realizzazione e profondità di pensiero. Diversamente come ci ricordava spesso Alfredo Reichlin, “i mercati governano, i tecnici amministrano, i politici vanno in televisione”: cioè dirigenti politici generalmente al di sotto del compito.

Pierferdi per gli amici: dalla Dc di Forlani ai post comunisti bolognesi

di Sergio Caserta

Bologna è il centro apicale dello scontro tra diverse aree politiche e gruppi dirigenti che sono stati per dieci anni nello stesso partito, il Pd. Scontri e scissioni che avevano già vissuto in precedenza – per intenderci dalla svolta della Bolognina, non a caso compiuta qui – e che arrivano a quest’ultima tenzone in cui si incrociano le spade e le lance di quel che fu l’invincibile armada comunista e post comunista e i discendenti di Moro, di Zaccagnini ma anche di Forlani.

Paradossalmente la città che fece della sua “diversità” comunista l’emblema orgoglioso del buon governo in tutto il cinquantennio democristiano, oggi si ritrova a vivere in prima persona la metamorfosi che è avvenuta nel corpo, e nell’anima, del suo partito di riferimento. L’avvento di Renzi ha segnato il compimento di una definitiva trasmutazione: la giraffa di togliattana memoria, cioè quel Pci animale dal corpo grande e dal collo lungo che guardava lontano, ha assunto definitivamente le sembianze di un balenottero rosè, ovvero di un partito sempre più simile a quella balena bianca, che fu di dimensioni però ben maggiori, con qualche pallida sfumatura del colore antico della sinistra, ormai sbiadito da troppe svolte.

È questo il senso dell’ormai più che probabile candidatura, a meno di ripensamenti dell’ultimo secondo, di Pier Ferdinando Casini. Pierferdi per gli amici, già democristiano di lungo corso, era enfant prodige del gruppo che faceva riferimento proprio a quel Forlani che sulla pregiudiziale anticomunista aveva costruito la più solida alleanza con i socialisti di Craxi nella formula magica del pentapartito, non più tardi di trent’anni orsono.

Votare? L’ho sempre fatto. Per chi? Parliamone

di Flavio Fusipecci

Il quadro mondiale è in profonda, rapidissima evoluzione (involuzione) sotto la spinta di fenomeni e agenti per la prima volta “veramente globali”.
Come nei fenomeni sismici, si va progressivamente accumulando una energia “sotterranea”, indice e futura causa di una prossima esplosione/implosione del sistema economico e sociale mondiale, di cui si evidenziano già le “faglie di rottura” in varie parti del mondo, sotto la spinta di un complesso di disuguaglianze via via crescenti e via via più evidenti e diffuse tramite i nuovi media etc., “godute e perversamente difese” o “introiettate e sofferte fino alla morte” da popoli e singole persone un po’ ovunque.

Per una serie di motivi storici e socio-economici, ingigantiti negli ultimi 20-40 anni di politica ed economia dissennata a tutti i livelli, l’Italia è oggi una delle “faglie” più esposte a rischi, un po’ come il Vesuvio, in un contesto europeo e mondiale che non la favorisce e che, anzi, tende a ridimensionarla, rendendola di fatto “terreno di conquista” e, allo stesso tempo, “mercato da mantenere, sul ciglio del burrone”. Fa comodo a tutti.

Le grandi ideologie storiche ed i partiti da loro innervati sono finiti, travolti innanzitutto dalla incapacità di adeguarsi ai mutamenti epocali in rapida successione (tecnologici, ambientali, antropologici, sociali, economici etc..) e, non meno importante, da un degrado etico e morale, oltre che culturale, che ne ha decretato la fine ingloriosa non solo in termini elettorali, ma anche e soprattutto per quanto riguarda la fiducia, la partecipazione, la speranza, il coraggio e la visione di un futuro (anche solo a livello di sogno e di forza a non rinunciare “a provarci”), tutte cose indispensabili per non fare piombare tutti e ciascuno in una pericolosa spirale di grezzo e meschino individualismo.

Galassia nera, lo stato dell’arte

di Arvultura.it

Dopo il drammatico attentato fascista di Macerata del 3 febbraio scorso e dopo la straordinaria mobilitazione antirazzista che ha portato in piazza, sabato 10 febbraio, oltre 30.000 persone nella città marchigiana, il sito www.arvultura.it ha intervistato lo storico Elia Rosati, ricercatore per il Dipartimento di Studi Storici dell’Università degli Studi di Milano, esperto conoscitore della destra radicale nel nostro paese e coautore, insieme al giornalista e storico Aldo Giannulli, del libro “Storia di Ordine Nuovo”, pubblicato nel 2017 dalla casa editrice Mimesis.

A Rosati abbiamo chiesto, alla luce della crescita in Italia e in Europa di organizzazioni di stampo dichiaratamente neo-fascista negli ultimi anni, di esporci quale sia l’odierno stato dell’arte della “galassia nera” nel nostro paese, con specifica attenzione ai caratteri innovativi ed originali dell’attuale estrema destra, soprattutto con riguardo alle diverse forme assunte dalla militanza e allo sfruttamento sempre più razionale della comunicazione tramite l’uso dei mass media e dei social network.

Arvultura: Nel libro da te scritto insieme ad Aldo Giannulli, “Storia di Ordine Nuovo”, hai da poco ripercorso nel dettaglio cosa è stato “Ordine Nuovo” e quale importante ruolo questa organizzazione ha ricoperto nella strategia della tensione attuata da alcune frange dello Stato e dei Servizi Segreti italiani durante gli anni Settanta. Eppure, proprio con riguardo al ruolo giocato storicamente dalle “organizzazioni” dell’estrema destra nella pianificazione della violenza eversiva, abbiamo oggi la sensazione che le azioni più efferate, gli omicidi e gli agguati neo-fascisti non siano più, come negli anni Settanta, diretti da un “organismo organizzatore”, ma frutto, prevalentemente, di iniziative personali. Cosa ne pensi?