Paola, morta seccata dal sole e dalla fatica. Per 3 euro l’ora

di Giulio Cavalli

Confesso che la storia di Paola Clemente è una di quelle che mi sbriciolano il cuore. Sarà che in fondo per chi come me è cresciuto nell’are metropolitana milanese la parola “bracciante” è un suono che sembra provenire da un’altra epoca, da un altro pianeta o forse sarà che immaginare una donna (madre e moglie) che si secca sotto il sole per sgonfiarsi cadavere in mezzo ai pomodori è una storia che ha dentro tutti i peli peggiori: la dignità che si fa salsa, la schiavitù come resistenza ultima alla disperazione, il lavoro quando diventa annullamento della persona e il senso del dovere che si trasforma in giogo mortale.

Paola Clemente aveva 49 anni e lavorava dalle 5.30 fino alle tre del pomeriggio, qualche volta anche alle sei, per 27 euro al giorno. Quella busta paga è una lama che affetta un Paese intero. Nemmeno tre pezzi da dieci euro per rinsecchirsi sotto il sole che sale verticale: ma come li spieghiamo questi morti ai nostri figli? Che diciamo a Stefano, suo marito, e a tutti i sopravvissuti della sua famiglia?

Oggi sono finite in carcere sei persone: tre dipendenti di un’agenzia interinale di lavoro (avvoltoi sulle costole degli sfruttati) e gli altri anelli di una catena di comando che trasforma le persone in chili di prodotto raccolto e nient’altro. Eppure sei persone, basta poco a capirlo, non possono da sole costruire una giungla che stringe la gola a pezzi interi di Paese. Mentre scriviamo la servitù bene educata continua a macinare vittime; forse non muoiono, riescono a svenire sul letto a fine giornata aggrappati all’ultimo esile respiro ma hanno addosso le stigmate dell’ingiustizia.

Non ci sono solo le fake news: esistono anche le fake law

di Vincenzo Vita

Dalle fake news alle fake laws. Si tratta di leggi infarcite di cattive promesse e cariche di emotività emergenziale. Un caso di scuola è rappresentato dalla proposta (Atto Senato 2688, depositato lo scorso 7 febbraio) sottoscritta da diversi parlamentari “trasversali”, sotto la prima firma dell’esponente del gruppo “Ala” Adele Gambaro: “Disposizioni per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica”.

E’ un testo che oscilla, purtroppo, tra la ridondanza e il rischio di favorire la censura. Infatti, l’articolato si sovrappone a forme di reati -diffamazione, diffusione di notizie false e tendenziose – già ampiamente previste dai codici ma qui impropriamente dilatati. L’eccesso di zelo si trasforma, al di là delle intenzioni, in un bavaglio bello e buono.

Che significa, infatti, “destare pubblico allarme”? O “fuorviare settori dell’opinione pubblica”? Attenzione all’eterogenesi dei fini. Per contrastare campagne razziste, il bullismo, l’apologia del fascismo o simili trasgressioni la legislazione vigente è sufficiente. Va applicata, ovviamente. E qui si apre – se mai – l’annoso capitolo che riguarda le autorità vigilanti, cui si dovrebbero riferire oneri e onori del caso. Le logore grida manzoniane non colpiscono, come è noto, la vera criminalità, mentre costituiscono una sorta di intervento preventivo ai danni dei “normali” utenti e navigatori.

Scissione Pd: la tragica parabola di un partito destinato (e arrivato) allo sfascio

di Paolo Farinella

Manca un mese appena a primavera e già le mammole piddine fioriscono a gruppi di gemelli e solitari smarriti. Alcuni amici non mi salutano più perché da almeno tre anni pronostico lo sfascio del Pd non a causa di una maledizione divina, ma per aver venduto l’anima a Matteo Renzi, corpo estraneo alla storia del riformismo italiano e a quella propria della sinistra.

Buttandosi nell’acqua rancida del fonte battesimale della Leopolda, affascinato dal tacco 12 della ex ministra Maria Elena, poi divenuta Maria Banca Etruria, il Pd ha abiurato non solo le sue origini uliviste di stampo prodiano, ma anche quelle ancestrali di stampo degasperiano, berlingueriano e pertiniano. Renzi è nato, cresciuto e resta un’altra cosa, più in sintonia con Berlusconi con cui cominciò ad amoreggiare fin da sindaco di Firenze, andando di nascosto a Arcore per sentirsi dire: “Tu mi somigli” (07-12.2010). Lì iniziò la tessitura per espellere gli ex Pci, lasciando in auge solo gli immarcescibili dorotei.

Dopo sei anni, missione compiuta con la faccia oscena del baro spergiuro. Aveva giocato e puntato tutto su tre pilastri: la legge sul licenziamento, “il grande inganno” da lui furbescamente chiamata con un anglicismo indebito “Jobs act”, dalla Corte Costituzionale sottoposta in parti qualificanti a referendum.

Bologna: “Difendere Xm24”, scatta la serrata dei mercati bio lanciata da CampiAperti

di Zic.it

La città farà a meno per una settimana dei sei appuntamenti con i prodotti contadini di qualità e a filiera corta frequentati da centinaia di persone nei diversi quartieri. Lo ha deciso l’associazione CampiAperti per la Sovranità Alimentare, proclamando la serrata dal 27 febbraio al 3 marzo compresi “per protestare contro la decisione dell’amministrazione comunale di Bologna di non rinnovare la convenzione allo spazio sociale Xm24″, dove sabato 4 marzo, data già segnata sul calendario come “giornata dell’autogestione”, ci sarà “un grande mercato straordinario”.

Il Comune non sembra intenzionare a fare marcia indietro sull’ultimatum del 30 giugno comunicato alcune settimane fa, nonostante paia certo che se davvero il piano restasse quello di ricavarvi una caserma dagli spazi dell’ex Mercato, questi rischino di restare vuoti a lungo: lo ha certificato l’assessore all’urbanistica Valentina Orioli, spiegando ai microfoni di Radio Città del Capo che “il tema della caserma è in realtà complesso e necessita di tutta una serie di scelte e approvazioni che stanno un po’ sopra la nostra testa. Non si parla di settimane, nè di mesi”.

No tav: lotta alla patologia del pensiero unico

di Cristina Morini

Quando, all’inizio dell’estate dello scorso anno, il giornale locale La nuova di Venezia pubblicò la notizia della condanna di Roberta Chiroli per i contenuti della sua tesi di laurea sul movimento No Tav discussa all’Università Ca’ Foscari, fu con qualche smarrimento che cominciammo a raccogliere informazioni su quanto era successo.

Nel tempo, abbiamo imparato a conoscere bene i trattamenti che il potere riserva ai dissidenti, a chi ha il coraggio di opporsi ai dogmi e non smette di «dire la verità», a chi non si accontenta di come va il mondo: perseguitati, oltraggiati, messi al margine in ragione di idee e di un agire troppo distante da ciò che viene ufficialmente disposto.

Scomodi, da far sparire oppure da punire per fornire insegnamenti a tutti. Ma, nonostante questa consapevolezza, i due mesi di reclusione comminanti dal tribunale di Torino per una ricerca in antropologia, a partire da una richiesta di sei mesi avanzata dal Pubblico ministero, appaiono un’enormità. Il lavoro universitario di Chiroli viene utilizzato dai Pm come prova autoaccusatoria per «aver fornito un apprezzabile contenuto quanto meno morale» ad alcune pratiche di lotta in Val Susa (presidi e occupazioni dei terreni espropriati e dei cantieri per il passaggio dell’alta velocità).

1917-2017: cento anni fa la rivoluzione di febbraio, istantanee da due secoli

di Luca Mozzachiodi

Scrivo in una delle più alte ricorrenze che agli uomini sia dato ricordare, cento anni fa il 23 Febbraio (secondo il calendario giuliano) iniziava la rivoluzione che portò all’abbattimento della dinastia Romanov e alla fine dello zarismo. Fu infatti una rivoluzione con una veste, ma solo una veste, borghese, che reclamava la fine di una monarchia de facto autocratica e incapace di agire di concerto con un governo di facciata, inoltre richiedeva maggior tutela delle libertà di associazione e di espressione e un parlamentarismo sul modello di quelli dell’Europa Occidentale.

Queste grosso modo le richieste del governo provvisorio, che come noto cercò sì di fronteggiare il crescente disagio (simpatico eufemismo che designa oggi sulla pagina egualmente un sorriso imbarazzato e diciassette milioni di soldati di leva al fronte e quattro milioni di morti nonché un semicontinente ridotto alla fame), ma continuando la guerra, solo i comunisti e i socialrivoluzionari vedranno la pace come un obiettivo a tutti i costi per fermare una carneficina imperialista.

Ugualmente poco si adoperò per la riforma agraria, grande traguardo desiderato da un paese sconfinato e totalmente agricolo eccetto che per le città maggiori. Nella campagna russa la liberazione dalla servitù aveva rappresentato poco più che un miraggio e la distinzione tra servo e bracciante pagato era praticamente inesistente e certamente anche quella del contadino di villaggio non era una condizione di molto migliore, né migliore la terra dei villaggi, ovviamente, rispetto a quella delle grandi proprietà.

Ivan Cicconi, il mio amico, se n’è andato

di Sandra Amurri

Come sempre accade quando un amico caro, persona per bene, competente, umile, generosa nel mettere a disposizione il suo valore e il suo sapere, se ne va, è come se anche una parte di te se ne andasse via con lui. E resti più povera, dentro.

Ivan Cicconi, l’ingegnere civile nato a Fermo, nella mia città, dove tornava ogni volta che poteva per riviverla passeggiando fra i vicoli, assaporando quell’odore, mai smarrito, degli anni dell’infanzia e della giovinezza. A Fermo, dove si era diplomato all’Istituto Tecnico Montani, il primo in Italia ad unire teoria e pratica grazie ai suoi laboratori e, dove si era iscritto, dapprima alla Fgci e poi al Pci. Figlio di un ebanista e di una cuoca, Ivan, era rimasto comunista. Una parola che, nel tempo in cui tutto è divenuto uguale senza distinzione, richiama giustizia ed equità sociale.

Era un uomo semplice, mai sopra le righe e inflessibile nella difesa di quel bene comune a cui si dedicava con passione. Quante volte sono stata ospite della sua casa bolognese prima, e anche dopo, che sposasse Enrica Selvatici, avvocatessa, ex assessore ai Lavori pubblici come indipendente del Pci, della Regione Emilia-Romagna. L’ultima volta che ci siamo visti, nella mia casa di Fermo, il 24 agosto scorso, la notte del terremoto. Poi l’11 settembre quella caduta alla stazione di Bologna mentre con Enrichetta (come la chiamava lui) stava andando a trovare i nipoti a Milano. Poi il peggioramento.

È “sinistra” questa? Enrico Rossi e l’inutile scempio dell’autostrada Tirrenica

di Tomaso Montanari

Caro presidente Rossi, caro Enrico, ti scrivo pubblicamente per chiederti di aiutarmi a capire perché sei deciso a costruire l’Autostrada Tirrenica. I cittadini e le amministrazioni comunali (di ogni colore politico) delle città e dei territori tra Talamone e Ansedonia stanno chiedendo a gran voce di non farlo, e io trovo che le loro ragioni siano fondate.

Essi argomentano che il tragitto insiste caparbiamente su quell’area di Albinia, a fortissimo rischio idrogeologico, che cinque anni fu devastata dalla terribile alluvione che tutti ricordiamo. Poco più a sud, l’autostrada lambirebbe la meravigliosa laguna di Orbetello: un ecosistema delicato, e già provatissimo. E poi sventrerebbe, letteralmente, la frazione di Orbetello Scalo: in cui dovrebbero essere abbatuti molti edifici che contengono civili abitazioni e negozi.

Ancora: fanno notare che l’introduzione di un pedaggio, e ancor più la profonda lacerazione del territorio provocata da un tracciato autostradale largamente non attraversabile, finirebbero per mettere in ginocchio le uniche economie che tirano questa parte di Maremma, e cioè l’agricoltura e il turismo. Aggiungiamo la ciliegina sulla torta: lo scempio di un paesaggio ancora da favola.

Sia chiaro: i cittadini della costa non dicono «fatela altrove, non nel nostro cortile». Nella fattispecie non suggeriscono affatto di riportare il tracciato nell’interno della Maremma, dove sarebbe altrettanto devastante. No: dicono la cosa più banale, semplice e onesta del mondo: «quella autostrada non serve a nessuno, se non a chi la costruirà».

Riflettere sulla sinistra: un’Europa spaventata, un po’ con l’acqua alla gola

di Rossana Rossanda

La curiosità non invecchia mai. È vero. Ci penso quando, tornando dall’Assemblea Cittadina di Podemos che ha visto Iglesias trionfare, arrivo a Parigi per chiacchierarne con Rossana Rossanda. Mi accoglie nella sua casa, vuole sapere dei risultati, ha mille domande su tutto, sui militanti, sulle modalità con cui si è svolto quello che lei si ostina a chiamare congresso, sulle sensibilità che si sono confrontate. Per Rossanda «è importante che ci sia un Podemos agguerrito e pronto allo scontro politico». In poche battute riassume quello che vede intorno in Europa.

Inizia dalla Francia, dove è nel vivo la campagna per le presidenziali. «Su Marine Le Pen mantengo un dubbio, perché in Francia ci sono stati 30 anni di pregiudiziale antifascista e non penso possa dissolversi di colpo, annullarsi con un voto così a destra». Senza mezzi termini aggiunge: «Fillon è travolto dagli scandali e quindi politicamente morto. Hamon sono gli stessi socialisti a non volerlo. Peccato perché la sua proposta di reddito di cittadinanza mi sembra molto buona. Proprio Mélenchon, del Fronte de gauche, gli fa la guerra, rifiutando l’idea di una maggioranza composita».

Un rifiuto che a lei che vive qui, che segue il dibattito, sembra solo un gran pasticcio. «E poi c’è Macron, l’outsider che il partito socialista ha lanciato. Non certo come socialista, ma come uomo dell’Unione europea».

Oggi è la giornata della Casa del Popolo: 20 Pietre si festeggia e vi festeggia

Oltre 500 tra incontri, seminari, riunioni di condomini e gruppi informali, 15 associazioni presentate, 5 laboratori artigianali attivati, 40 volontari: in poco più di un anno gli ex spazi dell’Aci in via Marzabotto 2 a Bologna, da anni in grave stato di abbandono e degrado, sono diventati uno una casa del popolo aperta e attiva, gestita dalla Società di Mutuo Soccorso 20 Pietre, nata nell’aprile del 2015 che, in collaborazione con l’associazione Planimetrie Culturali, ha ripristinato le vecchie strutture.

Oggi, sabato 18 febbraio dalle 15 alle 22, è in programma La Casa del Popolo è in festa: una giornata aperta a tutte e a tutti con spazi ricreativi, musica e cibo per conoscere le attività annuali dell’associazione, presentare il nuovo spazio recuperato e per promuovere l’adesione all’associazione a sostegno delle iniziative. Suoneranno i Keleti e si esibiranno i Giovani Danzatori Bolognesi, con le musiche degli Archam, e le Tarantelle Clandestine accompagnate dai Maracinesente, Carusi folk-music, Francesco Crudo e molti altri. L’ingresso è gratuito.

In tutti questi mesi tanti soggetti hanno vissuto i locali ed i servizi di 20 Pietre: associazioni, comitati, gruppi, partiti politici o singole persone del quartiere. Lo spazio ha dato la possibilità di iniziare progetti, creare momenti di scambio e di confronto a favore di processi condivisi di autogestione e di reciproca conoscenza, così come stabilito nello statuto dell’associazione.