Bologna, la follia al governo: testa-coda in Piazza San Francesco

di Fausto Tomei, consigliere Quartiere Porto-Saragozza

Uno dei nuovi arredi di Piazza San Francesco è stato colpito (e rattoppato in modo orribile) da un’auto che ha fatto un testa coda. Ora, è possibile fare un testa coda (e non vedersi ritirata a vita la patente) in un’area ad ‘alta pedonalità’? È possibile che a lavori finiti non sia stata ancora fatta la delibera che ne sancisce la semi-pedonalità, i 10 km/h, chi può entrare o meno nella piazza, le telecamere di controllo?

È possibile che non siano state organizzate le necessarie cure e pulizie di Hera sui nuovi arredi, come avviene nelle altre piazze del centro storico? Arredi che ricordo a tutti non hanno un fine estetico (la meraviglia della basilica è più che sufficiente a questo), ma urbanistico: aprire il sagrato che prima era assediato dalle macchine, stringere l’area carrabile, evidenziare che la piazza è uno spazio aperto in cui nessuno è padrone della strada, ma tutti sono ospiti: pedoni, ciclisti, mezzi dei residenti.

Chi vuole fare fallire questo progetto nell’incuria e nei ritardi? Perché io mi sono un poco rotto le scatole che qualcuno giochi a far saltare un progetto che ha richiesto anni, che è costato anche troppo e che rivendico con forza, avendoci lavorato in prima persona.

Esistono ancora diritti umani universali?

di Lorenzo Guadagnucci

L’immagine del cadavere di Aylan Kurdi, il bimbo di tre anni con la maglietta rossa riverso sulla spiaggia turca di Bodrum, nel settembre 2015 diede uno scossone all’opinione pubblica europea, diventando una foto-simbolo di questi anni. È uno scatto che racconta la tragedia dei profughi e dei migranti, e mette a nudo la crisi profonda delle democrazie europee, che assistono inerti da molti anni alla morte di migliaia e migliaia di Aylan, asserendo di vivere una “emergenza immigrazione” all’interno dei singoli Paesi, ben più importante – evidentemente – della sorte dei tanti profughi e migranti che annegano nel Mediterraneo.

Un’altra foto, nelle settimane scorse, ha fatto capolina nei media, richiamando fortemente la vicenda di Aylan. Stavolta la maglietta è gialla e la spiaggia è in estremo Oriente e lungo un fiume, ma sempre di un bimbo si tratta, di appena sedici mesi. Mohammed Shohayet è annegato insieme alla mamma, al fratellino di tre anni e a uno zio (il padre si è salvato) mentre tentava di attraversare il fiume Naf, che separa lo Stato di Rakhine, in Birmania, dal Bangladesh, verso il quale la famigliola era diretta. Gli Shohayet appartengono alla minoranza dei Rohingya, sottoposta da decenni in Birmania a forme di oppressione e violenza che sfiorano ormai il genocidio.

Se la foto di Aylan Kurdi scioccò molti europei mostrando un aspetto invisibile della cosiddetta emergenza immigrazione, l’immagine del piccolo Mohammed ha sortito un duplice effetto: ha dato un’eco più vasta alla tragica sorte del popolo Rohingya (di origine musulmana in un Paese a maggioranza buddista) e ha creato un corto circuito etico, culturale e politico per il silenzio e la responsabilità del governo birmano, guidato (come ministra degli Esteri ma leader di fatto) da una figura nota e celebrata quale paladina dei diritti umani, Aung San Suu Kyi, per decenni oppositrice del regime militare e premiata nel 1991 con il Nobel per la pace.

“Coglione, sei un coglione”, quando Alfredo Reichlin ci dirigeva all’Unità

di Rocco di Blasi

“Coglione, sei solo un coglione”: Alfredo Reichlin era in piedi davanti alla porta della sua stanza. Io ero a 60 metri più in là, appena uscito dall’ascensore. Il lunedì mattina, a Roma, era sacro perché c’era la “riunione grande”, quella che impostava idee per tutta la settimana. E così il c’erano sempre tutti i “santoni” del giornale, notisti politici e parlamentari come Giorgio Frasca Polara, Candiano Falaschi, Fausto Ibba, Enzo Roggi, una bella signora molto colta come Letizia Paolozzi; l’amabile Ugo Baduel, che tante ne aveva viste e tutto riusciva a sdrammatizzare.

Un gruppo di giovani molto valenti

E poi tutti i condirettori e redattori capo e un manipolo di giovani che lo stesso Reichlin aveva chiamato a raccolta. Valorizzato e messo in concorrenza tra loro: Caldarola, Cingolani, Adornato, Sansonetti, Capranica, Sergi, Cavallini, io stesso e tanti altri. Ma il coglione, quella mattina, ero io e me lo gridava nel corridoio davanti a tutti. Un’offesa bruciante.

Una voce dai toni inimitabili

Che avevo fatto? Qui dovreste sentirlo, perché la voce di Reichlin è unica (anche se non inimitabile, visto che abbiamo passato una vita a imitarlo. Sansonetti è quello che ci riesce meglio). La voce di Reichlin incazzato è ancora più esclusiva. “Sei stato a un convegno, hanno applaudito Ingrao per cinque minuti e tu non te ne sei nemmeno accorto. Neanche una riga. Ne-an-che u-na ri-ga co-glio-ne!”.

Il convegno era dei giovani comunisti. Che dei ragazzi applaudissero Ingrao per me era “naturale”. Probabilmente, in quel caso, avevo ragione io, ma passai una settimana da coglione. Anzi da co-glio-ne.

Amianto: più di cento diagnosi di mesotelioma in Emilia Romagna nel 2016

di Zic.it

Nel 2016, in Emilia-Romagna, l’elenco dei nuovi casi di mesotelioma maligno (tumore raro ma dalla riconosciuta correlazione con l’esposizione professionale o ambientale all’amianto) registra altre 113 diagnosi, anche se si tratta di un dato ancora parziale. A riferirlo è il Centro operativo regionale del Registro nazionale mesoteliomi, che precisa che il dato si riferisce alle persone residenti nella regione e non comprende quindi coloro che potrebbero avere contratto la malattia lavorando in Emilia-Romagna, per poi essersi successivamente trasferite altrove.

Con le 113 nuove diagnosi sale a quota 2.413 l’elenco dei casi censiti in regione a partire dall’1 gennaio 1996: 1.748 uomini e 665 donne. Dall’ente segnalano inoltre che la curva di incidenza del fenomeno pare stia cominciando a scendere, dopo il picco registrato nel triennio 2011-2013 con 154, 156 e di nuovo 154 nuovi casi. In ambito professionale, i casi di mesotelioma con esposizione all’amianto (classificata come certa, probabile o possibile) si concentrano soprattutto nell’edilizia (14,9%), nella costruzione e riparazione di materiali rotabili ferroviari (11,9%), nell’industria metalmeccanica (9,2%) e negli zuccherifici o in altre industrie alimentari (8,1%).

Sanità, i raggiri di Renzi per far fuori la salute pubblica

Sanità

di Ivan Cavicchi

Quello che Renzi intende fare per la sanità del futuro si può leggere nel suo documento per le primarie (Avanti, insieme) e precisamente al punto 6: “Prendersi cura delle persone”. Vi avverto non è una lettura semplice perché ambigua, paludata, ingannevole cioè è altra cosa da quello che si dice “parlar toscano” pane al pane e vino al vino. Si definisce “raggiro” il ricorso a artifici retorici per raggiungere uno scopo e “raggiratore” chi imbroglia mettendo in atto raggiri. I raggiri di Renzi sulla sanità… ma di che si tratta?

A parte dichiarare che, a proposito di welfare, si tratta di continuare quello che il governo ha fatto fino ad ora quindi di “completare il suo disegno”, il che, se si pensa ai tagli lineari, al de-finanziamento, alla defiscalizzazione degli oneri per le mutue ecc fa venire i brividi. Completare il disegno significa far fuori la sanità pubblica.

A parte promettere piani decennali per la non autosufficienza e i disabili, per il personale, per la formazione dei quali non è chiaro il meccanismo di finanziamento soprattutto se in ragione della continuità dell’azione di governo dovesse sussistere il criterio del “costo zero”.

A parte queste cose, il nodo centrale, quasi la parola chiave, della mozione di Renzi, è “protezione”. Con questo termine ci viene proposto di superare il diritto alla salute previsto dall’art 32 sostituendolo con una idea di tutela, cioè di difesa dai rischi della malattia, di chiaro stampo mutualistico. Esattamente come 100 anni fa.

Tre giorni a Roma per un’Europa unita e solidale

di Sbilanciamoci.info

In occasione dei sessanta anni dalla firma dei trattati di Roma ci riuniamo, consapevoli che, per salvare l’Europa dalla disintegrazione, dal disastro sociale ed ambientale, dalla regressione autoritaria, bisogna cambiarla.

Un grande patrimonio comune, fatto di conquiste e avanzamenti sul terreno dei diritti e della democrazia, si sta disperdendo insieme allo stato sociale, a speranze e ad aspettative. Negli ultimi anni, con trattati ingiusti, austerità, dominio della finanza, respingimenti, precarizzazione del lavoro, discriminazione di donne e giovani, anche in Europa sono cresciute a dismisura diseguaglianza e povertà.

Oggi siamo al bivio: fra la salvezza delle vite umane o quella della finanza e delle banche, la piena garanzia o la progressiva riduzione dei diritti universali, la pacifica convivenza o le guerre, la democrazia o le dittature. Crescono sfiducia, paure ed insicurezza sociale. Si moltiplicano razzismi, nazionalismi reazionari, muri, frontiere e fili spinati.

Un’altra Europa è necessaria, urgente e possibile e per costruirla dobbiamo agire. Denunciare le politiche che mettono a rischio la sua esistenza, esigere istituzioni democratiche sovranazionali effettivamente espressione di un mandato popolare e dotate di risorse adeguate, il rispetto dei diritti sanciti dalla Carta dei Diritti Fondamentali, difendere ciò che di buono si è costruito, proporre alternative, batterci per realizzarle, anche nel Mediterraneo e oltre i confini dell’Unione.

Come combattere i paradisi fiscali: indagine sui paradisi fiscali

di Thomas Piketty

Per chi ha a cuore i temi dell’ineguaglianza, della giustizia globale e del futuro della democrazia “La ricchezza nascosta delle nazioni” di Gabriel Zucman è una lettura fondamentale. Si tratta forse del miglior libro mai scritto sui paradisi fiscali e su quello che possiamo fare per contrastarli. Non è eccessivamente tecnico, si legge con piacere e raggiunge tre obiettivi in modo conciso ed efficace.

Prima di tutto ricostruisce l’affascinante storia dei paradisi fiscali: come sono nati nel periodo tra le due guerre, e come hanno via via assunto il ruolo essenziale che svolgono oggi. Fornisce inoltre la stima più completa e rigorosa mai proposta dell’entità finanziaria dei paradisi fiscali nell’attuale economia mondiale. Infine, soprattutto, suggerisce una linea di condotta precisa e realistica per cambiare le cose, cominciando con la creazione di un catasto mondiale dei patrimoni finanziari che registri i proprietari delle azioni e obbligazioni in circolazione.

I paradisi fiscali, e con loro l’opacità finanziaria, sono una delle principali forze trainanti alla base delle crescenti ineguaglianze economiche nel mondo e costituiscono una seria minaccia per le nostre società democratiche. Perché? Molto semplicemente perché le democrazie moderne si reggono su un contratto sociale fondamentale: tutti devono pagare le tasse su una base equa e trasparente per finanziare l’accesso a un gran numero di beni e servizi pubblici. Come è ovvio sussiste un margine di disaccordo su che cosa significhi imposizione «giusta» e «trasparente».

Porto Ferro e dintorni, un piano di utilizzo dei litorali da rivedere

di Stefano Deliperi

Il Comune di Sassari sta giustamente completando il quadro di pianificazione del suo territorio, uno dei più vasti d’Italia. Dopo il piano urbanistico comunale (P.U.C.), in vigore dal 2014 e contenente alcune scelte ben poco meditate, come quella dell’ipotesi di trasformazione edilizia della Campagna Bellieni, ora sostanzialmente scongiurata grazie al vincolo storico-culturale (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.), ora è la volta del piano particolareggiato del centro storico e del piano di utilizzo dei litorali a scopo ricreativo (P.U.L.), fondamentali strumenti urbanistici attuativi.

Il P.U.L. di Sassari è stato adottato con la con deliberazione Consiglio comunale n. 3 del 24 gennaio 2017 e prevede alcune scelte molto discutibili. Fra queste sicuramente la fruizione balneare “tradizionale”, cioè stabilimenti, chioschi, ombrelloni, come una qualsiasi “spiaggia urbana”, di Porto Ferro e della raccolta caletta di Lampianu – Rena Maiore.

Fra l’altro, pur interessando aree rientranti nella Rete Natura 2000 (S.I.C., Z.P.S.) con specifico piano di gestione, non risulta sottoposto preventivamente alla necessaria procedura di valutazione di incidenza ambientale (V.Inc.A.).

Il litorale e la spiaggia di Porto Ferro, con le sue tre Torri costiere del XVII secolo (Bantine Sale, Torre Negra, Torre Bianca), costituiscono un sistema costiero di rilevante importanza naturalistica ambientale e paesaggistica, con ambienti dunali e di macchia mediterranea di rara suggestione e bellezza. L’area è tutelata con specifico vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.) e con vincolo di conservazione integrale (della legge regionale n. 23/1993).

Teatro: ecco “Porcile”, il Pasolini “popolare” di Valerio Binasco

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

La messa in scena di Valerio Binasco si inserisce all’interno del rinnovato interesse per l’opera di Pasolini, in occasione del quarantesimo anniversario della sua tragica e violenta morte, avvenuta all’Idroscalo di Ostia, nella notte tra il 1° e 2 novembre del 1975. Lo spettacolo ha infatti visto il suo debutto in occasione del Festival di Spoleto, nell’estate del 2015.

Porcile è un dramma in versi, articolato in undici episodi, scritto da Pier Paolo Pasolini nel 1967. Da questo testo è stato tratto, nel 1969, l’omonimo film. Porcile, al pari delle altre opere teatrali scritte da Pasolini, è un cupo e desolato ritratto della borghesia capitalistica, mostrata nelle sue corruzioni morali e politiche e nel suo incessante trasformismo.

La storia si svolge in Germania, nell’estate del 1967, e si sviluppa su due piani. Il primo è incentrato sui tormenti interiori del venticinquenne Julien, il rampollo di una ricca famiglia di industriali, nel passato compromessa con il nazismo. Vive in una inspiegabile apatia ed accidia, è un figlio né obbediente, né rivoluzionario. Non si identifica nel mondo e nei valori dei genitori, ma non riesce a sentirsi coinvolto dai movimenti di contestazione dei giovani borghesi come lui (una forma diversa di conformismo).

Respinge il corteggiamene della giovanissima Ida, che lo invita inutilmente a partecipare alla marcia per la pace che si terrà a Berlino. Gli parla di un segreto inconfessabile (“Perché se tu mi vedessi un solo istante come sono in realtà / scapperesti terrorizzata a chiamare un dottore / se non addirittura un’ambulanza”). Gli dice che è innamorato, ma non di lei. Che mai l’oggetto di una passione amorosa è stato così infimo, e che quindi è costretto a viverla nel segreto. Che attraverso gli atti di questo amore segreto riesce ad immergersi con gioia e naturalezza nella vita, andando oltre ogni costrizione sociale o politica. Questa scintilla di vita pura Julian la trova nell’amore e nel sesso con i maiali del porcile paterno.

“Da noi si può fare”: intervista a Paolo Ermani

di Claudio Nappi

Paolo Ermani è un consulente energetico, scrittore, facilitatore, formatore e presidente dell’associazione Paea. È tra i fondatori del giornale web “Il Cambiamento” e di “Ufficio di Scollocamento”. Da venticinque anni si occupa di economie alternative. Si è formato e ha lavorato nei maggiori centri europei per le energie alternative. Insieme ad Andrea Strozzi ha scritto il libro “Solo la crisi ci può fermare”. Un’analisi appassionata di come l’attuale declino economico, sociale e religioso rappresenta, di fatto, l’imperdibile occasione per riscoprire noi stessi, il rapporto con gli altri e l’armonia con il nostro habitat.

Nel libro “Solo la crisi ci può salvare” lei e Andrea Strozzi parlate di come la società consumista porti alla disintegrazione della stessa. Il fine di riempire le città di singoli individui disuniti gli uni dagli altri è anche quello di portare alla perdita dei diritti conquistati negli ultimi cinquant’anni, cosa che sta avvenendo. Mettendosi nei panni del singolo individuo, un impiegato, un operaio o una casalinga, cosa possono fare oggi per contrastare questa tendenza della società e conquistare ognuno il suo cambiamento?

Se si accetta la società dell’individualismo, della competizione, della impossibile realizzazione di se stessi attraverso l’acquisto di qualche cosa, i diritti vanno a farsi benedire. Del resto se costantemente ci dicono che dobbiamo farci gli affari nostri nel vero senso della parola e competere con tutti, dove gli altri sono dei concorrenti, perché occuparsi dei diritti? Una società basata sulla competizione si scava la fossa con le sue mani. E così quanto conquistato a prezzo di grandi lotte, è sacrificato sull’altare del consumismo e del pensare ognuno per sé.