Non c’è il Pci alle origine di questa revisione del bicameralismo

Partito comunista italiano

di Nadia Urbinati

Discutiamo nel merito – parliamo della proposta Renzi-Boschi e cerchiamo, per fare opera esplicativa e non propagandistica, di spiegare quel che i sostenitori del sì non dicono o dicono male. La più sonora manipolazione riguarda il Senato, ovvero la sua presunta abolizione e poi la ricerca delle radici di questa proposta nel PCI e in particolare nei suoi massimi dirigenti, Enrico Berlinguer e Pietro Ingrao.

Dicono i difensori del sì che il Senato verrà eliminato e finalmente si istituirà il monocameralismo, come voleva la sinistra. Ma ciò è falso o non vero. Prima di tutto: il Senato non verrà eliminato ma cambiato nella composizione, nella legittimazione e nella funzione -sarà formato da Senatori nominati con elezione indiretta e tra le sue funzioni avrà anche quella di intervenire sulle norme costituzionali.

Senza legittimità democratica diretta (senza essere eletto dai cittadini) potrà intervenire direttamente sulla Norma più importante, mentre potrà intervenire solo indirettamente sulle leggi ordinarie. Avrà molto potere su decisioni costituzionali pur non avendo investitura diretta; e avrà poco o meno potere su decisioni ordinarie -a dimostrazione del fatto che il valore prioritario non è la Costituzione ma il governo.

E veniamo alla “storia”. Dicono i sostenitori del sì che la Renzi-Boschi realizza il sogno dei comunisti e di altri Padri costituenti: un Parlamento monocamerale. Questa affermazione necessita un’attenta spiegazione, storica e teorico-politica.

Israele: un altro colpo fatale alla democrazia

Il generale Ya'ir Golan

Il generale Ya'ir Golan

di Uri Avnery, 21 maggio 2016, Gush Shalom, traduzione di Cristiana Cavagna

“Per favore, non scrivere di Ya’ir Golan!” mi ha pregato un amico. “Qualunque cosa scriva uno di sinistra come te non farà che danneggiarlo!” Così per alcune settimane ho evitato di farlo. Ma non posso tacere oltre.

Il generale Ya’ir Golan, vice Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano, ha tenuto un discorso in occasione del Giorno della Memoria dell’Olocausto. Indossando la sua uniforme, ha letto un testo preparato in anticipo e ben ponderato, che ha provocato uno scalpore non ancora sopito.

Decine di articoli sono stati pubblicati su di lui, alcuni di condanna, altri di lode. A quanto pare, nessuno ha potuto rimanere indifferente. La frase principale è stata: “Se qualcosa mi terrorizza della memoria dell’Olocausto, è la consapevolezza dei terribili sviluppi verificatisi in generale in Europa, e particolarmente in Germania, 70, 80, 90 anni fa, e il ritrovarne traccia qui in mezzo a noi, oggi, nel 2016.”

Il virtuoso segreto di una finanza etica

Economia-reale-finanza-etica

di Sbilanciamoci.info

In termini di patrimonio, nel 2009 Banca Etica era in posizione 414 tra le banche italiane. Cinque anni dopo, nel 2014, aveva “scalato” oltre 200 posizioni per arrivare alla 213. Guardando al risultato di gestione si passa dalla posizione 487 alla 136; 351 posizioni in più nella classifica delle banche italiane in soli 5 anni. Risultati simili per tutti gli indicatori: dai mezzi amministrati alla raccolta diretta, al totale dell’attivo ad altri ancora.

Alcuni sono particolarmente rivelatori: in termini di impieghi, ovvero di quanto presta, in 5 anni Banca Etica è passata dalla posizione 308 alla 173. Merito suo o demerito delle altre banche? Verrebbe da dire entrambi. Risultati ottimi della gestione degli ultimi anni in Banca Etica, a cui fa da contraltare il disastro di una parte rilevante del nostro sistema bancario. Oltre un secolo fa Mark Twain scriveva che “un banchiere è un tizio che ti presta l’ombrello quando c’è il sole, e lo vuole indietro appena inizia a piovere”. In termini tecnici, si parla di comportamento pro-ciclico: le banche prestano troppo nei momenti di boom economico, e troppo poco quando le cose vanno male. Un fenomeno che amplifica tanto le bolle quanto le recessioni.

Fin troppo facile riconoscere questo comportamento nelle banche italiane, che fino allo scoppio della crisi hanno prestato spesso “allegramente”, soprattutto agli amici degli amici e finanziando cattedrali nel deserto. Allo scoppio della crisi ecco il cosiddetto credit crunch, si chiudono i cordoni della borsa amplificando le difficoltà per imprese e famiglie. Difficoltà che si traducono in maggiori sofferenze per le banche, che tendono quindi a prestare ancora di meno, in una spirale che si auto-alimenta.

Scienza e arte: luoghi del pensiero che si incontrano nell’opera del pittore Lucio Saffaro

Il fisico, poeta e pittore Lucio Saffaro

Il fisico, poeta e pittore Lucio Saffaro

di Massimo Corsini

Verrebbe da domandarsi se l’arte non sia in grado di dire qualcosa che i numeri non possono comunicare. Oppure è forse il contrario? A ben vedere, quella scientifica e quella artistica evidentemente sono solo in apparenza due pulsioni antitetiche, come testimonia la vicenda creativa e intellettuale del pittore Lucio Saffaro, il cui catalogo ragionato, realizzato grazie al ritrovamento nella sua casa di due diari illustrati, viene presentato oggi, mercoledì 25 maggio, alle ore 17,30 nella splendida cornice della biblioteca bolognese di San Giorgio in Poggiale, in via Nazario Sauro.

A presentare l’evento, promosso dalla Fondazione Lucio Saffaro, saranno la curatrice in primis del catalogo, Gisella Vismara, studiosa tra i massimi esperti in Italia dell’artista, insieme ad altri illustri addetti ai lavori del calibro di Flavio Caroli, Claudio Cerritelli, autore di un saggio critico del catalogo, e Michele Emmer. E l’attualità della ricerca dell’artista, nato a Trieste nel 1929 e morto a Bologna nel 1998, fisico di formazione, pittore, ma anche poeta e scrittore, sta tutta nella tensione di quelli che sono per lui i due luoghi del pensiero per eccellenza: arte e misura.

“I temi affrontati da Saffaro – spiega Gisella Vismara – sono la tristezza, la solitudine, la malinconia, la ricerca dell’essere, la sua in fondo è una ricerca ontologica”. C’è l’uomo e l’universo dunque al centro, ma indagato attraverso la realizzazione di forme geometriche al limite del paradossale e di prospettive improbabili.

La paura è figlia dell’ignoranza. Il caso Austria / 2

Elezioni in Austria

Elezioni in Austria

di Rita Monaldi e Francesco Sorti

(Prima parte. Nota preliminare:
alle presidenziali il verde Van der Bellen vince per un soffio con il 50,3% contro l’ultranazionalista Norbert Hofer. Questo articolo serve anche per capire come si è quasi arrivati alla vittoria del candidato di estrema destra, mancata solo per 31 mila voti).
Fattore da non dimenticare: dal 2007 in Austria si vota già all’età di 16 anni. Osserviamo un po’ quale preparazione è prevista, per questi neo elettori, dal sistema scolastico vigente. Anzitutto il corpo docente. È lecito e normale, perfino nei ginnasi, che un laureato in educazione fisica abbia due o tre cattedre: oltre che della sua disciplina, anche di tedesco, storia, inglese, francese, matematica, informatica, biologia, musica, chimica eccetera. Si può immaginare con quale competenza.

In Germania deve regnare una situazione analoga: in una collana di testi (peraltro alquanto sintetici) di storia della letteratura tedesca per medie e licei ci è capitato di leggere un avviso che tranquillizza i professori ignoranti: “Questo libro è adatto anche a docenti non esperti della materia”. Se in Austria il professore è impreparato e/o pigro (e succede), non si può fare nulla: il preside non ha poteri sulla didattica e neppure i genitori. La cultura del dialogo scuola/famiglia che noi italiani abbiamo sviluppato a partire dai decreti delegati degli anni ’70 è quasi del tutto sconosciuta.

Cercare di conoscere le verità nascoste di Bologna: non solo per la campagna elettorale

di Silvia Lolli, candidata alla presidenza quartiere Borgo e Reno per Coalizione civica Bologna, grafica di Antonio Bonomi

Il primo incontro di informazione aperto alla cittadinanza organizzato dalla lista Coalizione Civica del quartiere Borgo e Reno si è svolto all’Auditorium del Centro Bacchelli mercoledì 11 maggio 2016. Il 31 maggio alle 20,30 nello stesso luogo, si avrà l’incontro su: “Jobs act e il lavoro nello sport” invitati: Guido Martinelli, esperto di diritto sportivo, Piergiovanni Alleva consigliere regionale AeR e il candidato sindaco di Coalizione Civica Federico Martelloni.

L’11 maggio si è avuta l’occasione per conoscere la situazione della mobilità a Bologna, con le possibilità storiche a fianco di scelte attuali spesso sbagliate e solo diseconomiche. Coalizione Civica cerca di raccogliere tutte le informazioni più precise sulla mobilità integrata della città metropolitana e anche se i cittadini del quartiere non erano presenti non ci poteva essere incontro più costruttivo: la partecipazione attiva è sempre più difficile nella nostra città e sarà uno dei punti fondamentali del programma.

In attesa del prossimo incontro cittadino del 27 maggio sull’urbanistica siamo partiti dal quartiere Borgo e Reno per parlare di mobilità, perché, come si vede anche dalla carta topografica qui allegata e concessa dall’Arch. Antonio Bonomi (nel video di apertura), il quartiere ospita due importanti stazioni una storica, Borgo Panigale ed una più nuova, Casteldebole. Questi luoghi potrebbero diventare nodi strategici importantissimi del sistema di mobilità della città metropolitana, molto più di quello che già rappresentano ora.

Sono stati invitati a discutere dell’argomento, perché esperti, i candidati al consiglio comunale per Coalizione Civica: Mariangiola Gallingani, Federica Salsi, Lorenzo Alberghini. Purtroppo Vincenzo Fanari, per ragioni lavorative (Tper) non ha potuto dare il suo contributo; peccato perché poteva ulteriormente ampliare le informazioni e colmare il vuoto che ha lasciato Tper, dopo che avevamo invitato un suo esperto.

Oltre ad alcuni candidati della lista di quartiere, Michele Catalano, Sergio Caserta, Alice Lenzi, Adamo Raffaini e la simpatizzante Irene Tommasi, è intervenuto l’architetto Antonio Bonomi che, oltre a consegnarci materiale importante per le nostre liste, ci ha spiegato la storia della SFM (Servizio Ferroviario Metropolitano) e i contenuti del suo progetto innovativo di utilizzazione della tangenziale e dell’autostrada.

Si tratta di un’idea che ha affinato da anni e presentato da parte dell’AeR e del Movimento 5 stelle in Regione il 27 aprile 2015: “No alle grandi opere inutili in Emilia Romagna. La resistenza nei territori e nelle istituzioni”. Proposta che non ha avuto alcun cenno di riscontro da parte dell’istituzione regionale e neppure l’attuale amministrazione comunale e metropolitana ha avuto interesse a conoscerla.

Del resto, come ci ha spiegato bene Federica Salsi, consigliera uscente del consiglio comunale (ora indipendente, già ex 5 stelle ed oggi appunto candidata per Coalizione Civica) anche le sue richieste di udienze conoscitive e di interrogazioni al consiglio su questi temi non sono mai state prese in considerazione. Comune e Regione si sono rivelate istituzioni che diventano un muro di gomma quando gruppi attivi di cittadini, oppure consiglieri di minoranza provano a offrire una gratuita consulenza che renda gli investimenti pubblici, più efficaci, efficienti ed economici.

Il problema di avere voce, cioè di poter discutere di temi politici in modo ampio, con sapienza e conoscenza, è sempre più difficile a Bologna. Via via i cittadini sono considerati solo quando fanno parte degli “yes men”, del resto anche i tavoli di partecipazione, ma anche le basi finora scritte per la nuova città metropolitana, non sembrano discostarsi da questi modi di condurre la città.

È inutile dire che i tavoli di partecipazione sono aperti e i cittadini possono esprimersi e dare un contributo, perché da anni non sono incontri conformati al veri open Space Technology, ma subiscono logiche di decisioni già avvenute in altri luoghi. Ci sono poi scelte per le quali i cittadini non hanno voce in capitolo e ne avranno sempre meno con la nuova città metropolitana nella quale, se non si metterà mano subito allo Statuto e a delibere fatte in questi ultimi due mesi (.), come le scelte sulla mobilità o l’urbanistica.

Dunque prima di addentrarci sulle questioni più tecniche dobbiamo sapere che oggi a Bologna si rileva l’impossibilità di dare spazio a informazioni non in sintonia con quelle del partito al potere, cioè con i gruppi dominanti della città di Bologna. E’ anche un problema giornalistico, ma soprattutto istituzionale e in questa campagna elettorale sta emergendo sempre di più.

Coalizione Civica dovrà emergere da questa palude della politica bolognese; per esempio da semplice cittadina mi piacerebbe conoscere quanto del lavoro degli assessorati (o almeno di alcuni di essi) è stato fatto solo per dare lustro alle persone e meno alla città; in altre parole: quanto è la spesa pubblica per eventi legati ad inaugurazioni, presenze in vari luoghi ed associazioni, presentazioni della città metropolitana, incontri anche pubblici, ma sempre con i soliti volti e la coda dei giornalisti al servizio solo loro?

Si ha spesso l’impressione che questa giunta abbia operato per lo più per incensare se stessa, finalizzando molte risorse pubbliche ad eventi che poco hanno portato alla cittadinanza, non ci sembra poi di rilevare troppi investimenti pubblici produttivi per il futuro, perché conoscendo l’argomento il People Mover ha tutte le caratteristiche di un fallimento. Una politica di basso cabotaggio, attenta solo a non scontentare ed aiutare i vari poteri costituiti; politica continuamente glorificata dai mass media cittadini. Quante voci contrarie si sentono oggi? Pochissime, anche la campagna elettorale televisiva permette un numero di minutaggi in base al numero dei consiglieri uscenti del vecchio consiglio comunale. Ma dov’è Bologna? La Bologna che conoscevo?

L’iniziativa dell’11 maggio al centro Bacchelli ha iniziato a ricercarla, cambiando almeno il senso dell’informazione: non far conoscere soltanto la facciata delle cose, quella che sembra tutta rosea e nascondere gli sbagli, ma cercare la trasparenza in tutti gli aspetti del problema. Sotto alla crosta stanno molti problemi che dovremmo affrontare a breve.

Per esempio non si può solo dire che lo Stato centrale negli ultimi anni ha trasferito ai comuni sempre meno risorse economiche, quindi Bologna è stata costretta a vendere un po’ del suo patrimonio pubblico, a costituire istituzioni di privato sociale (o privato?) per molti suoi servizi fondamentali (socio-assistenziali, scolastici…), occorre anche sapere come si spendono i danari pubblici. Per esempio l’acquisto della piscina dello Sterlino, per far fronte ad un acquisto, fra l’altro sovra prezzo fra CONI e CUS, può essere citato come un elemento probante di questa insipienza della politica attuale.

Il tema mobilità ci fa vedere bene quanto sperpero si può fare del danaro pubblico, senza avere un sistema trasportistico a livelli europei, come i bolognesi pensavano ed auspicavano, perché così erano abituati.

Anche politicamente si possono rilevare contraddizioni nella scelta degli interventi che sono stati soprattutto, in questi ultimi cinque anni, appannaggio del centro di Bologna e meno delle periferie: piste ciclabili che nelle periferie sono interrotte da anni e che non consentono su strade ad alto flusso di avere una mobilità lineare, ma solo labirintica. Idee sul trasporto pubblico ferme ad una città di vent’anni fa, senza le nuove urbanizzazioni e appunto con il SFM lasciato sempre come elemento secondario nell’investimento pubblico.

Macché efficienza e risparmi: 10 no alla riforma da mercato delle pulci

Referendum - Comitato per il no

Referendum - Comitato per il no

di Gianfranco Pasquino

Pubblichiamo ampi stralci dell’appello per il No al referendum costituzionale di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, già sottoscritto da Carlo Galli, Marco Valbruzzi e Maurizio Viroli.

1. Il NO non significa immobilismo costituzionale, opposizione a qualsiasi riforma della Costituzione che sicuramente è un’ottima Costituzione. Ha obbligato con successo tutti gli attori politici a rispettarla. Ha fatto cambiare sia i comunisti sia i fascisti. Ha resistito alle spallate berlusconiane. Ha accompagnato la crescita dell’Italia da Paese sconfitto, povero e semi-analfabeta a una delle 8 potenze industriali del mondo. Non pochi esponenti del NO hanno combattuto molte battaglie riformiste e alcune le hanno vinte (legge elettorale, legge sui sindaci, abolizione di ministeri, eliminazione del finanziamento statale dei partiti)… Desiderano riforme migliori e le hanno formulate. Le riforme del governo sono sbagliate nel metodo e nel merito… fatte con accordi sottobanco, presentate come ultima spiaggia, imposte con ricatti, confuse e pasticciate…

2. No, non è vero che la riforma del Senato nasce dalla necessità di velocizzare il procedimento di approvazione delle leggi… Nasce con una motivazione che accarezza l’antipolitica, “risparmiare soldi” (ma non sarà così che in minima parte) e perché il Porcellum ha prodotto due volte un Senato ingovernabile. Era sufficiente cambiarlo in meglio, non in un Porcellinum… Il bicameralismo italiano ha sempre prodotto molte leggi, più dei bicameralismi differenziati di Germania e Gran Bretagna, più della Francia semipresidenziale e della Svezia monocamerale. Praticamente tutti i governi italiani sono sempre riusciti ad avere le leggi che volevano… No, non è vero che il Senato era responsabile dei ritardi e delle lungaggini… Napolitano, deputato di lungo corso, presidente della Camera e poi senatore a vita, dovrebbe saperlo meglio di altri. Piuttosto, il luogo dell’intoppo era proprio la Camera. Ritardi e lungaggini continueranno sia per le doppie letture eventuali sia per le prevedibili tensioni fra senatori che vorranno affermare il loro ruolo… e deputati che vorranno imporre il loro volere di rappresentanti del popolo, ancorché nominati dai capipartito.

Catastrofe Jobs Act: senza incentivi crolla l’occupazione e nel 2016 più voucher per tutti

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di Roberto Ciccarelli

L’unico successo che il governo Renzi ha raggiunto con il Jobs Act è la legalizzazione del caporalato postmoderno: il voucher, il lavoro-spazzatura che si compra con lo scontrino in tabaccheria. Lo confermano i dati dell’osservatorio sul precariato dell’Inps: tagliati del 40% gli sgravi contributivi alle imprese, il saldo è crollato del 77% rispetto al 2015 ed è più basso del 2014. Nel primo trimestre del 2016 i contratti a tempo indeterminato sono crollati del 33 per cento: 51mila unità, contro i 225mila di un anno fa. Dunque 162 mila in meno, proprio nell’anno dei contributi più alti.

Nei primi tre mesi del 2016 le trasformazioni dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato sono crollati del 31%: meno 53.339 contratti. Nel 2014, quando lo stato italiano non aveva ancora iniziato a regalare al capitale privato tra i 14 e i 22 miliardi di euro, era di -42.527. La droga monetaria non è servita nemmeno a creare più occupazione rispetto all’anno peggiore della crisi: il 2014: allora il 36,2% dei contratti era a tempo indeterminato, oggi solo il 33,2% dei nuovi contratti è a tempo indeterminato.


Gli incentivi non sono serviti a nulla: nel 2016 i nuovi rapporti di lavoro sono inferiori al 2014

Montanari: “Così il governo Renzi uccide la cultura”

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di Giacomo Russo Spena

“La storia italiana insegna che ogni volta che riduciamo al silenzio le competenze tecniche, condanniamo a morte un pezzo di patrimonio. Quando faremo la conta dei disastri sarà tardi. Sandro Bondi ha dimezzato d’un colpo il finanziamento del patrimonio: una cosa mostruosa. Ma le leggi di Franceschini rischiano di fare infinitamente più danni”. Secondo Tomaso Montanari, illustre storico dell’arte e professore universitario, la situazione è grave. Molto grave. I nostri gioielli artistici sarebbero a rischio.

E il governo Renzi sta peggiorando le cose. Per questo è tra gli organizzatori della mobilitazione del prossimo 7 maggio “È emergenza cultura”. Una manifestazione promossa da un coordinamento composto da varie associazioni, sindacati confederali e poi singoli archeologi, architetti, bibliotecari, archivisti, precari, studenti e semplici cittadini. Tra le adesioni spiccano le personalità di Salvatore Settis e Massimo Bray.

Nel manifesto di lancio della manifestazione si chiede al governo Renzi di sospendere l’attuazione dello Sblocca Italia e della Legge Madia. Ci può spiegare meglio?

Chiediamo di fermare la corsa al consumo del territorio. Di non vedere come un nemico chi difende il paesaggio, il mare, il patrimonio artistico. Di creare vero lavoro, non assunzioni spot una tantum. Il motto dello Sblocca Italia è ‘padroni in casa propria’: noi crediamo invece che dobbiamo essere custodi. La Legge Madia sottopone le soprintendenze ai prefetti, cioè direttamente al governo: ma se in passato ci fossimo regolati così, oggi l’Italia sarebbe un’unica colata di cemento.

La legge sulle unioni civili è storica ma è già vecchia

Unioni civili - Foto di Francesca Corona

Unioni civili - Foto di Francesca Corona

di Andrea Maccarrone

L’11 maggio la Camera ha definitivamente approvato la legge sulle Unioni Civili per le coppie omosessuali. Un passaggio senza dubbio storico perché rompe un tabù, fatto di speranza più volte deluse, promesse non mantenute, negazione e insulti, resistito oltre 30 anni. E cosa più importante questa legge finalmente riconosce un pezzo di realtà sociale, riconosce dei diritti e quindi cambia in meglio la qualità della vita di tante persone che la aspettavano.

Nonostante ciò non si riesce a gioire pienamente di una norma che nasce già vecchia (il modello tedesco che la ispira è vecchio di 15 anni) e soprattutto concede diritti al caro prezzo della dignità e negando la piena uguaglianza.

Questa norma colma solo a metà il grande ritardo rispetto alla società, dove sì è ormai compiuta una vera e propria rivoluzione e dove le coppie omosessuali, con o senza figli, sono riconosciute pienamente come famiglie, cosa che ancora una volta questa legge prova a negare in maniera subdola. Con la famosa definizione di “formazione sociale specifica” che ancora le unioni civili all’articolo 2 della costituzione e non al 29 che parla di famiglia appunto, espungendo dal testo quasi ogni riferimento alla vita familiare, negando la possibilità di adozione e la stepchild adoption e con quell’altra previsione quasi ridicola guardando alla sensibilità contemporanea, che è la cancellazione solo per unioni civili dell’obbligo di fedeltà, nel tentativo di evidenziare una maggiore promiscuità e precarietà di queste unioni rispetto a quelle etero “santificate” dal matrimonio.