Over: che bella età, la grande età

di Silvia Napoli

Una riflessione simile davvero ad uno squarcio di luce deve aver attraversato Nicola Borghesi e i suoi accoliti di Kepler452, di fronte al materiale umano su cui e con cui lavorare in maniera laboratoriale per il nuovo progetto natalizio, chiamiamolo così, che l’Associazione Liberty, nell’ambito della sua stagione Agorà, è solita proporre al suo affezionato pubblico-sostenitore ogni anno. Se nel 2017 si trattò di misurarsi con i giovanissimi dell’Istituto Keynes di Castelmaggiore e con il calco rappresentato dall’inchiesta pasoliniana Comizi d’amore, stavolta tocca agli over e un tot di tutta l’area centri sociali della Bassa, chiamati in modalità “spericolata”a costruirsi pure il canovaccio.

In fondo, gli anziani, sono i ragazzi del secolo scorso e dunque, anche il loro oggi di pensionati di paese, va storicizzato. La Storia, così costantemente osteggiata nelle sedi decisionali pubbliche, è divenuta una esigenza più che una disciplina, propria del fare comunità:per affrontare sfide diverse e sapersi evolvere, è bene ogni tanto fare reset e andare a guardarsi indietro per scoprire, quasi rivelare a noi stessi, ciò che ora siamo sulla base di quanto si è edificato o distrutto ieri.

A proposito di fili di collegamento e di comunità, Elena Digioia, direttrice artistica della stagione Agorà che scalda i freddi inverni della nostra pianura metropolitana con programmazioni palpitanti di stimoli, autentica donna e professionista di cuore e di testa, non si lascia sfuggire opportunità di tracciare percorsi riconoscibili e spostare confini dentro questo campo partecipato.

La lenta Italexit sul fronte dei diritti

di Cinzia Sciuto

L’Italexit è un fantasma che si aggira per l’Europa e che spaventa molto i mercati e i governi. Non sappiamo come finirà la partita sul terreno della legge di bilancio e il braccio di ferro del governo italiano con l’Europa. Quello che sta accadendo però, nel frattempo e nell’indifferenza dell’Europa, è una lenta “Italexit” sul terreno dei diritti. Il governo gialloverde, infatti, non è solo quello sovranista che rifiuta i paletti imposti dall’Europa sulle politiche economiche, ma anche quello che ha messo l’Italia su una macchina del tempo che va all’indietro per quanto riguarda i diritti civili, e i diritti delle donne in particolare. Una “deriva polacca”, che è sotto gli occhi di tutti e che dovrebbe preoccupare almeno quanto i conti pubblici.

Anche in Italia, infatti, la destra cattolica più fondamentalista rialza la testa, con ottimi appoggi direttamente al governo. I segnali di preoccupazione sono molti, proviamo a metterne in fila alcuni. Le prime avvisaglie si sono avute già con la composizione dell’esecutivo: via il ministero per le Pari opportunità, arriva il ministero per la Famiglia e per le Disabilità, segnalando già dalla scelta del cambio di nome un preciso orizzonte culturale e politico: quello che ha a cuore questo governo non sono le pari opportunità fra i suoi cittadini – e in particolare fra uomini e donne – ma il sostegno a un preciso modello di famiglia cosiddetta tradizionale, nella quale possibilmente le donne tornino a curare il focolare.

Ripensare non retoricamente i diritti umani: la prospettiva interculturale di Pier Cesare Bori

di Amina Crisma

Nella giornata in cui si celebra il settantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (Parigi, 10 dicembre 1948), mi pare importante ricordare la fertile riflessione, oggi più che mai pregnante e attuale, che su questo tema ci ha offerto Pier Cesare Bori, maestro ed amico scomparso sei anni fa, il 4 novembre 2012: una riflessione che coniuga laicità e religiosità attingendo a fonti molteplici nelle culture d’Oriente e d’Occidente, e che sottraendosi a ogni scontata retorica si lega a una prassi e a un impegno concreti.

Una caratteristica singolare di Pier Cesare Bori, fra le tante che fanno di lui una figura davvero eccezionale nel panorama intellettuale contemporaneo, è la straordinaria vastità delle sue letture, che alimentano un peculiare stile di pensiero spaziando in ambiti e linguaggi diversi – arabo e cinese inclusi – e che esplorano in profondità luoghi molteplici d’Occidente e d’Oriente, da Gregorio Nisseno a Dostoevskij, da Freud a Simone Weil, da George Fox a Ibn Tufayl, da Tolstoj al Laozi, da Pico alla Bhagavadgîtâ ai testi pali buddhisti (ne offre un significativo specimen un suo libro del 2005, Incipit, Cinquant’anni cinquanta libri) [1].

Un’altra è l’internazionalità di un’esperienza di animazione culturale che ha incluso Giappone, Russia, Stati Uniti, e che negli ultimi anni si è snodata fra l’altro da Tunisi a Pechino. Un’altra ancora è il suo radicale rifiuto di qualsiasi retorica: un rifiuto decisamente anomalo negli scenari d’oggi, e che lo accomuna piuttosto ai maestri delle tradizioni sapienziali a lui care di cui si è nutrito nel corso degli anni il suo fertile itinerario ermeneutico.

“Racconto una storia di diversità e rinascita e faccio dipingere i bambini”

di Silvia Manzani

Stava ascoltando la radio, Alessandra Serafini, quando un anno fa ha sentito un’intervista ad Arabelle Carter-Johnson, una fotografa inglese che nel libro “Una bambina di nome Iris Grace” (Tea) racconta la storia di sua figlia, della scoperta dell’autismo ma soprattutto del talento artistico della bambina, che attraverso la pittura e la presenza costante della gatta Thula ha trovato il suo canale espressivo per uscire dall’isolamento.

Dopo essersi emozionata e aver letto il libro, Alessandra – che abita a Ravenna e che ha due figli di cinque e otto anni – ha avuto l’idea di riproporre la storia di Iris ai bambini della sua città, portandoli a tirar fuori le loro emozioni attraverso il colore: “Ho iniziato così a organizzare dei laboratori di pittura dedicati sia ai piccoli tra i quattro e i cinque anni che ai più grandi – racconta Alessandra – raccontando loro, in poche e semplici parole, di una bambina inglese che non può parlare, che ha un legame speciale con una gatta, che ama molto dipingere, che ha una madre che la vuole aiutare a rinascere. L’obiettivo è che i partecipanti entrino in comunicazione con questa storia, che la ‘sentano’, che avvertano la vicinanza del ‘diverso'”.

La felicità delle comunità in lotta e il lugubre uomo della provvidenza

di Guido Viale

La giornata dell’8 dicembre ha messo in luce l’essenziale. A Roma, l’autocandidatura di Salvini a «Uomo della provvidenza» («dio e popolo!» All’occorrenza sostituiti da rosario e pasta al ragù); ma anche a padre – anzi, papà – e padrone del paese; e a capo, con felpa d’ordinanza, della Polizia di Stato: a sancire la coincidenza tra governo e partito e tra partito e corpi repressivi dello Stato.

Il tutto nel nome di «Prima gli italiani!»: non sfruttati contro sfruttatori, oppressi contro oppressori, poveri contro ricchi; ma tutti insieme contro i più miseri della Terra: i migranti costretti ad affrontare umiliazioni, torture, rapine, naufragi e morte per cercare di sopravvivere o di procurarsi un futuro sempre più difficile.

Ma nello sproloquio di Salvini i migranti sono passati in second’ordine, essendo ormai stato non solo «sdoganato», ma promosso e non più in discussione il diritto di chiunque, sindaco o semplice cittadino, di insultare, aggredire e umiliare chi ha bisogno di aiuto. Ora l’avversario di riferimento è l’Europa: da cui Salvini pretende «rispetto» promettendo che sarà lui, con la sua voce grossa, a farci rispettare.

Luigi De Magistris, beni comuni e opposizione al potere: prove pratiche di una nuova forza

di Loris Campetti

“Questo è il governo più di destra dell’Italia repubblicana”. Così la pensa il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, un uomo carismatico che ha dato troppo fastidio al potere come magistrato e continua a darne da sindaco di una delle città più belle e difficili d’Italia, l’unica realtà importante in cui viene rispettato l’esito di un referendum vinto con un plebiscito dal movimento dei beni comuni: l’acqua nella città partenopea è pubblica.

Il massimo della fedeltà alla Costituzione antifascista, è la linea di De Magistris, ma al tempo stesso disobbedienza civile contro leggi ingiuste come quella imposta da Salvini e ingoiata dal M5S “sulla sicurezza”. Una legge razzista che contraddice i dettami della legge fondamentale dello Stato, cosicché la disobbedienza è costituzionale. Il nuovo Masaniello, pur figlio della nobiltà napoletana, invita gli eroi delle navi della salvezza che solcano il Mediterraneo per raccogliere vite umane a “venire nel nostro porto, andrò io con le barche dei pescatori a raccogliere i naufraghi e vedremo se Salvini ci sparerà addosso”.

Nel buio politico italiano De Magistris lancia l’idea di un clic per accendere un lumino che dovrebbe diventare una luminaria capace di rendere visibili le mille esperienze democratiche che combattono la cultura dell’odio e della violenza, dai paesini dell’Aspromonte alle montagne friulane. Un compito ancor più difficile e ambizioso del governo di Napoli.

Tra piazza Fontana (1969) e la strage di Natale (1984): ciò che Pasolini aveva previsto, anzi sapeva

Questo testo è stato pubblicato in vista dell’anniversario della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Si lega al famoso articolo di Pier Paolo Pasolini “Io so” e lo riproponiamo qui, a cavallo tra il ricordo della bomba esplosa a Milano alla Banca Nazionale dell’Agricoltura e la strage di Natale, avvenuta a San Benedetto Val di Sambro, a poca distanza da Bologna, il 23 dicembre 1984.

di Daniele Barbieri

È di nuovo 12 dicembre: dal 1969 a oggi la strage di piazza Fontana – e non è l’unica – rimane impunita. Questo articolo di Pasolini uscì il 14 novembre 1974 sul «Corriere della sera». Fu uno choc. Ma anche a rileggerlo dopo tanti anni lo choc resta e per certi versi è persino più grande. Dal 1974 a oggi moltissimo in Italia è cambiato: per esempio anche i giudici non compromessi oggi sanno (perché hanno cercato e trovato le prove) chi ha messo le bombe in piazza Fontana e i nomi degli esecutori e di alcuni dei “capi” dietro le altre stragi e i tentativi di golpe; eppure non sono riusciti a condannarne uno.

Altre notizie – sulla mano “americana” dietro lo stragismo, come Pasolini ripeteva più volte in quell’articolo – sono uscite confermate dai documenti statunitensi decodificati (cioè non più segreti): ma i media e la “classe dirigente” fingono di non averli letti. Due clamorose conferme all’«io so» di Pasolini dunque ma anche a un passaggio decisivo (che viene spesso omesso quando lo si cita) di questo articolo: «Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia».

Karl Marx impigliato nel futuro

di Benedetto Vecchi

Due secoli separano il presente dall’anno di nascita di Karl Marx. In termini di anni (duecento), l’immagine evocata è quella di un uomo e di un’opera di altri tempi, ottocentesca. Eppure la sua critica all’economia politica, la sua antropologia filosofica, la sua militanza politica hanno condizionato gran parte del Novecento. Era quindi prevedibile che studiosi – marxisti e non solo – facessero i conti con la sua eredità teorica. Molte sono state le pubblicazioni dedicate al Moro. Difficile individuarne contorni netti, tuttavia. Ne esce semmai una costellazione tematica, talvolta sfuggente.

In primo luogo, emergono quelli che David Harvey ha chiamato i «punti di stress» dell’opera marxiana. La teoria del valore lavoro, la distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo, la definizione della necessità di una organizzazione politica che valorizzasse l’autonomia della classe operaia. La polarità tra una tendenza globale del capitale (la formazione di un mercato mondiale, o per usare una espressione di Etienne Balibar di «capitalismo assoluto») e una «nazionalizzazione» della base economica del capitalismo stesso.

Stefano Palombarini: “I gilets jaunes costituiscono una coalizione piuttosto inedita”

di Lionel Venturini. Traduzione di Leonarda Martino

La crisi è ormai politica, e l’insurrezione dei “gilets jaunes” pone delle domande sulla sua capacità di durare. Per Stefano Palombarini, autore con Bruno Amabile de “L’illusion du bloc bourgeois” [1] la crisi politica francese non è legata a lotte d’apparato o personali ma alla difficoltà di formare un nuovo blocco dominante. Perché Macron, eletto aggregando le classi medie attorno alla borghesia, vede restringersi sempre di più la sua base sociale.

Quello dei “gilets jaunes” è un movimento composito. Come spiega il fatto che non si disintegri?

SP Il sondaggio Ifop [Institut français d’opinion publique] sulla natura del sostegno ai “gilets jaunes” fa apparire tre categorie che supportano il movimento: gli impiegati (63%), gli operai (59%) e i lavoratori autonomi (62%, auto-imprenditori, commercianti, artigiani). Questa coalizione sociale è piuttosto inedita in Francia. A colpire, nella lista delle rivendicazioni inviata ai media, è che tutti gli interventi reclamati si indirizzano al governo, non ai datori di lavoro. La sola rivendicazione salariale è la SMIC [2] che è fissata dal governo, con la richiesta di portarla a 1300 Euro, vale a dire 150 Euro più di oggi, cosa molto ragionevole. Quanto al potere d’acquisto, il nocciolo delle rivendicazioni è una riduzione delle imposte. È precisamente l’abbandono delle rivendicazioni salariali tradizionali a permettere l’unificazione del movimento tra categorie che altrimenti non riuscirebbero ad accordarsi tra loro.

Teatro dell’Elfo: una squadra vincente che ha quasi mezzo secolo

di Silvia Napoli

Che al Teatro dell’Elfo, ci si diverta ancora, nonostante il quasi mezzo secolo di vita della compagnia, oggi impresa sociale, accresciuta in dimensioni, responsabilità e funzioni, pare un dato indiscutibile. Ci si diverte in quel senso peculiare di rilanciare e riqualificare qualsiasi situazione si abiti, innovando, includendo, estendendo, sperimentando, tuttavia fedeli a una cifra stilistica ben riconoscibile e a una squadra che vince spesso (probabilmente sua l’aggiudicatura dell’UBU per la categoria spettacolo dell’anno 2018, con Afghanistan-Il Grande gioco-enduring Freedom) e dunque non si cambia. Al massimo in seno al nucleo fondativo si può verificare una separazione consensuale come fu negli anni Ottanta rispetto a Gabriele Salvatores, che si scoprì una vocazione di cineasta.

L’humus fecondo, a dispetto delle lamentose e ingenerose riletture storiche che affliggono la Cultura del nostro Paese, è quello della Milano sessantottina, già capitale morale e produttiva d’Italia, anche europea prima dell’Europa dell’euro e prima degli anni dell’economia drogata, bevuta e divorata che sappiamo.